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"In Viaggio
alla Ricerca degli Antichi Sapori"
Genti e luoghi del Piemonte: Le Langhe |
Borgomale,
Castiglione Falletto, Barolo e il Castello della Volta
(seconda parte) |
di Alexander Màscàl
foto Matteo Saraggi
Borgomale
Torniamo sulla strada che da Cossano Belbo sale sulla collina e
passiamo accanto all'antico maniero di Borgomale, noto come "Castello
delle cinque torri" la cui costruzione risale al XIII secolo.
Appartenuto ai conti Della Chiesa, passò ai marchesi di Ceva
e poi ai Del Carretto, in seguitò appartenne ai Falletti
che ne iniziarono la ristrutturazione. Affascinante struttura misteriosa,
dall'indeterminata e remota origine, il castello si erge maestoso,
lugubre nel suo grigiore, tetro e cupo come la leggenda che narra
della tragica fine della giovane Nella di Cortemilia, bella e virtuosa
fanciulla la cui vita finisce tragicamente nelle acque del fiume
Uzzone, alla vigilia delle nozze con Dagoberto. La storia narra
delle vicende della bella e virtuosa Adelaide, marchesa di Castino,
imprigionata nella torre del Castello per non aver voluto soggiacere
alle voglie del cognato Lionello, crudele signorotto locale. Adelaide
ha una figlia, anch'essa bella e virtuosa, Nella (o Stefanella),
orfana del padre morto in Terrasanta. Affidata ad una famiglia di
contadini la giovane cresce ignorando di essere figlia della marchesa.
Anche il perfido Lionello ha un figlio, Dagoberto, bello e virtuoso.
Un giorno i due giovani s'incontrano e s'innamorano. Intanto, Lionello
dopo essersi recato al vicino santuario del Todocco (in Valle Uzzone),
pentito e tormentato dai rimorsi decide di restituire alla cognata
la libertà, i beni e il feudo. Ma la tragedia è in
agguato: la vigilia delle nozze, la giovane è travolta dal
fiume in piena, mentre il promesso sposo tenta invano di salvarla.
Il suo corpo sarà trovato il giorno dopo, adagiato sul tronco
di un melo fiorito.
Le vicende risalgono al 1300, ma ancora oggi si narra della
triste fine di Nella di Cortemilia e del suo fantasma che vaga in
cerca dell'amato Dagoberto. Della torre in cui fu imprigionata Nella
di Cortemilia non rimane nulla perché rimaneggiata nel corso
dei secoli. Il castello nacque nel XV secolo come torrione d'avvistamento
e di controllo della vallata del Beria. In quel secolo le Langhe
sono devastate da Francesco Sforza, comandante delle truppe di Filippo
Visconti in guerra contro Gian Giacomo del Monferrato. Per cinque
anni da Borgomale a Cairo, Marsaglia e Somano, il terrore dilaga
ovunque. La pace di Ferrara porta un breve periodo di tranquillità
e la diminuzione delle tasse che erano state messe per consentire
matrimoni decorosi alle figlie del nobile, o per coprire le spese
dei pellegrinaggi fatti a Roma, mantenere armigeri, servitù
e agiatezze dei nobili proprietari, costruire e riparare castelli
e fortezze. In seguito divenne un castello in cui, tra le massicce
mura, sostavano i presidi militari e il popolo trovava rifugio e
difesa dagli assedi, rifugiandosi lungo il camminamento coperto
che ha sostituito il ponte levatoio.
L'eco delle guerre che insanguinarono il piccolo borgo fortificato
rimbomba ancora nell'antica sala d'armi sorretta da poderosi pilastri
di pietra. Le leggende fioriscono attorno ad ogni castello e
qui c'è ancora chi giura di sentire grida di lamento provenire
dalle carceri sotterranee. Nel 1041 la roccaforte apparteneva al
vescovo di Asti. In seguito si alternarono vari proprietari finché,
il 13 giugno 1376, venne venduta per quindicimila fiorini d'oro,
ai nobili Antonio Ajmonetto e Andrea Roero consignori di Monteu.
I Roero erano tra le più illustri casate che governavano
il territorio e possedevano ottanta feudi. Il loro stemma è
quello che caratterizza tutto il territorio del Roero: una ruota
che ricorda il crociato Ghiglione, portato a Gerusalemme sul carro
del trionfo, simbolo delle sue molte vittorie in Terrasanta. Il
possente maniero vide aggirarsi nelle sue mura scudieri, capitani
delle corazze, cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro, gran falconieri
e gentiluomini di camera del duca. La storia c'insegna che con la
fine delle battaglie feudali, il ruolo difensivo di molti castelli
si trasforma in quello di residenza, pur mantenendo l'aspetto severo
all'interno. Anche questo maniero, nato come casaforte viene abbellito
nel secolo XVIII e si trasforma con garbate volte ritmate da archi
incrociati, la scala esterna coperta, interrotta da un breve ponte
levatoio. L'Imponente castello arroccato si presenta a pianta quadrilatera,
difesa da torrioni. Agli angoli è circondato da un parco
all'inglese. L'architettura di pietre grigie e mattoni contribuiscono
a rendere la struttura ancora più tetra e leggendaria. Maestoso,
all'interno conserva una piccola cappella, ma danneggiata dai vari
interventi. All'interno conserva un grande salone che nel 1700 venne
modernizzato in stile barocco, da Francesco Gennaro Roero. Bella
anche la Galleria di Diana con trompe l'oeil. Interessante la galleria
di ritratti "album di famiglia". Dei fasti di corte rimangono
pregevoli saloni con il camino. Verso il 1800 vi pernottò
Pio VII. La leggenda vuole che il papa in viaggio da Savona verso
Fontainebleau trascorse quì una notte dimenticandovi una
preziosa pantofola.
Privato, ma visitabile previo accordi con il proprietario:
prof. Massara tel. 0114372312
Attorno alle sue mura si estende il piccolo borgo. La chiesa
parrocchiale di Sant'Eusebio Martire conserva la caratteristica
facciata in pietra locale e la statua di legno dorato della Vergine
del Carmine a cui è dedicata la festa patronale della prima
domenica di luglio. Il più antico documento riguardante questa
comunità risale all'anno 899 mentre un diploma di Arrigo
I, che rammenta la donazione del luogo al monastero di San Benigno
di Fruttuaria, è datato 1014. Anche l'abbazia benedettina
delle Vergini di Grazia di Castino, fondata da Liutprando, prima
del 784, possedeva case e terreni a Borgomale.
Borgomale, ovvero Borgo del Male, è una quattrocentesca
casaforte posta a picco sul torrente Berria che ha una stranezza:
le pietre trovate lungo il suo argine sono scolpite dal tempo e
si presentano sotto le forme più strane e inusuali, come
funghi, volti umani o animaleschi, tonde come bocce, o con altre
forme che paiono scolpite dalla mano dell'uomo. La leggenda vuole
che a "modellarle" siano le "masche" che si
divertono a scolpirle, non a caso vi è una curva completamente
circondata da un fitto bosco e per questo sempre in ombra, chiamata
"curva delle masche". A delimitarla vi è una scarpata
e una piccola roccia sporgente, da cui scende l'acqua sorgiva che
finisce sotto il piccolo ponte poco distante. E' una curva cupa
e sinistra: attenti, quando vi trovate nella "curva delle masche",
non indugiate se incontrare un'avvenente fanciulla: potrebbe trattarsi
di una masca trasformatasi in donzella...
Vale una sosta per il pranzo l'Osteria della Pace a pochi
metri dal castello. Potrete gustare ottime frittate verdi, carne
cruda all'albese, ottime tagliatelle al ragù o ai funghi,
gustosissimi il coniglio e gli arrosti, ma anche tante altre delizie
gastronomiche. Da non perdere un favoloso cinghiale!
Altre informazioni:
www.comune.borgomale.cn.it
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Castiglione Falletto
Ripercorriamo il dorsale delle colline del Barolo. La strada attraversa
i vigneti del pregiato vino incontrando imponenti castelli che ci
portano alla mente i fasti di corte. Qui e là il verde delle
colline è punteggiato dal rosso dei tetti dei cascinali e
dai tipici "ciabot" delle vigne (piccole costruzioni in
muratura, per riporre gli attrezzi ). All'inizio erano fatti con
semplici frasche, canne, stocchi (fusto spoglio), di granoturco
legati a mò di capanno, poi divennero strutture di legno,
infine di muratura. I campi e le vigne erano distanti dalle abitazioni
e la necessità di non interrompere il lavoro rendeva questi
capanni utili anche per le brevi soste del pranzo, per ripararsi
dai temporali improvvisi e per dormire quando era necessario vegliare
sui raccolti ed evitare furti di grano, uva, frutta, ortaggi.
Siamo nella zona in cui l'eresia dei Catari ha scritto pagine drammatiche:
indelebile storia di "eretici" e "streghe"condotte
al rogo in nome di Cristo e dell'Inquisizione
Ma sono anche
i luoghi delle "masche"e dei loro sortilegi
Sono
le terre delle mille leggende, come quella di Treiso e la "Rocca
dei Sette Fratelli", o quella del Castello della Volta.
Castiglione Falletto, adagiata ai piedi del castello che conserva
tra le sue mura il mistero sull'epoca in cui la poderosa fortificazione
venne fatta costruire e il nome di chi lo fece edificare. Notizie
risalgono al 1001, quando Ottone III, re d'Italia e imperatore di
Germania lo infeudò a Odaldengo Manfredi conte di Torino.
Dell'esistenza di un castello se ne trova notizia in un documento
datato 1191, mentre il ritrovamento di una stele romana testimonia
insediamenti risalenti al I secolo d.C. Notizie certe si riferiscono
invece al periodo d'ascesa della nobile e potente famiglia dei Falletti
giunta in questa località verso la metà del '300 con
i fratelli Monfreone e Daniele che apportarono modifiche all'edificio.
Percorrendo l'antica via detta "del fossato" si può
compiere un giro completo del nucleo storico del paese, attraverso
suggestivi paesaggi. Suggestivo castello del XIV secolo, con parti
visibili di alcuni muri e ambienti sotterranei. Una curiosità
sono le piante di cappero che crescono spontanee sulle sue mura.
Caratteristico "crutin" della Cantina Comunale.
www.castiglione.langabarolo.it
www.comune.castiglionefalletto.cn.it
Pochi chilometri e incontriamo quella che qualcuno ha definito
"La Repubblica del Re dei Vini": la "Cantina
Terre del Barolo" di Castiglione Falletto. Sorta nel 1958 per
raggruppare i piccoli proprietari colpiti da una grave crisi della
viticoltura, questa cooperativa è oggi ai primi posti grazie
alla qualità del prodotto ma anche alla guida del Presidente
Matteo Bosco, geniale mente che ha saputo abbinare il mondo dell'arte,
della cultura e dello spettacolo a quello del vino.
Ogni anno la Cantina non produce solo i pregiati vini Barolo; Nebbiolo,
Dolcetto e Barbera d'Alba; Dolcetto di Diano, ma anche incontri
e manifestazioni, tra cui il "Premio Terre del Barolo"
riservato alle donne "in carriera" che nel corso degli
anni hanno portato il loro nome in giro per il mondo e "Lunetta
d'Argento" riservato alle giovani emergenti che si sono distinte
nel mondo della cultura e dello spettacolo durante l'anno. Le premiazioni
hanno visto un susseguirsi d'ospiti d'èlite. Attraverso l'incanto
di scarpette e tutù dell'intramontabile bravura della danzatrice
classica Carla Fracci, si è passati a Luciana Littizzetto:
tutta "ravanello pallido" e peperino; Susanna Agnelli;
Paola Saluzzi (di Uno Mattina); la simpatica astrofisica Margherita
Hack; Tiziana Ferrario (TG di Rai Uno); la dottoressa Livia Azzariti
di Check-up; sino alla famosa e briosa stilista ... ultra novantenne:
Micol Fontana.
Alle premiate vanno 325 bottiglie di pregiato vino. Tante quante
sono quelle che la cattolicissima Marchesa Giulia Colbert inviò
al re Carlo Alberto: una al giorno esclusi i giorni della Quaresima
perchè la Marchesa Giulia, donna pia, faceva astinenza in
quei giorni e aveva pensato di farla fare anche al re.
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Barolo
Tra sali scendi in mezzo ai vigneti del pregiato vino, giungiamo
a Barolo. Barolo, "Bas reul", in celtico
significa -basso luogo-: parola che ha dato origine al nome "Barolo".
La presenza romana su questo territorio si trova in una lapide funeraria
rinvenuta in una frazione vicina.
L'imponente mole del Castello Falletti che domina il paese,
fu eretto nel X secolo, quando Berengario I di Provenza concesse
ai feudatari e ai religiosi la possibilità di erigere costruzioni
difensive come baluardo contro le invasioni saracene. Bertoldo Falletti
di Alba, ricevette il feudo nel 1225, da Alasia di Saluzzo. Il maniero
prese il nome dei marchesi Falletti che lo tennero dal XIII secolo
sino alla seconda metà del secolo XIX, quando nel 1864, la
dinastia si estinse con la morte dell'ultima Marchesa, Giulia Colbert.
Dal 1250 fino alla seconda metà del secolo XIX fu adibito
a residenza dei potenti Falletti, ricchi banchieri e mercanti albesi.
Nel corso dei secoli da maniero difensivo divenne residenza nobiliare
di campagna, poi collegio di religiosi. Oggi si può vedere
al piano nobile le stanze della Marchesa Colbert, con gli arredi
originali dell'epoca, in stile Impero; una bella Sala degli Stemmi;
la camera da letto di Silvio Pellico, che di ritorno dal carcere
dello Spielberg fu per lungo tempo ospite e bibliotecario, e la
preziosa biblioteca.
L'austero edificio ospita anche il Centro di Formazione Professionale
Alberghiera, mentre al piano superiore vi è il Museo Etnografico
delle tradizioni contadine e della viticoltura e le antiche cantine
adibite ad Enoteca Regionale del Barolo con l'esposizione di bottiglie
di vino Barolo provenienti da tutta la zona di produzione; la possibilità
di degustazione direttamente in Enoteca e uno spazio promozionale
per l'acquisto delle bottiglie.
L'ultimo discendente dei Falletti, Carlo Tancredi (1782-1838),
nel 1807 sposò Juliette (Giulia) Vitturnia Francesca Colbert
di Maulévrier, pronipote del grande ministro del famoso Re
Sole. Carlo Tancredi, uomo di studi, Consigliere di Stato e brillante
amministratore, fu membro dell'Accademia delle Scienze di Torino,
scrisse novelle e testi religiosi, fu estremamente generoso e stimato
da Napoleone e dai Savoia. Impegnato nella beneficenza fece erigere
scuole, gratuite, di disegno applicato alle arti e ai mestieri,
un asilo che abbellì con giardini, fontane, illuminazione
(al Palazzo di Torino). Organizzò la distribuzione di pane
e legna ai poveri. Donò denaro per la costruzione del Cimitero
di Torino e la Congregazione delle Suore di Sant'Anna. Durante l'epidemia
di colera del 1835, si prodigò nella cura dei malati, tanto
da ammalarsi egli stesso. Guarì ma non si riprese completamente
e morì tre anni dopo. Anche la moglie Giulia era donna di
grande cultura ed educazione, intraprendente nel difendere i poveri
era per questo "poco gradita" a corte. Donna d'azione
e innovatrice la marchesa fondò l'Ente Opera Pia Barolo,
per l'assistenza delle fanciulle. Senza eredi, la ricca coppia si
dedicò ad opere filantropiche lasciando poi in beneficenza
il proprio patrimonio, con la morte dell'ottantenne Giulia Colbert.
Giulia era nata in Valdea. La famiglia dovette fuggire in Germania
e in Olanda per sottrarsi alla cattura da parte dei Sanculotti repubblicani.
Grazie al decreto di Napoleone poterono tornare in patria alla corte
imperiale. Napoleone stesso favorì il matrimonio tra Carlo
e Juliette, Giulietta, che venne celebrato a Parigi nel 1806. Quando
i Savoia tornarono in Piemonte anche Tancredi si stabilì
a Torino con la moglie Giulia, donna di cultura e vivace conversazione,
che venne ben accolta e il suo salotto divenne punto d'incontro
di intellettuali, politici e ambasciatori. Anche la nobile Giulia
si dedicava anche alle opere di carità distribuendo cibo
ai poveri, fondando orfanotrofi, ritiri, istituti per rieducare
le ragazze... traviate e in carcere. Migliorò le condizioni
fisiche, morali e igieniche, delle carceri.
Una curiosità: nella parrocchiale si trovano le tombe di
alcuni membri della nobile casata dei Falletti, dal '500 all'estinzione
della casata.
Non c'è paese o località delle Langhe che non
conservi una leggenda o una storia e anche per Barolo ne esiste
una dal finale triste. Nel 1695 il castello fu abitato da Gerolamo
IV Falletti, marchese di Barolo e vicerè di Sardegna, con
la consorte Elena Matilde Provana dei Conti di Druent andata in
sposa a Gerolamo per volere del padre, Monssù Druent, uomo
dallo spirito imperioso, perfido e capriccioso, nonché implicato
in complotti ed intrighi di corte. Le nozze vennero celebrate a
Torino, nella chiesa di S. Dalmazzo. La sposa portava al collo una
preziosa collana di perle imprestatale da Anna d'Orleans duchessa
di Savoia. In occasione dei festeggiamenti nella sala da ballo del
palazzo dei Druent in via delle Orfane a Torino, durante le danze
crollò lo scalone e nel trambusto la collana andò
persa. Venne ritrovata il giorno dopo tra le macerie ma l'accaduto
parve un cattivo presagio. Trasferitasi nel castello dello sposo,
a Barolo, Elena e Girolamo ebbero molti bambini e vissero felici
finché un giorno (nel 1700), il padre della donna, senza
rendere noto il motivo, ma solo per proprio capriccio, decise che
il matrimonio non andava bene e doveva essere sciolto. Proibendo
alla figlia di continuare a vivere con il marito e i tre figli,
la rinchiuse nel palazzo Druento a Torino, vietandole anche di vederli!
Elena fu talmente sconvolta da buttarsi dalla torre del castello,
pochi giorni dopo, il 24 febbraio 1701, e porre fine alla sua vita
a soli 26 anni. Si dice che ancora oggi la sua anima vaghi nel castello
in cerca del marito e dei figli, e che i suoi passi lievi risuonino
nella torre, ogni notte, a mezzanotte.
Un'altra leggenda riguarda la "ius primae noctis"
a cui nemmeno i Falletti ne furono esenti. Era un'usanza estesa
a tutti i feudi, ma la storia ci racconta che si trattava solo di
una formalità, come racconta lo storico Valle, di Alessandria,
in "Note agli annali dello Schiavina". Era usanza che
gli sposi, dopo il matrimonio si recassero al castello del Signore
locale. Appena giunti venivano condotti in una sala e la sposa,
alla presenza del marito e della comitiva, si coricava sopra un
letto. Quindi veniva coperta con un lenzuolo o una coperta. Il Signore
si coricava accanto a lei, ma sulla coperta, e le posava una gamba
sopra i fianchi pronunciano le parole: "In signum domini".
Quindi gli sposi pagavano il prezzo dovuto al Signore e se ne andavano
con tutta la compagnia. Con il tempo questa usanza venne girata
a favore del Signore. Al principio il marito e gli amici erano costretti
ad attendere la "imprimatur ed expedit" fuori dalla stanza,
poi dovettero aspettare fuori dal castello. In seguito gli sbirri
aspettavano la sposa all'uscita della chiesa e la portavano al castello
dove rimaneva per un'intera notte in segno di... rispetto e sottomissione
verso il Signore e se... le prestazioni non lo soddisfacevano la
"passava" ai soldati perchè si "compiacessero
liberamente". Naturalmente il marito doveva accettare questa
imposizione perchè se si ribellava finiva in galera o sulla
forca!
Ma anche la "prima notte" conserva la memoria di una
leggenda, quella di "Patrito". Patrito, promesso sposo
della giovane e più bella fanciulla del paese, tardava a
maritarsi per non dovere soggiacere alla prepotenza del signorotto
locale che pretendeva "Lo jus primae noctis". Un giorno
il feudatario, appassionato di pallone elastico, assistendo ad una
competizione in cui Patrito eccelleva per bravura, gli domandò
come mai i due giovani innamorati non si decidevano a sposarsi.
Il giovane confessò i suoi timori, ma il signore di Barolo
diede la sua parola che per lui avrebbe fatto un'eccezione e non
avrebbe preteso quell'obbligo. I due innamorati decisero quindi
di maritarsi, ma appena terminata la cerimonia gli armigeri rapirono
la fanciulla e la portarono al castello. La giovane dovette subire
l'ignobile obbligo mentre Patrito tacque, ma meditando la vendetta.
Un giorno, mentre il giovane giocava la partita di pallone elastico
arbitrata dal castellano ne nacque una discussione per un punto
conteso e il signorotto, tronfio di boria e arroganza, diede torto
a Patrito, ma non aveva terminato di pronunciare il verdetto che
si trovò un pugnale nel petto! Qualcuno afferma che con questo
atto di giustizia si pose fine alle arroganze dei signori e che
Patrisso e l'amata vissero felici. Altri affermano che il giovane
scappò verso il Rio della Fava che era sul confine tra Barolo
e il marchesato di Monforte e Novello: attraversarlo significava
godere dell'impunità ed essere salvo.
E' in questa zona che le colline producono il vitigno del Nebbiolo
da Barolo che con il tempo si tramuterà in "Barolo",
vino di prestigio, noto in tutto il mondo. Il panorama è
stupendo, l'occhio spazia sui vigneti allineati, perfetti, scenografici,
poi appena svolti una curva ti trovi improvvisamente davanti all'inconfondibile
sagoma del Monviso con le pareti imbiancate di neve e se volgi lo
sguardo incontri tutta la catena montuosa che divide il Piemonte
dalla Francia e dalla Lombardia. Il nome Nebbiolo forse deriva
da "nebbia", perché l'uva matura in autunno inoltrato.
A maturazione, gli acini si presentano abbondantemente ricoperti
di "pruina" che pare simile ad una nebbiolina.
Il vitigno ha origini antichissime. Necessita di terreni
calcarei e tufacei. Germoglia precocemente e per questo è
particolarmente sensibile agli sbalzi di temperatura, quindi necessita
di posizioni molto soleggiate e riparate dai freddi e dalle gelate
primaverili. La sua fama si deve al Marchese Carlo Tancredi Falletti
di Barolo proprietario dei vigneti del Paese e di quelli di Serralunga
d'Alba, passati poi all'omonima Opera Pia. A far conoscere all'estero
il Barolo, fu invece il Conte Emanuele di Mirafiori, figlio morganatico
di Vittorio Emanuele II e creatore della tenuta Fontanafredda. La
storia dice che a Re Carlo Alberto era giunta la fama dell'eccellente
vino che veniva prodotto nelle terre della Marchesa Colbert, tanto
che scrisse alla marchesa domandandole quando avrebbe potuto assaggiarlo.
Una lunga fila di 300 "carrà" (carri trainati da
buoi con sopra delle botti lunghe e piatte, della capacità
di 12 brente di vino), trasportarono a Torino da re Carlo Alberto
il prezioso nettare di Bacco. E tanto fu il piacere del re nel degustare
l'ottimo prodotto che decise di acquistare il vicino castello di
Verduno e i suoi poderi per poter bere quello da lui prodotto. Si
dice che anche Giulio Cesare, passando per le Langhe, volle portare
a Roma i vini di questa zona. Regole ferree proteggevano il prodotto
di campi e vigneti. Un bando del 1674 annunciava pene severe per
chi rubasse l'uva o danneggiasse le coltivazioni, ma anche per chi
non si attenesse al decreto dell'inizio della vendemmia.
Ma poiché siamo nelle terre delle masche dobbiamo ricordare
la figura della più nota delle streghe langarole: la masca
Micilina, nativa di Barolo. La leggenda le attribuì patti
con il Demonio, molti misfatti e la morte del marito. Arrestata
venne consegnata all'Inquisizione e malgrado rinnegasse il Diavolo,e
si fosse sottoposta a penitenza, venne ugualmente condannata al
rogo. Prima venne impiccata, poi bruciata e le sue ceneri sparse
al vento. Sul bricco che vide la sua sorte, il "Bric della
masca Micilina" si vedono ancora delle macchie rossastre indelebili
che si dice siano il sangue della povera Micilina e che in quel
punto né la pioggia, né la neve, né il tempo
possono cancellare. Tutti hanno paura di avventurarsi in quel luogo
sinistro in cui pare operi ancora la masca. "Si dice"
che lì vivono ragni enormi che grugniscono, i pulcini non
pigolano ma stridono, circolano terrificanti montoni, ed è
sempre possibile incontrare la masca Micilina che si trasforma in
gatta famelica, orrenda e paurosa, che ulula come un lupo e terrorizza
gli sventurati che hanno l'ardire di transitare in quel luogo.
Curiosità: Nella sottostante "Conca della
Fava" vennero rinvenuti utensili e armi silicee risalenti
all'età neolitica.
Esiste un culto a San Barolo, martire della Legione Tebea.
Siti a riguardo: www.comune.barolo.cn.it
www.barolodibarolo.com
- www.baroloworld.it
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Il Castello della Volta
Dopo la sosta a Barolo proseguiamo per visitare una antico maniero
avvolto da una cupa leggenda: il "Castello della Volta",
che sorge a pochi chilometri, sulla collina di fronte al castello
di Barolo. Roccaforte dei Marchesi Falletti, in direzione La Morra,
le sue mura racchiudono leggende e misteri che la tradizione popolare
ha tramandato.
La leggenda vuole che ai primi del 1300 durante una festa
offerta dai locali signorotti del Castello, gli ospiti si abbandonarono
ad un'orgia: per punizione di tanta scelleratezza
"Dio"
fece crollare il soffitto (la volta), di un salone, travolgendo
e seppellendo tutti i partecipanti, e quando le macerie vennero
rimosse di loro non si trovò più traccia.
Un'altra leggenda vuole che Satana sia il padrone del castello.
C'è chi afferma che fu il Diavolo che volle impossessarsi
delle anime di questi peccatori e fece crollare il soffitto seppellendoli.
Per impedire che i soccorritori raggiungessero la sala, innalzo
un muro altissimo che nessuno riuscì ad abbattere. Da quel
giorno divenne la dimora del Diavolo e nelle notti di Luna piena
c'è chi giura di vedere aggirarsi tra le sue mura ombre misteriose
giunte dal regno dei morti.
Pare anche che attorno a quei ruderi, nelle notti di Luna piena,
si diano convegno le anime dei morti durante il tragico crollo del
Castello della Volta e molti "dicono" di aver visto numerose
ombre, illuminate dalle candele, raccogliersi sul luogo per assistere
alla messa celebrata da un vecchio monaco. Al termine della funzione
religiosa vengono spenti i ceri e il macabro corteo scende in processione
fino al castello. A quel punto i cavalieri compitamente s'inchinano
davanti alle dame e poi tutto svanisce nel nulla!
Anche la torre del castello racchiude un mistero: è
tutta chiusa e nessuno riuscì più a trovare l'apertura.
Al piano terreno è completamente murata e sotto l'androne
d'entrata sono visibili i segni di un tentativo di aprire una breccia
nel muro per entrare. Misterioso e affascinante il castello racchiude
mille segreti, mille leggende. Qualcuno parla di masche e spiriti
inquieti che vagano in cerca di pace, di fantasmi e anime in pena,
... E c'è chi afferma che nelle notti di tempesta, quando
i lampi squarciano il buio, si odono gemiti e grida e che si scorgono
strane fiammelle scorrazzare attraverso le sale.
Un'altra leggenda narra di un carro trainato da buoi che portava
un ingente carico d'oro, seppellito tra il castello e l'oratorio
campestre di San Pietro.
Per maggiori informazioni:
www.barolodibarolo.com e www.marchesibarolo.com
Tra le varie versioni della leggenda del Castello della Volta,
quella che più di tutti ha solide fondamenta storiche è
indubbiamente "La Cittadella" tratta dal volume "La
Leggenda Corre sul Fiume", di Luciano Cortevesio del Tanaro,
Gribaudo Editore - 1990.
"I fatti risalgono al 13 luglio del 1321. Il Papa Giovanni
di Avignone scrisse parole di ringraziamento ai marchesi Falletti
e alla popolazione, per l'aiuto prestato durante la campagna contro
Matteo Visconti, e il cardinale Bertrand du Puyet, nipote di Giovanni
XXII, elargì una somma in denaro, da distribuire al popolo
e da evolvere in grandiosi festeggiamenti per festeggiare la vittoria.
Il marchese Odoardo, fratello minore di Silverio, avrebbe preferito
distribuire il denaro al popolo, in modo da alleviare le loro miserie.
Conosceva le condizioni dei contadini, stremati dalla guerra, prostrati
dalla carestia, con gli animali denutriti, i campi e le coltivazioni
con ben poche risorse, e anche pochi denari sarebbero stati simili
ad un dono del cielo! Gli invitati giunsero numerosi e il banchetto
ebbe inizio attorno all'immensa tavolata. Il vino abbondò
per tutta la giornata, aumentando l'eccitazione degli ospiti, e
a tarda notte ebbe inizio il ballo. Odoardo era inquieto, non comprendeva
il perchè di tutto questo sperpero a cui stava assistendo,
anche se non ne prendeva parte. Uscì. La notte era tranquilla
e serena e la Luna piena illuminava le colline e la valle. Dal paese
gli giungevano le voci festanti dei contadini che festeggiavano
a modo loro, accompagnando i canti al suono di tamburi, pifferi,
tamburelli e nacchere. Il giovane rimase ad ascoltare pensando che
quella festa semplice e povera, fatta di allegria e di speranza,
era più bella di quella sfarzosa che stava svolgendosi nel
castello. Educato in un convento francescano, aveva assimilato la
dottrina di San Francesco. La sua anima nobile e sensibile era stata
profondamente toccata dalla vita del Poverello di Assisi, tanto
che avrebbe voluto ritirarsi in un convento per seguire gli insegnamenti
del santo. I suoi parenti lo deridevano e lo isolavano sempre di
più chiamandolo "sognatore illuso", ma a lui poco
importava, anzi era sempre più convinto delle proprie idee.
Ora era lì, in silenzio, cercando di allontanare i pensieri
da quelle urla sguaiate che giungevano dalle sale del castello e
ripensava alla sua infanzia e a quando cercava invano una mano amica,
uno sguardo, qualcuno che non gli parlasse solo di forza, di prestigio,
di ricchezza, di privilegi, di servi e di potere. Qualche volta
era fuggito da quella vita di agi ed era corso in paese, e poi giù
a perdifiato per le discese, giocando con altri ragazzi, i figli
dei contadini. Molte volte avevano diviso con lui il pane nero,
le loro povere minestre e a lui, spesso, al ritorno erano toccate
frustate e castighi, finché, a tredici anni, era stato inviato
in convento, presso i Francescani, a istruirsi, ma anche per allontanarlo
da quelle compagnie... ritenute pericolose per lui e le sue ridicole
idee di eguaglianza!
Ora sorrideva ricordando quei tempi e nella mente riaffioravano
tanti ricordi, come quello di quel giorno in cui si era procurato
una brutta ferita al ginocchio, tanto estesa e profonda da richiedere
l'intervento della nonna di Defendente, uno dei suoi amici più
cari. Ermengarda lo stava medicando, con acqua, aceto e alcune erbe
misteriose le cui virtù risanatrici erano note solo a lei.
Il dolore era grande, tanto da far lacrimare gli occhi, ma gli avevano
insegnato a non piangere, a non lamentarsi e così il piccolo
Odoardo stringeva i denti, trattenendo a stento le lacrime, e non
un lamento usciva dalla sua bocca. D'un tratto la vecchia Ermengarda
alzò lo sguardo, fissandolo negli occhi e gli disse: "Figliolo,
tu sei solo come nessuno lo è stato mai! La tua famiglia
è ricca e potente, attorno a te hai molti servi pronti ad
esaudire ogni tuo volere, eppure sei solo! Ci sarà un giorno
tremendo, in una notte... prima che lo Zodiaco entri nel segno del
Leone accadrà qualcosa di terribile e tu rimarrai ancora
più solo: unico superstite della tua nobile casata! Ma...
la discendenza della tua famiglia continuerà ancora con te,
e dopo di te per opera di un tuo nipote che è nella città
dei Due Fiumi. Verrà il giorno in cui molti verranno a cercare
la "viola color porpora", celata fra tante altre tutte
uguali, normali nel colore e nell'uso, e che cresceranno attorno
al tempietto che tu edificherai...". Odoardo ascoltava quelle
parole che gli giungevano alla mente, senza che la vecchia muovesse
le labbra e altri le udissero. Il baccano proveniente dal salone
era aumentato divenendo insopportabile. Odoardo cercò di
non udire quel frastuono di risate, urla scomposte, canti osceni,
sottolineati da un ritmo ossessivo e martellante simile ad una ridda
infernale. Si allontanò per raggiungere i contadini, in paese.
Voleva rimanere con loro, come quando era bambino, trovare Defendente,
l'amico di un tempo e assicurargli che in lui nulla era cambiato,
che era sempre il ragazzo di un tempo, con gli stessi sentimenti
verso di loro. Per non attraversare il salone si diresse verso un
passaggio che girava attorno alla parte centrale dove si stava svolgendo
la festa, e che immetteva direttamente nel cortile interno. Lungo
il cunicolo si aprivano alcune aperture che si affacciavano sulla
sala. Odoardo stupito di non incontrare nessun armigero di guardia
guardò attraverso una di queste finestrelle e con grande
sgomento vide il baccanale che si stava svolgendo nella sala! Tutti
si aggiravano nudi. Vecchi che rincorrevano giovani fanciulle che
fingevano di fuggire ... incitandoli a catturarle. Alcuni danzavano
invitanti danze perverse. Altri, avvinghiati in un groviglio di
corpi scomposti in pose oscene davano sfogo ai più bassi
e primordiali istinti. Alcune donne ritte su un tavolo, stavano
esibendosi in una lasciva danza e da un boccale si versavano vino
sui seni, fra le gambe, sul corpo, invitando ancor più tutte
quelle mani che si protendevano per toccarle. Odoardo, incredulo
quanto disgustato non potè che urlare tutta la sua disperazione
invocando Dio e la Sua pietà per quegli esseri che ormai
erano prede dei più bassi istinti... Barcollò. Inciampò
e si appoggiò al muro. Scosso da fremiti, grondante di sudore
percorse quasi correndo il cunicolo, sbattendo contro i muri, cadendo,
coprendosi gli occhi con le mani, quasi per non vedere un simile
spettacolo, rialzandosi e invocando il nome di Dio!
Poi, con il piede urtò qualcosa: una spada... Quella
lasciata dagli armigeri che si erano uniti a quell'orgia. La raccolse.
L'impugnò deciso ad entrare in quella sala, ma giunto davanti
alla porta d'accesso al salone la trovò chiusa. In preda
ad un incontrollata furia si mise a dar fendenti contro di essa,
ad urlare tutta la sua rabbia, quando qualcosa o qualcuno gli afferrò
il polso! Era il suo fedelissimo molosso. Alla luce delle torce
gli parve che gli occhi del cane fossero di fuoco, rossi e iniettati
di sangue. Pensò che anche lui era impazzito come tutti gli
abitanti del castello, ma il cane, pur non mollando il polso di
Odoardo, non affondava i denti nelle carni. Era come se volesse
solo trattenere il suo amico, allora il giovane lasciò cadere
la spada e il cane gli liberò il polso dalla morsa, poi con
il muso spinse lontano la spada e si mise a guaire, quasi come fosse
angosciato e volesse dire qualcosa. Gli saltellava davanti tirandolo
per le caviglie, per la giubba, invitandolo a seguirlo, a volerlo
condurre via da quel luogo il più presto possibile! Ma Odoardo
che era deciso ad entrare e colpire senza pietà, cercò
di allontanare il cane. In quel momento sulla fronte dell'animale
comparve una piccola croce fiammeggiante. Il molosso gli prese delicatamente
la mano trascinando via il giovane che si lasciò guidare
fuori da quel luogo. Uscirono dal castello e s'incamminarono lungo
il sentiero. Giunto in una piccola radura il cane si fermò,
liberò dalla morsa delle sue faci la mano del padrone-amico
e la leccò per dimostrargli affetto, poi con la zampa tracciò
una croce sul terreno e "senza aprire le fauci" disse
ad Odoardo: "In questo punto costruirai una cappella in onore
di San Pietro e qui pregherai per quei poveretti che, ignari della
triste sorte che toccherà loro, stanno illudendosi che nel
divertimento sfrenato sia racchiusa la felicità. Dio non
ha permesso che le tue mani si macchiassero del loro sangue e sarai
proprio tu a pregare per le loro anime". Odoardo riconobbe
quella voce che ancora una volta gli parlava senza... aprire bocca,
era quella di nonna Ermengarda... In quel momento un boato tremendo
fece tremare la terra e quando cessò il cane giaceva a terra,
morto. Il giovane lo scosse, lo accarezzò chiamandolo, mentre
le lacrime gli solcavano il viso. Sulla fronte, il pelo appariva
bruciato e portava inciso un segno di croce. Intanto dal paese stava
accorrendo gente. Defendente,che era tra i primi, si gettò
fra le braccia di Odoardo, piangendo e balbettando per il terrore
gli disse: "Amico mio, fratello! Grazie a Dio... sei vivo.
Ho temuto per la tua vita!" "Defendente, io... non so,
non capisco cos'è accaduto! Stavo venendo da te... per assicurarti
che in me nulla è cambiato da quando, bambini, giocavamo
e che sono sempre tuo amico, tuo fratello, quando il terremoto ha
fatto tremare la terra!". "No, amico mio, non è
stato il terremoto. Qualcosa è accaduto al castello! Presto,
andiamo in soccorso a quegli sventurati!" Lo spettacolo che
si presentò ai loro occhi era spaventoso. Tutta la parte
centrale della "Cittadella" era crollata e ovunque focolai
di incendi illuminavano le macerie. Solo mucchi di sassi e rovine,
tutto era un ammasso di polvere fumante. Suppellettili e mobili
distrutti, vasellame frantumato, brandelli di abiti, ma nessun corpo
venne rinvenuto e nemmeno lo fu nei giorni seguenti! Il salone,
la volta, i muri, il piano superiore, tutto era distrutto. Per giorni
si frugò tra le macerie in cerca dei corpi, ma nessun cadavere
fu ritrovato e nemmeno tracce di sangue. Erano come spariti nel
nulla!
Da allora la "Cittadella" venne chiamata il "Castello
della Volta" e abbandonato. La gente cominciò ad
affermare che era la dimora del Diavolo e che in quel luogo si davano
convegno le masche e stava alla larga. Odoardo ottenne il permesso
di entrare nell'Ordine Francescano, ed esaudì la richiesta
della "voce" del cane udita nella notte di quel tremendo
13 luglio 1321. Sul luogo ove morì il cane, tracciando il
Segno della Croce con la zampa, fece edificare una chiesetta in
onore di San Pietro. La chiesetta, esiste ancora oggi ed è
chiamata "San Pietro delle Viole". Infatti a primavera
le mammole fioriscono numerosissime. La viola è simbolo di
umiltà e il viola è il colore della disgrazia, del
lutto, della morte... della penitenza, per questo nessuno le calpesta.
Chi le raccoglie, lo fa con amore e le conserva, ma non si sognerebbe
neppure di regalarle perchè quei fiori viola sono ciò
che resta di visibile di quelle povere creature, travolte dal crollo.
Anche la cappella di San Pietro "pare" conservi numerosi
misteri, come narra Alberto Fenoglio in "Scava e arricchisci",
M.E.B. editore, Torino 1973. "Posta tra le acacie di un
poggio sorgeva un tempo questa cappella ora ridotta ad un rudere.
La leggenda vuole che in questo luogo, di notte, si diano convegno
le masche, le anime dei penitenti e gli spiriti irrequieti. Poco
dopo la costruzione della cappella, uno dei nobili Falletti nascose
dietro l'altare un ingente tesoro, ma venne scoperto da quattro
giovani che decisero di impossessarsi del forziere. Giovani di poco
scrupolo, tant'è che ognuno di loro pensò di sbarazzarsi
dell'altro per tenere per sè il tesoro e così si pugnalarono
a vicenda... Da allora le loro anime inquiete vegliano sul tesoro
perchè nessuno si avvicini e se ne impossessi".
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La prima parte: Santo Stefano Belbo,
Cossano Belbo, Mango
La seconda parte: Borgomale, Castiglione
Falletto, Barolo e il Castello della Volta
La terza parte: Dogliani, Gallo - Grinzane
Cavour, Fontanafredda, Serralunga D'Alba
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Questo itinerario è
stato proposto e redatto da Alexander Màscàl
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