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"Dietro la sofisticata e intellettuale bellezza di Angkor
c'è qualcosa di profondamente semplice, di archetipico, di
naturale che arriva al petto senza dover passare per la testa. In
ogni pietra c'è un'intrinseca grandezza di cui uno finisce
per portarsi dietro la misura.
Non occorre sapere che ogni particolare aveva per i suoi costruttori
un suo significato, che ogni pietra, ogni scultura, ogni cortile,
ogni pinnacolo erano tasselli nell'immenso mosaico che doveva raffigurare
i vari mondi, compreso quello superiore, con al centro il mitico
Monte Meru. Non occorre essere buddhisti o hindu per capire.
Basta lasciarsi andare per sentire che ad Angkor, in qualche modo,
ci si è già stati".
Queste parole di Tiziano Terzani, lette nei primi mesi del 2003,
mi convinsero ancor di più che un viaggio in Cambogia era
per me "necessario ed obbligatorio".
Paola non è convinta: le mine della Cambogia le fanno paura,
non crede che i posti che visiteremo siano sicuri. Faccio l'errore
di darle una vecchia guida: alcuni turisti sono stati rapiti ed
uccisi, mi chiede se sono ammattito. So che non c'è pericolo.
Ne acquisto una nuova: i rapimenti e le mine sono un ricordo, anche
se non troppo lontano, almeno per i posti che visiteremo noi. Le
propongo di trascorrere il Natale in Cambogia ed il Capodanno in
Thailandia: accetta con qualche perplessità. Ad agosto, in
quel di Berlino, conosciamo Dany, cameriere khmer di un ristorante
cambogiano: sarà a Phnom Penh proprio in quel periodo
perché a novembre sua moglie partorirà la loro prima
figlia, Sanera. La sua simpatia e l'idea di ritrovare un volto noto
convincono Paola a seguirmi in questo viaggio.
Già a maggio mi presento in agenzia per bloccare il volo.
Con sorpresa mi sento rispondere che per una buona tariffa sono
"quasi in ritardo". Con qualche difficoltà riusciamo
a bloccare tutti i voli: si parte! Studiato lo studiabile e anche
di più, programmiamo di andare prima in Cambogia, a Phnom
Penh e ad Angkor, poi in Thailandia, ad Ayutthaya, Bangkok e Phuket.
19/20 dicembre 2003
Partiamo da Venezia, come spesso ci accade, ma almeno ritorneremo
all'aeroporto di Trieste, a pochi minuti da casa.
A differenza di altre volte, il volo intercontinentale non è
massacrante: prendo un sonnifero e riesco a dormire un pochino.
Il giorno dopo siamo finalmente a Bangkok. Un mal di testa
ci affligge entrambi. Telefono a Dany per confermargli ancora una
volta l'orario del volo: è contento del nostro imminente
arrivo e siamo felici anche noi di rivederlo e conoscere la sua
famiglia.
Un bel massaggio rilassante, molto diverso da quello che faremo
al Wat Pho di Bangkok, ci fa dimenticare il fastidioso mal di testa
e ci prepara per l'ultimo volo, almeno per il momento.
Siamo al Pochetong Airport di Phnom Penh, facciamo il visto direttamente
in aeroporto pagando 20 dollari a testa. Guide e internet ci avevano
messo in guardia su possibili fregature: si consigliava di stare
attenti a farsi dare le ricevuta del visto per non trovarsi poi
a dover ripagare i 20 dollari. Preoccupazione inutile: gli addetti
al visto sono efficienti ed onesti. Passiamo al controllo passaporti.
Tocca a me: il doganiere mi chiede se vengo dalla Thailandia. Gli
rispondo che siamo stati in transito a Bangkok ma che non siamo
usciti dall'aeroporto. Mi indica i timbri che tre anni prima mi
avevano apposto sul passaporto. Gli rispondo che sono vecchi
Uno però non si legge bene. L'uomo si convince che sono entrato
in Thailandia. Gli ripeto che anche se il timbro di entrata non
si legge bene quello di uscita è chiarissimo: si riferiscono
ad una visita di tre anni prima. Paola, passata indenne al controllo
- lei in Thailandia non c'era stata - incomincia a preoccuparsi.
Un mio sorriso non riesce a tranquillizzarla, tanto più che
il troppo zelante doganiere la raggiunge e le ritira il passaporto.
Non riesco a farmi capire. Non parla bene l'inglese. Non è
il caso però di alzare il tono di voce: non vorrei mai essere
rispedito a casa. Finalmente chiama un superiore: Riesco a spiegarmi
e, come ulteriore prova, sono costretto a mostrargli i biglietti.
Nel frattempo Dany raggiunge Paola e preoccupato le chiede cosa
sta succedendo. Gli sorrido per fargli capire che è tutto
a posto. Passo pure io e l'abbraccio con l'amico cambogiano sarà
un qualcosa che ricorderò per tutta la vita.
È venuto a prenderci con Chanthy, suo cognato, anche lui
temporaneamente in Cambogia. Chanthy lavora per il Ministero del
Commercio cambogiano: sarà prezioso nelle nostre conversazioni
con Dany che conosce bene il tedesco, non altrettanto l'inglese.
Ci accompagnano all'Holiday Intercontinental Hotel, prenotato via
internet: un nome pomposo per un tranquillo hotel cambogiano. E'
sera, abbiamo fatto un lungo volo e Dany pensa che sia meglio se
ci riposiamo: ci rivedremo la mattina dopo.
In realtà stanchi non siamo e, dopo una doccia veloce (l'acqua
ha il sapore di terra), scendiamo in strada ad annusare la città.
Saliamo su una motoretta. In città non ci sono taxi ma soli
pochi remorque moto (carrozzine trainate da motociclette): siamo
in tre e la cosa ci mette un po' di agitazione, tanto più
che il traffico sembra caotico e poco rispettoso del codice della
strada.
Ci facciamo portare al F.C.C., il Foreign Correspondents' Club
in Sisowath Quay, lungo il fiume Tonlé Sap che poco più
avanti si incontra con il più famoso Mekong. Saliamo al primo
piano per bere qualcosa ma soprattutto per osservare il fiume dall'alto
e, perché no, sentirci un po' corrispondenti anche noi.
A Phnom Penh c'è ancora una strana atmosfera, specie
di sera quando la notte prende il sopravvento sulle poche luci cittadine.
In certi momenti pare di tornare indietro nel tempo, agli anni settanta,
all'epoca della guerra dei khmer rossi. Sorseggiamo una Tiger affacciati
al balcone. Sotto i nostri occhi scorre lento il traffico e numerose
persone sostano lungo il fiume per godere di un robusto venticello
che rinfresca la serata. Saliamo al secondo piano. Non c'è
quasi nessuno: solo due uomini che chiaramente sbronzi discutono
animatamente ma amichevolmente su chi sia meglio: l'Australia o
gli Stati Uniti. Quando decidiamo di scendere nuovamente al piano
di sotto, i due ci precedono: quello biondo, scalzo, più
che camminarci davanti, barcolla visibilmente. Primo gradino tutto
bene; secondo gradino tutto bene; terzo gradino ed inizia ad oscillare.
L'amico poco più sotto non si accorge di niente. Io al contrario
sono in "prima fila". Vinto dai fumi dell'alcool, cade
a peso morto a testa in giù lungo i ripidi scalini, arriva
sul pianerottolo dal quale si dipartono anche le scale che portano
in cucina, prende incredibilmente quella direzione con il corpo
che ruota a 90 gradi. Discesa libera verso i fornelli e capocciata
contro un fusto di birra. Non so se ridere o fare il serio per la
possibile morte in diretta alla quale abbiamo assistito. L'amico
statunitense e i cuochi corrono in suo aiuto. Sono quasi tentato
di scattare una foto ma desisto, anche perché l'australiano
non si muove: pare veramente morto! Chi corre a chiamare un'ambulanza
e chi cerca di capire cosa si è fatto, io a vedere se da
segni di vita e Paola che cerca di allontanarmi. Questa volta gli
è andata bene: lo rivediamo pochi minuti dopo seduto ad un
tavolo che ride, l'alcol gli sta anestetizzando i colpi ricevuti.
Domani invece saranno dolori!
Usciamo dal locale - tanto ci torneremo - e ci dirigiamo lungo
il fiume ma veniamo subito avvicinati da bambini che chiedono l'elemosina.
In Cambogia c'è tanta miseria e non è difficile vedere
gente che vaga mendicando. Ci dispiace vederli in quella situazione
ed allunghiamo loro qualche Riel ma, non appena lo facciamo, se
ne avvicinano degli altri. Non possiamo dare soldi a tutti e siamo
costretti, viste le pietose insistenze, a ritornare sui nostri passi.
Camminiamo per Sisowat Quay, una delle strade principali
della città, e, senza volerlo, ci troviamo di fronte al ristorante
Ponlok, famoso locale della capitale. Al piano terra i tavoli
sono tutti vuoti. Ci invitano a salire le scale per cenare. Veniamo
accolti da una ventina di ragazzini e ragazzine che ci fanno accomodare.
I prezzi sono un po' alti rispetto alla media, il cibo non è
malvagio. Mentre stiamo mangiando, notiamo che otto di loro stanno
"armeggiando" intorno a tre francesi: li stanno incredibilmente
massaggiando, o meglio accarezzando. Non capisco. Lo comprenderemo
in seguito quando, al termine della cena, la stessa scena si ripeterà
anche con i sottoscritti che sganceranno una lauta mancia. Dany
ci ha spiegato che il Ponlok è un ristorante un po' particolare:
i gestori danno vitto e alloggio a poveri ragazzi di strada che
in cambio servono ai tavoli. Poi, per raggranellare qualche soldino,
si prestano a fare massaggi ai ricchi e pasciuti turisti.
Dopo aver fatto uno foto ricordo con i simpatici camerieri, scendiamo
in strada, saliamo tutti e due su una motoretta e ci facciamo riportare
in hotel.
21 dicembre
Dany e Chanthy ci vengono a prendere in macchina e dopo alcuni
minuti siamo a casa loro, una tipica abitazione cambogiana di città:
un grande garage riadattato alla bisogna. L'entrata dà su
una strada sporca e polverosa, una <<traditional road>>,
sorride Chanthy. Credo che nessun turista occidentale si sia avventurato
da queste parti: tutti ci osservano incuriositi. All'interno ci
aspetta la "nostra famiglia cambogiana": solo così
posso definire quelle persone meravigliose. C'è Bonath sorridente,
i genitori di lei, gentili e dolcissimi, un ragazzo, figlio di una
sorella di Bonath e Chanthy, e Sanera, una bellissima bambina di
appena un mese. Le hanno messo dei minuscoli guantini perché
non si graffi. È buonissima, apre gli occhi quando la chiamano,
la notte dorme tranquillamente e Chanthy commenta che la piccola
è buona perché lo è il padre. Dany sorride.
Abbiamo portato dei regali per loro. Non sapevamo quanti fossero
i parenti. Per fortuna abbiamo qualcosa un po' per tutti. Lasciamo
la casa. Ci torneremo a cena questa sera. Prima di andare al Museo
Nazionale, le nostre due guide ci fanno fare un giro per la città.
Ci fermiamo al Monumento all'Indipendenza, all'incrocio tra
Norodom Blvd e Preah Sihanouk Blvd, un monumento recente dedicato
ai caduti della guerra di Cambogia. Il Museo Nazionale è
costituito da quattro cortili che si affacciano su un giardino.
Al suo interno sono ospitate numerose opere dell'arte khmer, forse
le più importanti di tutto il Sud Est Asiatico. In particolare
mi interessa il famoso busto di Jayavarman VII, il più noto
sovrano di Angkor. A lui infatti si devono i principali templi di
quell'area. Ho con me una delle due reflex e la videocamera. Lo
zaino con tutto il resto l'ho lasciato in macchina, tanto c'è
Chanthy che "fa la guardia". Non c'è nessun cartello
di divieto e quindi scatto la prima posa. Un guardiano però
si avvicina e mi dice che non è possibile fotografare l'interno
del museo; lo si può fare solo nel cortile... "Ma se
fuori non c'è niente!" gli rispondo. Pazienza: la foto
di Jayavarman VII che mi sono sognato per mesi non la farò.
Non voglio essere scortese ed apparire come il solito turista arrogante.
Dany è con noi e ammira le meravigliose sculture che i suoi
antenati sono stati capaci di realizzare e ogni tanto ci traduce
le informazioni trascritte sulle targhette. Ed ecco il busto tanto
sognato: il volto del sovrano khmer sprigiona tranquillità
e pace da ogni poro della pietra di cui è fatto. Una ventina
di ragazzini in gita scolastica ascoltano chiassosi la loro guida.
Ho la tentazione di scattare una foto lo stesso. Desisto e proseguo
nella visita di questo piccolo ma grazioso museo.
Nel cortile prendo coraggio e chiedo a Dany, titubante, di raccontarci
il suo passato. Quando ha sette anni i khmer rossi gli uccidono
entrambi i genitori, vive per altri sette nei campi di rieducazione,
poi lo mandano a scuola in Vietnam (in Cambogia era impossibile
studiare: tutti i professori erano stati uccisi dopo "l'anno
zero" polpottiano). Vinta una borsa di studio, se ne va a Berlino
Est nel 1988 a studiare ingegneria. Un anno dopo con il crollo del
muro crollano pure i suoi sogni. La borsa di studio è garantita
dallo governo della D.D.R.: la Germania Est esiste più e
con lei la sua borsa di studio. La stessa notte in cui crolla il
muro, un amico khmer lo chiama da Berlino Ovest e assieme a migliaia
di persone varca il confine senza neanche sapere il perché.
Ora vive e lavora come cameriere nella parte occidentale della città.
Siamo ora al Museo Tuol Sleng, noto anche con il nome di
Museo del Genocidio, un'ex scuola, utilizzata dai khmer rossi
come centro di tortura: la terribile S-21. Dany resta fuori. Preferiamo
così: le immagini che ci sono all'interno è meglio
che non le veda.
Visitiamo la scuola; preferisco chiamarla così, quasi ad
esorcizzare ciò che simboleggia. Nelle stanze si trovano
ancora gli strumenti di tortura che venivano usati con folle sistematicità
sui prigionieri. Legati con le catene, in attesa di essere torturati,
venivano rinchiusi in celle singole: in ogni stanza se ne trovano
a decine, larghe neanche un metro e lunghe poco più. In altre,
quasi come in un museo, troviamo esposte numerose foto di coloro
che furono uccisi. In un'altra ancora quelle dei pochissimi, mi
sembra quattro in tutto, che sopravvissero. Alle pareti, dei dipinti
descrivono tragicamente ciò che durante quegli anni accadeva:
neonati sfracellati contro gli alberi, gente messa in vasche piene
d'acqua a testa in giù, poveri carcerati pungolati con acuminate
aste di ferro. Dietro un vetro, esposti in un mobile, riposano decine
e decine di teschi umani, gli stessi che troveremo al Killing Field
di Choeung Ek.
Immagini dolorose, drammatiche, che però non si può
far a meno di vedere. Per non dimenticare, o addirittura per "scoprire",
ciò che in questi posti è accaduto: terribili eventi
che l'Occidente ha sottovalutato.
Siamo al termine di questa triste visita sul ballatoio di uno degli
edifici quando vediamo Dany che, entrato nel cortile, si avvicina
per dirci qualcosa. Scendiamo velocemente le scale per evitare che
entri nell'edificio e veda ciò che lui non vuole. Ha fatto
solo due rampe di scale ed ha già la pelle d'oca. Ci confida
che il solo pensiero di ciò che è successo qui dentro
lo fa rabbrividire. Usciamo in fretta.
È quasi ora di pranzo e Dany e Chanthy decidono di portarci
in uno dei loro locali preferiti. Attraversiamo il Ponte Giapponese
in Chruoy Changvar e imbocchiamo la strada n.6, quella che attraversa
tutta la Cambogia, fino a raggiungere Angkor. La via è
una delle più trafficate: numerose sono le biciclette che
si avventurano coraggiose lungo questa strada polverosa, molte le
macchine e i motorini che la percorrono. A un certo punto svoltiamo
a destra, direzione Tonlè Sap - il fiume, non il lago - poi
a sinistra, percorrendo una stradina in terra battuta lungo la quale
si trovano numerosi ristoranti. Arriviamo a destinazione. Non ricordo
il nome di quel posto ma è una delle cose più belle
che abbiamo visto a Phnom Penh: un semplicissimo ristorante, si
mangia seduti per terra e i piatti vengono appoggiati su delle stuoie
colorate. Alcune donne cucinano su fornelli non troppo puliti. Non
ci interessa, non lo notiamo nemmeno. Si pranza in una specie di
box, su palafitte, con la stuoia al centro e delle amache ai lati:
servono per riposare una volta terminato il pasto. La vista è
interessante e ci esalta. Sotto di noi scorre placido il Tonlè
Sap. Siamo gli unici occidentali (non credo se ne vedano molti
da queste parti): il posto o lo conosci o non ci arrivi più.
Benedico l'aver incontrato Dany qualche mese fa: senza di lui questo
posto così "vero", così cambogiano, non
l'avremmo mai trovato.
Ordina Dany per tutti: è del "mestiere" e ci fidiamo;
non c'è menù ed il cameriere parla solo khmer! Dany
ha capito che ci piace l'amok trey, un curry di pesce con latte
di cocco, e ce lo ordina; poi dell'altro pesce, della carne e della
verdura, il tutto accompagnato dall'immancabile riso. Dany ci racconta
l'origine dell'amok trey. Spero di aver ben capito ciò
che ci ha detto. Tanto tempo fa un sovrano khmer indisse una gara
per la realizzazione di un piatto tanto buono da soddisfare il suo
palato. In molti si presentarono al suo cospetto con le loro invenzioni.
Un vecchietto fu il vincitore e quando il re gli chiese come si
chiamava quel piatto che tanto gli era piaciuto lui disse che non
aveva nome. Quel vecchietto si chiamava Amok e in suo onore il re
decise che quel piatto si chiamasse come in suo superbo inventore
("trey" vuol dire pesce). Questo è ciò che
ho capito: se sia giusto non posso giurarlo ma a me piace credere
che le cose siano andate proprio così.
Da bere coca cola e birra. Dany chiede che le lattine ci vengano
portare fresche ed ecco che il ragazzo arriva con un termos da campeggio
pieno di ghiaccio e di bevande. Dany è gentilissimo e si
premura di pulirci la lattina prima di versarci il contenuto nei
bicchieri. Io e Chanthy lo prendiamo in giro: <<always working,
you are on holiday now!>>.
Il ristorante è "aperto": non solo perché
non ci sono pareti ma anche perché ognuno può accedervi
e vendere ai clienti frutta e altre cose da mangiare. Prendiamo
un jackfruit. non l'avevamo mai mangiato. Ci piace molto: è
dolce e colorato. Passa pure una signora con due ceste... Cosa sono?
Ragni fritti!! <<A Pechino mi hai proibito di mangiare gli
scorpioni caramellati. Ora non puoi fare la stessa cosa con questi
ragni, tanto più che ti avevo avvertita che li avrei assaggiati!>>
dico a Paola "minaccioso", <<Tu non li mangi>>
risponde lei. Chiedo a Dany se sono buoni. Lui dice di sì
ma mi sconsiglia vivamente di prenderli: li cucinano in ambienti
non troppo igienici e il mio stomaco europeo potrebbe risentirne.
Si tratta di prendere una decisione immediata: la signora ha già
ricevuto il "no" di Paola e se ne sta andando... Non colgo
l'attimo, me la faccio addosso, non lo so... Fatto sta che anche
questa volta ho perso l'occasione di assaggiare qualcosa di particolarissimo.
Mi "rifarò" il giorno dopo al Psar Thmei, il mercato
centrale, seduto a un tavolino con davanti un enorme calamaro (niente
di strano), guardando Paola con aria di sfida, a farle capire chi
comanda...
Trascorriamo un paio d'ore in assoluto relax: il cibo è
delizioso come pure la compagnia dei nostri due amici. Ci rilassiamo
sulle amache dopo aver pranzato e bevuto come nababbi. Dany ci compra
pure dei dolci di riso che pongono fine all'abbuffata.
Ritorniamo in città. Le nostre guide hanno da fare e così
ci scaricano di fronte al Palazzo Reale. Questa sera siamo invitati
a cena a casa loro e sarà Dany a cucinare per noi.
Paghiamo 6 dollari più 2 per la macchina fotografica (in
realtà ho due reflex e pure la videocamera) per entrare nel
complesso del Palazzo Reale dove si trova anche la Pagoda d'Argento.
A differenza di quello più famoso di Bangkok, questo è
meno "carico", meno ornato d'oro e pietre preziose. A
me piace di più: c'è molta meno gente, il che ti permette
di visitarlo con più calma, senza fare la fila per vedere
questo o quell'edificio. Soltanto alcuni padiglioni sono visitabili;
in altri vi soggiorna il sovrano, re Norodom Sihanouk, e quindi
è impossibile accedervi. Alcuni giovani monaci buddisti,
avvolti nei classici colori arancio, giallo e marrone, camminano
silenziosi tra i padiglioni dai tetti gialli e verdi.
L'attrattiva principale di tutto il complesso è la Pagoda
d'Argento, eretta nel 1892 e poi completamente ricostruita settant'anni
dopo, così chiamata per via del pavimento ricoperto da 5.000
piastrelle d'argento da un chilo l'una. Trascorriamo all'interno
del complesso un paio d'ore, più che sufficienti per osservare
con calma ed attenzione tutti gli edifici del palazzo.
Usciamo dal retro del palazzo dopo aver visto un'esposizione all'aperto
di artigianato khmer. Camminiamo senza meta lungo gli spaziosi
viali costruiti dai francesi. Una mamma sta lavando la sua bambina
in una fontana pubblica. La piccola avrà sì e no due
anni. Ci guarda curiosa mentre ci avviciniamo. Tra le altre cose,
abbiamo portato dei vestitini da bambina. Ce li ha dati una cuginetta
di Paola, Alice, per i bambini cambogiani. Diamo quello che abbiamo
alla mamma che, sorridendo, ci ringrazia: terminato il bagnetto
le farà indossare un "nuovo" vestitino.
Lungo la strada notiamo dei bidoni. In cima a questi un contenitore
di vetro collegato alla base da un tubo: sono delle stazioni per
il rifornimento carburante. Ci sono pure quelle "vere",
quelle che si trovano anche da noi, ma queste, più alla buona,
servono a rifornire le innumerevoli motorette che scivolano lungo
le vie cittadine. Prendiamo una remorque moto, che tutti qui chiamano
tuk tuk (come nella vicina Thailandia), anche se in realtà
sono una cosa ben diversa. L'influenza della vicina Thailandia si
fa molto sentire: qualche cartello e qualche t-shirt portano il
nome "wat" (thailandese) anziché "vat"
(khmer) a indicare la parola "tempio". Qualche mese fa,
in seguito ad un'affermazione di una non molto intelligente attrice
thailandese, che attribuiva i templi di Angkor al popolo thailandese,
sono scoppiati in città dei violenti tafferugli, culminati
con la distruzione dell'ambasciata thailandese a Phnom Penh. In
Cambogia si trovano sia macchine con la guida a sinistra che con
la guida a destra: Chanthy ci ha spiegato che le seconde sono macchine,
anche usate, che provengono dal mercato thailandese. Insomma: il
vicino si fa sentire e si fa pure odiare.
Ritorniamo in hotel per una rapida rinfrescata. Dany non ci ha
accompagnato nella visita al palazzo. E' corso a casa per prepararci
una cena cambogiana. Puntuale viene a prenderci con Chanthy. La
tavola è imbandita ed aspetta solo di essere "alleggerita".
Tutto è molto buono: c'è pure l'amok trey che ci accompagnerà
per tutta la vacanza. Parliamo della Cambogia, del futuro del popolo
cambogiano. Chanthy ci dice che la Cambogia, a differenza di altri
paesi dell'aerea, è priva di grandi risorse: l'agricoltura
è abbastanza sviluppata; non altrettanto l'industria. Il
sottosuolo è privo di grandi risorse naturali ed il turismo
è fondamentale per l'economia cambogiana. Si paga l'IVA anche
da loro (mi par di capire solo su certi tipi di beni, quelli d'importazione).
Si pagano le tasse, ma solo se in possesso di un certo reddito annuo.
La Cambogia è appena entrata nel W.T.O. (l'Organizzazione
del Commercio Internazionale): forse questo l'aiuterà a uscire
da una crisi nata con la guerra civile che ha sconvolto questo povero
paese. Ci sono appena state le elezioni ma ancora non è stato
formato il governo che condurrà il paese per i prossimi anni.
Per questo vediamo tanta polizia per le strade, ci dice Chanthy.
In realtà noi non ce ne eravamo neanche accorti: non ci sembra
ce ne sia molta.
Dany ci chiede quali siano i nostri programmi per l'indomani. Gli
rispondiamo che ci interessa visitare la Scuola delle Belle Arti
per assistere ad una lezione di balletto. In più abbiamo
portato qualche regalino dall'Italia (penne, colori, quaderni, fogli
da disegno) e ci piacerebbe donarli a quei ragazzi. Una cugina di
Dany è insegnante: assisteremo a una lezione. Un sorriso
stampato sul mio viso mi accompagnerà in questa troppo breve
serata: sono troppo felice di stare assieme a questa mia "famiglia
cambogiana".
22 dicembre
Ci alziamo di buon ora. Dany è venuto a prenderci in
motorino, accompagnato da due guidatori che ha fermato lungo la
strada. In tre, ciascuno su un motorino, ci dirigiamo verso la Scuola
delle Belle Arti, che qui chiamano Royal Ballet School (e
non Ecole des Beaux Arts come è scritto sulla LP). Ne approfitto
per riprendere il tragitto con la mia nuova videocamera: che bello
rivedersi a casa mentre scorazziamo nel traffico della capitale!
I driver ci aspettano all'entrata. Mentre ci avviciniamo si inizia
a sentire della musica che esce da aule molto spartane. In un angolo,
un centinaio di ragazzi fa colazione mentre altri hanno già
iniziato le lezioni sotto lo sguardo attento e severo delle insegnanti.
Ho letto che Pol Pot ha fatto uccidere tutti gli insegnanti khmer.
Si sono salvate solo due donne, grazie alle quali si è potuta
mantenere in vita l'arte cambogiana.
Saliamo su un terrazzo sul quale decine e decine di bambini seguono
i movimenti di altri un po' più grandi ed esperti. Le insegnanti
correggono le mosse dei loro alunni che, con grande serietà,
seguono la lezione. Scendiamo le scale ed entriamo in una sala dove
sta per iniziare una lezione di danza tenuta dalla cugina di Dany.
Ci sediamo su una panca assieme alle maestre e, in silenzio, assistiamo
a un'intera lezione. Ragazze e ragazzi danzano con grande maestrìa
al suono di un rudimentale mangianastri. A volte sbagliano e vengono
ripresi dalle insegnanti. Ci sono pure dei musicisti che, una volta
terminata la cassetta, incominciano ad accompagnare i movimenti
dei danzatori. Paola riprende con la telecamera e io scatto con
la mia reflex. Alla fine diamo loro i regali che avevamo portato
e dei dollari per comperare il gelato a tutti.
Usciamo dalla scuola e, assieme a Dany, ritorniamo in hotel dove
ad aspettarci c'è una macchina che ci porterà ai Campi
di Sterminio di Choeug Ek, poco fuori città. Anche in
quest'occasione Dany non ci accompagna. Lo avrebbe comunque fatto
per ospitalità nei nostri confronti ma abbiamo preferito
andarci da soli ed evitargli un'inutile sofferenza. Attraversato
un ponte il paesaggio cambia improvvisamente: non ci sono più
case ai bordi della strada ma fatiscenti baracche e tanta immondizia.
La strada è sterrata e procediamo lentamente. Se l'avessimo
fatta in motorino o remorque moto ci saremmo impolverati per bene
(beh.. e io invece che dovrei dire? Turista giapponese!!! "nota
di Gianluca"). Arriviamo a un ponticello e il motorino che
ci precede, trainando tre enormi giare adagiate su un simpatico
carretto, si blocca improvvisamente: la ruota si è incastrata
e non è in grado di spostarlo. Scendo e ,con l'aiuto di altri
tre passanti, riusciamo a farlo ripartire e quindi a proseguire
il viaggio.
All'entrata dei campi troviamo, come in altre parti, dei mendicanti
che, senza braccia o gambe, ci chiedono l'elemosina. Non possiamo
non dare loro qualcosa: ai bambini doniamo delle caramelle ma veniamo
subito rimproverati da un occidentale, forse un prete, che ci ammonisce
dicendo che in Cambogia ci sono pochi dentisti e le caramelle che
abbiamo regalato a questi bambini possono causare loro gravi problemi.
Ci scusiamo ma pensiamo anche che è proprio un assurdo: questi
ragazzini non hanno niente e anche dar loro delle caramelle non
fa altro che peggiorare le loro situazione. Di bambini poi ne abbiamo
incontrati altri durante il nostro viaggio cambogiano e abbiamo
continuato a dar loro le caramelle che ci eravamo portati dall'Italia:
se abbiamo fatto bene o male non lo so, ma lo abbiamo fatto!
Entriamo e subito si para innanzi i nostri occhi lo stupa che contiene
i teschi di centinaia di prigionieri che ebbero la sfortuna di passare
di qui. Ci aggiriamo raminghi tra le fosse comuni sparse un po'
qua e un po' là. Un vaso posto su un piedistallo contiene
delle ossa umane
Il vento è forte. Dei bambini ci seguono
nella speranza di rimediare qualcosa. Paola riprende con la telecamera,
mi segue a distanza ed è così attenta a quello che
sta facendo che finisce in una buca, probabilmente una fossa comune
anche questa. Mi giro e la vedo là dentro: <<Ma cosa
ci fai lì?>>.
Ritorniamo in città. Passiamo per l'NCDP Handicraft, un
negozio che espone i lavori artigianali fatti da disabili. Gli oggetti
in vendita sono di ottima fattura; i prezzi non sono per niente
alti: molto meglio fare acquisti qui piuttosto che contrattare nei
mercatini.
Poco distante si trova il Vat Phnom, il tempio più
importante della città. Nulla però a confronto con
quelli di Angkor che presto vedremo. Il tempio si trova in cima
ad una collinetta artificiale. Si sale lungo una scalinata difesa
da Naga di pietra. Ci togliamo le scarpe per entrare nell'ubosot.
Una musica in sottofondo accompagna la nostra visita durante la
quale abbiamo modo incontrare le uniche persone italiane di tutto
il viaggio cambogiano: sono tre donne che viaggiano da sole. All'esterno
troviamo una statua del Buddha molto kitsch, molto moderna, con
le lucine e delle spirali che girano... Ce ne andiamo al Psar
Tuol Tom Pong, conosciuto anche come Mercato Russo, dove un
tempo i russi andavano a fare acquisti. Per arrivarci abbiamo dovuto
prendere un remorque moto. E' un po' fuori mano e la visita non
è che sia così interessante. Le cose in vendita sono
sempre le stesse: souvenir per turisti e oggetti di uso quotidiano.
Ci facciamo riportare in centro (anche se un vero centro a Phnom
Penh non può dirsi che ci sia), lungo il Tonlè Sap,
di fronte al Vat Ounalum. Entriamo. Non c'è nessuno tranne
un ragazzo che spiega a noi e ad un'altra coppia di occidentali
la storia del tempio. Sembra essere il più vecchio della
capitale, e sicuramente uno dei più sacri, vengono persino
da Taiwan per vederlo.
Accanto al tempio c'è un piccolo mercato, assolutamente
fuori dal circuito turistico. Ci incamminiamo ma subito Paola mi
ferma: il puzzo che pervade l'aria le provoca conati di vomito,
non riesce a proseguire e siamo costretti a ritornare su nostri
passi. Ce ne andiamo verso il F.C.C., il nostro posto preferito
qui a Phnom Penh. Decidiamo di sorseggiare un'altra Tiger, seduti
alla balconata che si affaccia lungo la strada. Immaginando di essere
in compagnia dei corrispondenti di guerra che frequentavano anni
addietro questo posto, sorseggiamo con grande compiacimento un boccale
di birra: Terzani prende appunti al balcone mentre Schanberg e Pran
parlano con l'ambasciatore americano.
Le parole di Gianluca rendono bene l'idea di cosa sia stato per
noi, e pure per lui che ci ha seguito a distanza di qualche mese,
questo posto: <<Eh sì... Ci son luoghi che restano
nel cuore ed emozioni che valgono una vacanza... Credo che quella
mezz'ora su quella terrazza a scrutare l'orizzonte col boccalino
di Tiger nella destra resterà nei miei annali!!! Che poco
senso che hanno al confronto le decine di birre bevute a casa in
anonimi pub!!!>>.
Facciamo una capatina al Psar Thmei, il Mercato Centrale,
il più importante della città. La cupola che sovrasta
il mercato vero e proprio (le bancarelle tutt'intorno sono un'aggiunta
successiva) è strana: il colore giallo la fa una delle cartoline
più vendute a Phnom Penh. È questo un buon luogo per
fare acquisti, souvenir in particolare, ovviamente dopo lunga contrattazione.
E veniamo al calamaro gigante... Mentre ci allontaniamo per ritornare
in hotel, dove ci aspetteranno Dany e Chanthy, passiamo di fronte
ad una bancarella. Qui due signore stanno cucinando del pesce. Mi
blocco, quasi ipnotizzato da cotanta bontà. Paola storce
il naso: tra poco andremo a cena assieme dai nostri ospiti cambogiani
e non è il caso di riempirsi la pancia adesso. Fingo di arrabbiarmi:
non mi ha permesso di mangiare i ragni fritti ed ora mi fa storie
anche per un calamaro!? <<Contento tu... Mangia, mangia...>>.
Pago, mi siedo sullo sgabellino ed assisto compiaciuto al taglio
in mille pezzi dell'enorme calamaro, sul quale viene poi versato
uno strano intruglio. Ne offro un po' a Paola ma lei rifiuta e sentenzia:
<<vedrai che ti verrà lo scagotto
.>>. Mi
sento toccare le spalle, mi giro e con stupore vedo un bambino che,
vestito di sole mutande, mi fa il gesto di dargli da mangiare. Rimango
a bocca aperta: mi sono comportato da bambino viziato, pur di mangiare
qualcosa di cui non avevo bisogno ed ecco che vengo punito! Che
mi serva da lezione... Per la vita! Di bambini non ce ne è
uno solo, ma tre. Non ho più "fame" e lascio loro
il resto.
Corriamo in hotel e, dopo una rapida doccia, siamo di nuovo in
strada. Ho invitato Dany e tutta la sua famiglia a cena fuori. Ho
detto loro di scegliere il posto; il conto invece lo pagherò
io. Ci sono solo Chanthy e Dany: gli altri sono rimasti a casa a
"badare"a Sanera. In realtà si sono preoccupati
del mio portafoglio: non volevano farmi spendere una "follia".
Mi spiace davvero tanto: ci tenevo a trascorrere quest'ultima serata
tutti assieme e ringraziarli della loro ospitalità. Mi faccio
promettere che dopo cena ci porteranno almeno a salutarli.
Usciamo dalla città e percorriamo per qualche chilometro
la strada n.6, fino a giungere al Boeung Bopha Restaurant, il "Ristorante
del fiore di lago", dove ceneremo nel giardino all'aperto.
Entro io per primo mentre gli altri mi seguono ad una distanza di
cinque metri. Subito vengo circondato da una decina di bellissime
ragazze, tutte in minigonna, che - forse mi sbaglio - si propongono
per la serata. Non appena entra anche Paola il sogno svanisce, l'harem
si dilegua, le ragazze si fanno da parte e si limitano a proporci
delle bevande per la cena. Ops! Ma in che posto ci hanno portato?
Questo ristorante è un po' ambiguo (magari per loro è
normale): turisti non ce ne sono; siamo noi gli unici occidentali.
La serata trascorre piacevolmente tra un curry e una birra, una
risata e un brindisi alla nostra amicizia. Sommergo Chanthy, che
parla un perfetto inglese, di domande sul loro Paese: cosa sono
quei banchetti lungo le strade, illuminati dalle candele? Quanto
costa un motorino? Cosa ne pensano degli USA padroni del mondo?
Ecc
Domande alle quali Chanthy risponde con grande cortesia.
Bella! Proprio una bella serata! Che peccato che dobbiamo già
andarcene.
Come promesso, Dany ci porta a salutare gli altri che sono rimasti
a casa. Dico loro che ci è dispiaciuto non cenare assieme:
ci avrebbe fatto tanto piacere averli nostri ospiti. Sorridono.
Bonath e Sanera raggiungeranno Dany a Berlino il prossimo maggio.
Magari le incontreremo di nuovo ormai "tedesche".
23 dicembre
Sveglia presto. Auguri!!!! Paola compie gli anni.in quel di
Cambogia. Stasera festeggeremo. Ora invece liberiamo la stanza.
Dany ci accompagna all'aeroporto. E' assonnato: Sanera forse ha
fatto i capricci stanotte. Gli avevamo detto che ci saremmo arrangiati
per raggiungere il Pochetong Airport ma non ha voluto sentire ragioni.
Mi sono alzato con un po' di mal di stomaco. Le parole di Paola
sussurrate al Psar Thmei sono state profetiche: ho la diarrea! Adesso
che dobbiamo partire per Angkor! Prendo due pastiglie di Normix,
nella speranza di porre fine a questo supplizio prima di imbarcarmi
sull'aereo. Dany ci accompagna fin dentro l'aeroporto. Probabilmente
ci vedremo a Siem Reap: l'hotel che ci ospiterà è
di proprietà del suo capo a Berlino ed lui ha un paio di
cose da fare laggiù. Trascorro l'attesa dell'imbarco al bagno.
Per fortuna c'è l'altoparlante che mi tiene aggiornato. Ho
pure compagnia: ad un altro sventurato è toccata la mia stessa
sorte.
Ecco che annunciano il nostro aereo. Voliamo con Siem Reap Airways,
compagnia cambogiana controllata dalla thailandese Bangkok Airways.
Il velivolo pare in buone condizioni: ha le eliche al posto dei
reattori ma poco importa. Nessun pulmino ci accompagna alla scaletta:
ce la facciamo a piedi.
Durante il volo ho la sensazione che da un momento all'altro precipiteremo.
Ho ancora un po' di diarrea e di conseguenza i sudori freddi. L'aereo
ha le eliche e ciò mi sa tanto di precario. In sottofondo
una stridula canzoncina di Natale ci accompagna per tutto il tempo.
Il tizio davanti a me legge un libro... Ha iniziato il capitolo
17: si intitola "La fine degli uomini". Non c'è
nulla da fare: precipiteremo!
E invece no! Atterriamo puntuali all'aeroporto di Siem Reap, dove
troviamo ad attenderci un autista che ci porterà al Bopha
Angkor Hotel, prenotato via internet. Si propone di farci da guida
per le giornate successive. Lo ringraziamo: ci siamo già
organizzati. In realtà non lo siamo, ma ci sarà pure
qualcuno che non in taxi ma in remorque moto ci accompagnerà
nelle nostre visite!
L'hotel è carino. La nostra stanza ancora non si è
liberata (sono solo le nove di mattina), per cui lasciamo i nostri
bagagli alla reception e usciamo ad "annusare" la strada.
Subito ci vengono incontro alcuni autisti di remorque moto. Ci accordiamo
per 8 dollari per tutto il giorno. Si poteva fare anche meglio,
ma cosa sono 8 dollari per un giorno intero? Mr. Sopha sarà
il nostro fido autista per questo soggiorno ad Angkor.
Prima tappa, l'Angkor Vat, il tempio più importante
e famoso di tutto il sito e, a mio parere, il più bel monumento
antico del mondo.
Più che un tempio, l'Angkor Vat pare sia un mausoleo - quello
di Suryavarman II - essendo orientato a occidente e simboleggiando
così la morte, in contrapposizione all'oriente, dove invece
sorge il sole. Il tempio - chiamiamolo così perché
Vat in khmer vuol dire tempio - è una riproduzione in miniatura
dell'universo: la torre centrale rappresenta il Monte Meru, contornato
da vette minori, circondate a loro volta dai continenti (i cortili
sottostanti) e dagli oceani (il fossato). È cinto da un enorme
fossato, largo 190 metri, che forma un gigantesco rettangolo di
1,5 km per 1,3 km, attraversato a ovest da una strada rialzata in
arenaria. Il muro perimetrale ha la forma di un rettangolo di 1025
metri per 800. L'entrata principale è a ovest ed è
costituita da un porticato lungo 235 metri. Nella torre che sovrasta
la porta si trova la statua di Vishnu dalle otto braccia, alta 3,5
metri e ricavata da un unico blocco di arenaria. Entrando, si passa
in mezzo a due biblioteche ed a due vasche rituali. La parte esterna
della struttura centrale è decorata da una serie straordinaria
di bassorilievi, lunghi 800 metri. Il tempio centrale è disposto
su tre piani: al primo si trovano delle gallerie porticate; agli
angoli del secondo delle torri minori e al terzo si erge la torre
principale alta 55 metri. La scale che portano alle torri centrali
sono molto ripide, a simboleggiare le difficoltà che incontra
l'uomo per raggiungere il regno degli dei.
C'è poca gente a quest'ora (siamo fortunati) e ce ne sarà
ancora meno durante la nostra visita che, con tutta calma, si protrae
durante le ore più calde della giornata. Giriamo tutto intorno
per ammirare i bassorilievi. Armato di carta e matita, ricalco alcune
scritte in khmer antico che si trovano sulle colonne che sorreggono
il porticato.
Salgo in cima all'Angkor Vat a "respirare la storia",
come scrive Terzani. Lo faccio da solo, Paola ha paura: le scale
sono molto ripide e per di più quasi tutti i gradini sono
smussati dal tempo. Io soffro di vertigini ma non posso tirarmi
indietro. Arrivato in cima con tutto lo zaino di reflex ed obiettivi,
mi diverto a consumare alcuni rullini: il paesaggio tutto intorno
è strepitoso e le apsara scolpite sulle colonnine del cortile
interno sono bei soggetti per le mie pose. Ed ora bisogna scendere.
Guardo sotto: sarò ad un'altezza di 15/20 metri e mi viene
un groppo in gola. Tanta strada per morire qui in Cambogia! Faccio
un giro per vedere quale delle scalinate è la meno assassina
e chiedo a Paola di fare lo stesso per dirmi da dove mi conviene
scendere. Risposta: <<Sono tutte uguali!>>. Un inglese
è nella mia stessa situazione: anche lui soffre di vertigini.
Ci scambiamo un <<good luck!>>. Sistemo per bene tutto
nello zaino: devo avere le mani libere. Se devo morire in questo
modo che almeno Paola mi riprenda con la videocamera: ai posteri
il ricordo di questo giovane che ha sfidato la sorte in quel di
Angkor!
Scendendo gli orrendi scaloni - più alti che profondi e
tutti erosi dall'incedere del tempo - nella stessa posizione in
cui li avevo saliti (o meglio: scalati), riesco, non senza qualche
tremore alle gambe, a raggiungere la salvezza. Dalla scalinata vicino
è sceso l'inglese, paonazzo in viso forse per il gran caldo
forse per lo scampato pericolo. Ci guardiamo e sorridiamo per l'essere
ancora vivi.
Decidiamo di fare i turisti e ci facciamo portare da Mr. Sopha verso
la mongolfiera, posta a un chilometro di distanza. Paghiamo
gli 11 dollari a testa per salire e, assieme ad altre tre persone
(non c'è gente... Tanto meglio: potremo goderci la vista
dall'alto senza seccature), ce ne stiamo per alcuni minuti sospesi
nell'aria. Soldi ben spesi: la vista dall'alto è mozzafiato
ed è possibile farsi un idea dell'enormità e bellezza
dell'Angkor Vat. Mentre Mr. Sopha fa uno spuntino seduto ai chioschetti
vicini, noi ci sediamo sulla terrazza imbarcadero del Sras Srang,
un bacino che attualmente misura 350 metri per 700, l'unico importante
rimasto intatto. Il Baray Orientale e in parte quello Occidentale
sono ormai prosciugati e forse questa (altri dicono a causa di un'invasione
di un popolo nemico) è la ragione che spinse secoli fa il
popolo khmer ad abbandonare l'aerea.
Accanto il Banteay Kdei, la "Cittadella delle celle",
tempio buddhista circondato da mura concentriche. I quattro ingressi
sono sormontati dal gigantesco volto di Avalokiteshvara. Un guardiano
ci controlla il pass (accade solo ai templi principali) e, dopo
aver varcato l'enorme gopura, visitiamo il complesso in compagnia
di un gallo e due galline.
Il tramonto si avvicina. Abbiamo in programma di farci portare al
Phnom Bakheng, edificato tra l'889 e il 907 sull'omonima collina,
posto ideale per godere del tramonto sull'Angkor Vat. Molti hanno
avuto la nostra stessa idea e non ne siamo sorpresi: il tramonto
da questa posizione è uno dei più fotografati qui
ad Angkor. È possibile farsi portare in cima a dorso di elefanti
ma non abbiamo tempo e dunque saliamo a piedi.
Accompagnati dal suono ritmico di una musica cambogiana, saliamo
lungo il percorso assieme ad altre persone, quasi a simulare una
processione. Il momento è magico: mi sembra di esser tornato
indietro nel tempo. Arriviamo in cima con il fiatone. A precederci
ci sono ormai molte persone. Troviamo comunque un ottimo posto:
saltiamo dall'ultimo livello del tempio al penultimo, dove non c'è
nessuno (altri faranno come noi) e posiziono il cavalletto che userò
sia per la reflex che per la videocamera. In fondo, a una distanza
di poco più di un chilometro, sbucano dagli alberi le torri
dell'Angkor Vat. Poco sotto gli "autisti" di elefanti
prendono in giro noi turisti che, a bocca aperta, volgiamo lo sguardo
verso qualcosa che per loro è così normale. Un "ooohhh"
collettivo accompagna il sole che sparisce all'orizzonte.
Scendiamo da dove sono saliti gli elefanti. E' ormai buio e dobbiamo
fare particolare attenzione a non calpestare gli escrementi che
questi simpatici pachidermi hanno lasciato sul sentiero.
Sotto Mr. Sopha ci aspetta e, non appena sbuchiamo fuori dagli alberi,
il suo sorriso ci illumina la via. Saliamo sul "calesse"
e ce ne torniamo in hotel.
Un'irrefrenabile voglia di gelato mi assale. Non so il perché
ma lo capirò presto. Abbiamo camminato tutto il giorno sotto
un sole cocente, ci siamo alzati presto la mattina, Montezuma è
venuto a trovarmi di buon ora, non ho bevuto che una coca cola:
ho preso un bel colpo si sole! La temperatura corporea si è
alzata, sento freddo e ho solo voglia di gelato. Sono stanchissimo
e non ce la faccio ad alzarmi dal letto. Paola è molto preoccupata,
fin troppo... Le dico che è solo un colpo di sole e che domani
sarò in piena forma.
24 dicembre
Ci alziamo abbastanza presto. Mr. Sopha ci aspetta davanti
all'hotel. Altri driver si fanno avanti per offrirci un trasporto.
Faccio segno che il trasporto ce l'abbiamo già, Mr. Sopha
sorride.
Prima di partire, però, diciamo a quelli della reception
che nella nostra stanza, e in particolare in bagno, si sentono cattivi
odori. Chiediamo se è possibile cambiarla. Ci dicono che
l'unica stanza disponibile è una deluxe. Noi abbiamo prenotato
una standard: se paghiamo la differenza di prezzo non c'è
problema. L'odore, o meglio il puzzo, è insopportabile e
ci accordiamo perché si faccia il cambio: pagheremo la differenza.
La stanza che ci danno è ampia quasi tre volte rispetto a
quella precedente, il bagno enorme, con la vasca e la doccia. Il
letto è incredibilmente grande: hanno accostato due letti
matrimoniali e ci si potrebbe dormire in quattro! Invece del puzzo,
un soave profumo di fiori invade la stanza: finalmente!
Rifacciamo la strada del giorno prima, passiamo al controllo biglietti.
Qui i turisti devono fermarsi mentre i locali che, al contrario
(e mi pare anche giustamente), non pagano il biglietto (che peraltro
equivale a circa una settimana di stipendio! "nota di Gianluca")
possono proseguire tranquillamente.
Transitiamo lungo una strada sulla quale ci sono dei lavori in corso.
Decine di donne (e qualche uomo) stanno rifacendo il manto stradale.
La cosa assurda è come lo fanno: gli uomini rovesciano sulla
strada del catrame liquido; le donne vi stendono sopra dei sassolini,
come per realizzare un mosaico! Il bello è che non appena
tolgono i nastri che impediscono il passaggio degli autoveicoli,
questi, passandoci sopra, distruggono in poche ore il lavoro di
giorni: che assurdità!
Foto di rito alla Porta Meridionale di Angkor Thom, la città
fortificata fatta costruire da Jayavarman VII e circondata da un
lunghissimo jayagiri - muro di cinta - alto 8 metri e lungo la bellezza
di 12 chilometri. La porta è sovrastata da un enorme volto
di Bodhisattva Avalokiteshvara mentre, davanti ad essa, si ergono
54 statue di divinità e 54 statue di demoni.
Ci facciamo portare subito al Bayon che con le sue 54 guglie
decorate con i 216 volti di Avalokiteshvara - qualcuno dice si tratti
dello stesso Jayavarman VII - è uno dei monumenti più
famosi e belli di tutto il sito, secondo solo all'Angkor Vat. Sulla
galleria del primo livello si possono ammirare degli stupendi bassorilievi
che celebrano la vittoria sui Cham conseguita da Jayavarman VII.
Accanto alle scene belliche, ferve la vita delle case su palafitte,
nei mercati e nei palazzi. Arrivati al terzo piano ci si trova immersi
in una foresta di volti pietrificati, il capolavoro del Bayon, con
l'enorme prasat di 25 metri di diametro al centro. Foto da lontano,
foto da vicino, con cavalletto, con filtri, foto di particolari...
Insomma: è tutto un gran immortalare la bellezza di questo
tempio. All'interno del prasat una vecchina brucia e ci fa bruciare
dell'incenso di fronte ad una piccola statua del Buddha. La luce
fioca delle candele e l'oscurità tutt'intorno ci riporta
indietro nel tempo.
Il Baphuon, nelle vicinanze, è in restauro. L'eccezionalità
delle dimensioni e la mediocrità degli architetti del tempio
ne hanno causato il crollo. Solo la famosa strada rialzata è
visibile; il resto lo hanno smontato e, dopo averlo "ricostruito"
in cemento, ora gli "appioppano" addosso i blocchi di
laterite originari, secondo il metodo dell'anastilosi . Un cartello
dell'Apsara Authority, l'ente che gestisce il sito e si occupa del
restauro dei vari monumenti, ci spiega cosa stanno facendo e soprattutto
come lo stanno facendo.
Passeggiamo sotto l'ombra degli alberi in religioso silenzio, attenti
al frusciare delle foglie. Alcuni cani randagi si avvicinano per
salutarci e, poco dopo, con nostro sollievo, se ne vanno. Ci sediamo
ai bordi della Vasca Reale ad osservare alcune donne che con grande
ardore rastrellano le foglie cadute dagli alberi e le mettono in
enormi sacchi neri.
Poco più avanti c'è il Phimeanakas, un piccolo
ed antico tempio su tre livelli che sorge proprio al centro dell'antica
corte reale e che, manco a dirlo, rappresentante il mitico Monte
Meru. Zhou Daguan, funzionario cinese che soggiornò ad Angkor
tra il 1296 e il 1297 e che scrisse le "Memorie sui costumi
della Cambogia", racconta che la cupola in cima al tempio fosse
addirittura d'oro. Ora molte decorazioni sono danneggiate, ma vale
comunque la pena salirci, se non altro per smaltire qualche chilo
di troppo.
Ai piedi della struttura ci sono alcune bancarelle di souvenir.
Acquistiamo alcune stampe in carta di riso molto belle che ora abbelliscono
i muri di casa nostra. Ci sono pure delle ragazze che vendono delle
bibite fresche e così ci fermiamo per un po' di ristoro.
Siamo gli unici turisti, fatta eccezione per l'amico inglese conosciuto
in cima all'Angkor Vat. Superata la paura ora è salito pure
sul Phimeanakas. A casa, nel cassetto, giaceva immobile uno swatch
nuovo di fabbrica, regalo mai usato. Me lo sono portato in Cambogia.
Non lo userò mai ed ho deciso di regalarlo a qualcuno del
posto. Una ragazza si siede accanto a noi: vuole venderci dei braccialetti
Noi le regaliamo l'orologio e il suo viso si illumina di gioia.
Le amiche fanno capannello. E' imbarazzata: sognava un orologio
ma non aveva i soldi per comperarselo. Ora ne possiede uno e sono
più contento io di averglielo regalato che lei ad averlo
ricevuto.
Ci spostiamo ai piedi dell'immenso albero che avvolge in un abbraccio
mortale il Preah Palilay, un piccolo tempio abbandonato di cui la
natura circostante s'è impossessata, fratello minore del
più famoso Ta Phrom. Poco distante, il Tep Pranam, una terrazza
buddhista a pianta cruciforme nelle cui vicinanze hanno costruito
una casa in legno abitata da alcune monache. La statua del Buddha
lì accanto non è così interessante e così
tiriamo dritto.
Usciamo da sotto gli alberi e ci ritroviamo proprio sotto la Terrazza
del Re Lebbroso. Collegata con quest'ultima, la Terrazza degli Elefanti.
In cima alla Terrazza del Re Lebbroso si trova una statua asessuata
il cui originale è custodito al Museo Nazionale di Phnom
Penh. La tradizione popolare khmer sostiene che sia la statua di
Jayavarman VII. Pare che il famoso sovrano avesse la lebbra e, forse
proprio per questa sua condizione, si dice che abbia fatto costruire
numerosi ospedali durante il suo regno. Gli studiosi, invece identificano
la statua con Yama, il Signore dei morti. La supposta rappresentazione
della lebbra sarebbe invece opera dei licheni.
La Terrazza degli Elefanti si protrae verso la piazza centrale con
i suoi cinque contrafforti. In cima ad essa il sovrano e la sua
corte osservavano le cerimonie e le parate e partecipavano alle
udienze pubbliche. Mr. Sopha si riposa sotto un albero vicino. Non
gli avevamo detto dove aspettarci eppure si è fatto trovare
senza che noi lo cercassimo.
Prossima destinazione il Preah Khan, uno dei templi più belli
affascinanti. Mr. Sopha ci ferma ad un ingresso: si tratta di quello
occidentale. Lui ci aspetterà a quello settentrionale, senza
bisogno di farci tornare indietro: è proprio un professionista!
Simile al Ta Phrom, ma meglio conservato, questo dedalo di gallerie
coperte da licheni è una delle strutture più grandi
di Angkor. Utilizzato come luogo di insegnamento, ricalca il modello
indiano delle grandi università buddhiste. Racchiuso da quattro
cinte, è bordato da un fossato largo 40 metri. Superiamo
il gopura occidentale, attraversiamo il complesso templare e ci
perdiamo ad ammirare stupendi bassorilievi: i più belli,
quelli delle sensuali danzatrici apsara.
Sulla via per uscire dal tempio incrociamo quattro ragazzi che suonano
stando seduti a terra. Ci fermiamo ad ascoltarli, mentre tutti gli
altri turisti tirano dritto. Solo guardandoli bene ci accorgiamo
che non sono dei ragazzi "normali": hanno tutti delle
menomazioni: chi il gozzo, chi un braccio amputato. Pur non essendo
stata con loro la vita molto generosa sono tutti sorridenti e suonano
pure con grande maestrìa.
Decidiamo di andare a vedere un altro tempio, il Ta Som, prima di
raggiungere l'Angkor Vat per il tramonto. Oltre all'albero che si
è impossessato del prasat centrale, questo tempio non offre
granché, tanto che, dopo pochi minuti, ci facciamo portare
all'Angkor Vat.
Numerosi turisti, ma non solo, si apprestano a godere di una delle
più belle viste di tutta Angkor. Non siamo più in
cima al Phnom Bakheng ma seduti sul muretto esterno del tempio,
quello che cinge l'enorme fossato posto a protezione dell'Angkor
Vat. Accanto a noi una donna sfama la prole con del riso colloso.
Un cane cerca senza troppa convinzione di partecipare al misero
pasto e viene subito allontanato. Si avvicina a noi un bambino con
gli abiti sporchi e la faccia triste. Vuole l'elemosina ma non ha
il coraggio di chiedercela: si limita a guardarci con quegli occhi
spenti di uno che soffre. Non possiamo rimanere insensibili alla
scena: gli diamo qualche riel e invece di andarsene se ne sta lì
ad osservarci con un timido sorriso. Posiziono la videocamera sul
cavalletto e riprendo il più bel tramonto sull'Angkor Vat
che abbiamo avuto la fortuna di vedere. L'ombra delle sera è
rischiarata dai flash dei turisti. Siamo tutti rapiti da tanta bellezza.
Anche i locali partecipano alla rappresentazione che la natura sta
inscenando per noi.
Come tutti, ci facciamo riportare a Siem Reap.
Ieri stavo male e non abbiamo cenato ma oggi, pur stanchi, decidiamo
di farci un giro per il paese alla ricerca di un buon ristorante.
Consigliato dalla LP ci sediamo al Dragon Soup, un ristorante vietnamita
che serve anche cibo khmer. Il posto è semplice. pochi tavoli
al piano terra e altrettanti a quello superiore. Paola ordina come
sempre gli spring rolls, gli involtini primavera, tipico antipasto
di un po' tutte le cucine asiatiche. Con sua sorpresa gli involtini
sono crudi. Non li vuol mangiare, <<sanno di strada>>
sbotta lei. <<Ma cosa vuol dire sanno di strada>>, chiedo
io divertito. <<sanno di strada!>> risponde imbronciata.
<<Vorrà dire che li mangerò io>>. E infatti
così accade, anche se Paola cerca di impedirmelo per evitarmi,
a detta sua, problemi di stomaco. A onor di cronaca, devo dire che
problemi non ne ho avuti e che tanto "di strada" non sapevano.
Trascorriamo il dopocena in un internet point a scrivere agli amici
le nostre prime sensazioni di questa terra meravigliosa. Agguerrite
zanzare killer ne approfittano per sfamarsi col mio polpaccio. Che
mi abbiano trasmesso la malaria? Non credo: questa è la stagione
secca. Ho letto che casomai i problemi ci possono essere in quella
umida... Speriamo...
25 dicembre
Oggi è il giorno del Ta Phrom, "l'antenato Brahma",
edificato da Jayavarman VII, il famoso tempio abbandonato di cui
la giungla si è rimpossessata con un abbraccio mortale. L'Apsara
Authority ha deciso di non restaurare, se non in minima parte, il
complesso: si è deciso di lasciare gli enormi alberi che
si ergono dalle torri e dai portici del tempio là dove sono
stati trovati quando, nel 1868, il francese Henri Mouhot (ri)scoprì
il sito di Angkor. Si è scelto di lasciare tutto così
com'era per evocare nei moderni visitatori l'emozione provata dai
primi esploratori di Angkor. Altra ragione, forse, fu quella di
evitare che il complesso crollasse, una volta rimossi gli alberi
che lo avviluppavano.
Un'iscrizione alla Conservatoria di Angkor fornisce un'idea di quanto
grande fosse un tempo questo complesso: all'interno della cinta
muraria che lo circonda, lunga 1.000 metri per 700, vivevano fino
a 12.640 persone!
Sulla copertina della LP c'è la foto di un anziano signore
in abito blu che, ingobbito, ramazza la polvere davanti ad un tempio
decorato da sinuose radici d'albero. Sono convinto che quella foto
sia stata scattata qui e sono altrettanto certo che, una volta entrati,
troveremo quell'omino curvo dal mite sorriso. Ed infatti è
così: in uno dei cortili, all'ombra di uno dei prasat, seduto
accanto a modesti souvenir per turisti, siede l'omino della LP.
Mi avvicino e dico a Paola che è lui: è quello che
sta sulla LP! In un primo momento non ci crede ma poi, quando le
mostro la copertina, si convince. Anche lui è conscio della
sua fama: a una donna giapponese che gli si avvicina, forse per
dare un'occhiata ai souvenir, indica la copertina della LP che qualche
turista gli ha regalato.
Seguo alcuni turisti all'interno di uno dei prasat. Stando in piedi
in un punto ben preciso e colpendo violentemente il petto con la
mano si ode un rimbombo, quasi un eco, che fa sorridere un po' tutti.
Trascorriamo la prima mattinata all'interno del complesso. Ogni
angolo è un magnifico soggetto per reflex e videocamera.
Salgo sulle pietre fino a raggiungere i tetti dei porticati. Le
foto dall'alto sono ancora più belle.
Saliamo in cima al Ta Keo, il tempio montagna di Jayavarman
V, iniziato dopo il 975 e mai portato a termine. Due giapponesi
ci fanno ridere: quello belloccio si fa fotografare dall'amico sfigato
in posizioni da divo, ora con gli occhiali da sole, ora con i muscoli
ben in evidenza, ora appoggiato ai prasat che si trovano sul terzo
ed ultimo livello.
Nelle vicinanze lo Spean Thmor, un ponte in pietra ormai
distrutto. Sfrecciamo davanti al Pre Rup, in direzione Banteay Samrè.
Attraversiamo il villaggio Pradek. Le case son tutte uguali: palafitte
in legno sostenute da alti pali. Di fronte a ogni abitazione si
trova una grande pentola in ferro. All'interno stanno cucinando
il riso, la base dell'alimentazione cambogiana, come anche di gran
parte dei paesi asiatici. Qualche bufalo d'acqua, qualche cane,
un biliardo e tanti bambini. Ci fermiamo davanti una palafitta,
due donne con tre bambini ci osservano. I piccoli si avvicinano
ma poi scappano ridendo.
Il Banteay Samrè, che sorge all'estremità del
Baray Orientale, è un eccezionale tempio in piano fatto erigere
dal popolo dei Samrè, da cui deriva il nome che vuol dire
"Cittadella dei Samrè". Entriamo da nord: prima
una cinta e poi una seconda, all'interno della quale troviamo due
biblioteche e due vasche ormai prosciugate. Un tempo, quando queste
erano piene di acqua e questa circondava il vestibolo e la cella
centrale, doveva essere proprio un bel vedere. All'interno di uno
dei gopura meridionali un ragazzo milanese ha aperto a terra il
suo enorme zaino. Vi sono contenuti numerosi obiettivi ed altro
materiale fotografico. Aiutato da un amico armato di esposimetro
ha coinvolto due graziose ragazze cambogiane nella realizzazione
di un magnifico servizio fotografico. I volti orientali delle due
fanciulle si affacciano alla finestra del gopura, il sole ne illumina
i dolci tratti che risaltano sullo sfondo scuro delle pareti in
laterite. Come in trance, si inginocchia, si alza, si abbassa, cambia
angolazioni e scarica i rullini uno dietro l'altro. Lo osservo con
attenzione, cercando di imparare qualcosa.
Sul lato orientale, un lungo viale processionale conduceva gli antichi
visitatori a una scala fiancheggiata da due leoni e poi a una terrazza
che forma la base del gopura. Procediamo in senso opposto. Paola
si siede sulla scala e io passeggio lungo il viale alla ricerca
di qualche sasso da portar via come ricordo. A metà troviamo
un enorme termitaio, duro come la roccia. Sostiamo sotto il solleone
prima di andarcene.
Proseguiamo verso est e saliamo sul Mebon Orientale, edificato su
un'isola artificiale di 120 metri per lato in mezzo all'enorme bacino
d'acqua del Baray Orientale. Quello occidentale è ancora
parzialmente bagnato dalle acque che giungono dal Tonlé Sap,
quello orientale invece è ormai purtroppo completamente prosciugato.
Un tempo vi si accedeva solamente in barca, attraccando ai quattro
pontili fiancheggiati da leoni. Nella parte più interna,
sul secondo livello, si ergono otto prasat quadrati in mattoni,
dedicati agli otto aspetti di Shiva, e cinque costruzioni rettangolari.
Agli angoli quattro splendidi elefanti monolitici. Dei bambini ci
seguono. Uno ha appesa al collo una chiave: a cosa serva non so
visto che tutte le case sono delle capanne o delle palafitte. Regaliamo
loro delle caramelle.
Chiediamo a Mr. Sopha se conosce qualcuno che ci possa portare domani
al Fiume dei Mille Linga, poi al Beng Mealea ed infine al Banteay
Srei. Contrattiamo ma non riusciamo a spuntare un gran prezzo: 55
dollari per l'intera giornata! A ben vedere, non è andata
poi tanto male vista la distanza dei siti da Siem Reap e il fatto
che viaggeremo in auto evitando di mangiare polvere sui traballanti
remorque moto. Ci accordiamo perché ci venga a prendere alle
8.
Oggi è Natale ed abbiamo deciso di festeggiare al Bopha
Angkor Restaurant, il ristorante del nostro hotel. È uno
dei più carini qui a Siem Reap ed è pure consigliato
dalla guida. Tutto molto buono. Il prezzo un po' più alto
della media.
26 dicembre
Come d'accordo, il nostro nuovo autista ci aspetta di fronte
all'hotel. Saliamo in macchina. Questa volta non facciamo la solita
strada verso Angkor: i siti che intendiamo visitare oggi si trovano
lontano da Siem Reap. Prendiamo una lunga e larga strada asfaltata
e ci dirigiamo verso est.
Percorriamo solo qualche chilometro e la strada, da asfaltata, si
trasforma in sterrata. Le buche sono enormi: meno male che è
la stagione secca; in quella piovosa deve essere realmente difficoltoso
passare di qui. Superiamo macchine, veniamo superati da altre. Quasi
tutti i turisti si fanno portare in auto: pochi temerari, forse
due, in motorino o remorque moto. Ogni tanto veniamo sballottati
di qua e di là, pur essendo seduti su comodi sedili di macchine
ammortizzate. Non oso immaginare cosa debbano provare coloro che
si trovano sui motocicli.
La terra è rossa, di un colore bellissimo. Ci fermiamo ad
ammirare la campagna circostante e ne approfitto per prenderne un
po' come ricordo. L'erba è per lo più secca. Questa
è la stagione arida, la migliore per visitare la Cambogia:
mai un giorno di pioggia!
Attraversiamo dei villaggi affacciati sulla strada. Sono tutti uguali:
qualche "negozietto", alcune palafitte, nel giardino di
ognuna di queste la solita enorme pentola in ferro dentro cui cucinare
il riso e lavare i vestiti nell'acqua calda. Che belli i bufali
d'acqua! Alcuni si rinfrescano in enormi pozze vicino alle capanne,
altri brucano tranquilli nei campi.
Dopo un'ora e mezza, per percorrere appena 50 chilometri di strada,
arriviamo al parcheggio dove si fermano coloro che intendono recarsi
al "Fiume dei Mille Linga", conosciuto anche con il nome
di Kbal Spean.
Subito veniamo assaliti da numerosi venditori che cercano di rifilarci
i soliti souvenir. <<Magari dopo, grazie>>. <<Paola,
sei pronta per fare un po' di trekking?>>; <<Come trekking?>>
risponde lei. <<Trekking, trekking... Adesso facciamo un bel
po' di strada in salita!>>.
Per raggiungere il fiume bisogna percorrere un sentiero che si
inerpica su per la collina: nulla di pericoloso o eccessivamente
stancante. La strada è ben segnalata e non ha una pendenza
eccessiva, se non in certi punti. Il caldo incomincia a farsi sentire,
anche se gran parte del sentiero è protetto da una vegetazione
che molto assomiglia ai nostri boschi. Mi attirano degli strani
alberi con rami volanti. Forse delle liane? Mi diverto a dondolare,
aggrappandomi a questi lunghi tentacoli. C'è altra gente
ce si dirige al fiume, altra ancora che già ritorna al parcheggio.
Ci vorrà molto? Quaranta minuti in tutto. Stiamo per arrivare
al fiume. Delle strane formazioni rocciose attirano la nostra attenzione.
Una in particolare è proprio buffa, sembra un porcino: la
base stretta stretta e il corpo bello tondo. Sentiamo il rumore
dell'acqua: il fiume adesso è proprio vicino.
Kbal Spean significa "testa di ponte", in riferimento
al ponte di pietra naturale che si trova nelle vicinanze. Il letto
e le rive del fiume sono scolpiti da magnifici bassorilievi raffiguranti
dei linga, (da qui il nome "Fiume dei Mille Linga"). A
realizzarli furono degli antichi eremiti. La vista è notevole!
Poca acqua scorre nel letto del fiume per cui possiamo ammirare
i bassorilievi in tutta la loro bellezza. Sparse qua e là
ci sono anche delle belle sculture di divinità hindu. Che
scempio! Qualcuno armato di martello e scalpello ha asportato una
delle quattro stupende sculture che si trovano proprio nel letto
del fiume. Chissà dov'è adesso?
Più in basso, altri bassorilievi e una cascata, parente minore
di quelle del Niagara. Ce ne stiamo seduti a prendere un po' di
fresco e approfittiamo per leggere la guida.
Ritorniamo verso il parcheggio, la discesa è piacevole: un
giusto premio per la precedente salita.
Ce ne andiamo ora al Beng Mealea, il "Bacino dei Loti",
uno dei templi più misteriosi e grandi di Angkor. Sicuramente
anche uno dei meno visitati, visto che si trova a una trentina di
chilometri da Kbal Spean e a una sessantina da Siem Reap. Costruito,
si dice, da Suryavarman II nello stesso periodo dell'Angkor Vat,
si pensa fosse eretto nel mezzo o sul bordo di un grande baray,
ora completamente prosciugato. Davanti all'entrata, il solito villaggio
di povera gente, le solite guardie. Questa volta però ci
sono anche alcuni poliziotti, forse perché il sito è
così lontano dagli altri, quasi a proteggere i visitatori
da eventuali malintenzionati. Sulla guida c'è scritto che
l'entrata è gratis ma i poliziotti vogliono farci pagare
due dollari: una tangente? Dico loro che l'entrata non si paga.
Mi rispondono che mi sto sbagliando e insistono che dobbiamo pagare.
<<Va bene, però mi date i biglietti!>>. I biglietti
però non li hanno - ovvio! - e allora, alzando il tono, dico
loro che paghiamo un dollaro e basta. Accettano.
Entriamo accompagnati da una guardia. Invece di seguire la strada
rialzata in legno che costeggia il complesso, entriamo nel tempio.
Se fossimo stati da soli non ci saremmo mai azzardati ad abbandonare
la strada maestra: è una fortuna che il custode ci accompagni.
L'interno è spettacolare: il tempio è completamente
abbandonato, numerosi i blocchi di pietra caduti, magnifiche le
sculture in pietra che giacciono qua e là. Le radici della
giungla si sono impossessate di ogni angolo del tempio: questo è
stato realmente lasciato a sé stesso. Scaliamo i blocchi
di pietra. Saliamo sui muri e camminiamo a un'altezza di quattro
metri dal suolo: bello, bellissimo! Interessanti le lunghe gallerie,
ampie e voltate, costruite interamente in arenaria. Quelle per le
quali gli architetti hanno osato impostare una falsa volta sono
crollate; le altre resistono fiere alla violenza della natura. La
guardia conosce tre parole di inglese e cerca in qualche modo di
farci anche un po' da guida, più che altro a gesti. Uno strano
animale, simile ad un enorme scoiattolo rosso, fugge al nostro arrivo;
tutt'intorno uccelli si chiamano l'un l'altro. Improvvisamente,
non si sa da dove, sbucano fuori due bambini che, in silenzio e
sull'attenti, ci guardano curiosi. Le solite caramelle escono dal
marsupio di Paola. Ce ne andiamo dalla parte opposta di quella da
dove siamo entrati e diamo una piccola mancia al guardiano che così
ci accompagna all'uscita.
Torniamo indietro e ci fermiamo al Banteay Srei, un tempio
hindu consacrato a Shiva. A differenza degli altri templi, non fu
commissionato da re bensì da due brahmani, Yajnavaraha e
suo fratello Vishnukumara. Realizzato con pietre di tonalità
rosate, conserva alcuni dei più bei bassorilievi di tutta
Angkor. Al contrario del Kbal Spean e del Beng Mealea, qui è
pieno di gente, vuoi per la fama del tempio, vuoi per la sua relativa
vicinanza alla cittadina di Siem Reap (solo trenta chilometri).
Entriamo dal gopura orientale, percorriamo la via rialzata che conduce
al cuore del complesso dove si trovano le sculture delle seducenti
devata. All'interno troviamo alcune comitive di turisti asiatici
e dunque dobbiamo pazientare un po' per poter ammirare in santa
pace le sculture che, si dice, siano state realizzate con grande
maestrìa da donne. Proprio da qui viene il nome di Banteay
Srei che significa appunto "cittadella delle donne". L'interno,
racchiuso da tre mura quadrate concentriche, è meraviglioso:
le due biblioteche e la piattaforma dei tre prasat sono riccamente
decorati con motivi floreali e volti umani e demoniaci.
Ritorniamo verso Siem Reap, non prima di esserci fermati per l'ennesima
volta per permettere al nostro autista incontinente di fare ciò
che sembra non poter trattenere. <<Non gli darai mica la mano!>>
mi ammonisce Paola. <<Non ti preoccupare>>. Scendiamo
dall'auto, pago la giornata e do la mano al sorridente incontinente!
<<Che schifo, non si è lavato le mani>> mi fa
Paola. Una smorfia disgustata copre il mio viso. Ci guardiamo e
scoppiamo a ridere.
<<Chanthy!!!!!!>>. Incredibile! Dany ci aveva detto
che forse sarebbe venuto a Siem Reap ma non ci aspettavamo di trovare
Chanthy. Lo vediamo che sfreccia sul retro di un motorino. Scende
e ci racconta che si trova qui perché domani il suo capo
si sposa e ha invitato lui ed altri colleghi al matrimonio. Gli
chiediamo se c'è anche Dany. Lui no: arriverà domani.
Gli proponiamo di cenare con noi ma non può: questa sera
andrà ad una specie di addio al celibato.
Entriamo in hotel e chiediamo la chiave della nostra stanza ma ci
dicono che ce l'hanno cambiata. <<E tutta la roba che c'era
dentro?>>. L'hanno presa e spostata in un'altra stanza, pure
quella che era nell'armadio che avevamo chiuso a chiave. Protestiamo:
ci avevano detto che la stanza deluxe ce la davano per tutto il
resto del soggiorno ed ora ci rispediscono di nuovo in una standard
puzzolente? Paola si arrabbia, io pure. Dico loro che queste cose
non si fanno: non potevano permettersi di spostare tutta la nostra
roba senza il nostro permesso. Se sapevano che dovevamo ricambiare
la stanza, potevano dircelo la mattina quando abbiamo consegnato
loro la chiave! Sono imbarazzati. Ci facciamo dare le chiavi della
nostra nuova stanza. Spero per loro che non sia puzzolente come
la precedente. Per fortuna non lo è e dopo un po' l'arrabbiatura
ci passa.
Ceniamo al F.C.C. di Siem Reap. Questo lo hanno messo lì
per i turisti e non ha assolutamente il fascino di quello di Phnom
Penh. Il cibo non è male: per questa sera hamburger e patatine
anche perché l'amok trey ci ha un po' stufato.
27 dicembre
Abbiamo visto tutto quello che c'era di importante da vedere
ed è giusto che ci rilassiamo un po': oggi ce la prendiamo
con calma.
Non ci siamo messi d'accordo con Mr. Sopha per cui, quando usciamo
più tardi del solito dall'hotel, non lo troviamo lì
ad aspettarci. Peccato, non lo potremo salutare. Contrattiamo con
un altro driver per l'escursione giornaliera, vogliamo andare a
vedere il complesso Roluos, i tre templi più antichi,
e poi ritornare in paese per comperare qualche souvenir.
Percorriamo la strada del giorno prima, quella lunga e asfaltata
verso est, e dopo venti minuti, siamo al Lolei, il minore dei tre.
Dell'antico tempio non restano che quattro torri: non sono molto
interessanti tanto che siamo più attratti da una scimmietta
legata a un palo della palafitta accanto.
Nelle vicinanze si ergono i resti del Preah Ko, il "sacro
toro", così denominato per le tre statue di Nandi, la
cavalcatura di Shiva. I sei prasat sono disposti su due file, quelli
centrali più grandi degli altri. Sugli stipiti delle porte
di accesso si possono ammirare delle inscrizioni in sanscrito. Sei
leoni fanno la guardia alle scale che portano al basamento sul quale
si ergono i prasat. Tre tori li guardano ammirati.
Il terzo tempio, il più importante, il Bakong, dista
solo pochi chilometri e in pochi minuti lo raggiungiamo. Lungo la
strada che porta al tempio notiamo due classi che stanno facendo
lezione. L'edificio è senza un muro, per cui possiamo osservare
ciò che stanno sta facendo. Lo stesso insegnante, poco più
che ventenne, si alterna da una classe all'altra e un continuo vociare
accompagna la lezione di matematica. In Cambogia la scuola è
a pagamento, per cui questi ragazzi appartengono a famiglie che
possono permettersi di mandare i figli a scuola.
Il tempio è il più grande ed interessante di tutto
il complesso e ospita nelle vicinanze anche un monastero buddhista.
La struttura riproduce ancora una volta il Monte Meru. Si tratta
di una piramide in arenaria di notevoli dimensioni, articolata in
cinque livelli, e circondata da otto torri in laterizio e da costruzioni
minori. Dall'alto si gode di una bella vista. Siamo alla nostra
ultima scalata di tempio-montagna e la cosa ci dispiace e ci mette
malinconia, ancora prima di andarcene.
Ci facciamo portare a Siem Reap, alla Chantiers Ecoles, una scuola
specializzata nell'insegnamento delle tecniche di scultura del legno
e non solo. Una guida ci accompagna gratuitamente nelle varie stanze
e ci spiega cosa i ragazzi stanno facendo. Chi con un pennello copre
con del gesso delle statue lignee del Buddha, chi le intarsia, chi
dipinge, chi scolpisce la pietra. Sono ragazzi e ragazze del posto
a cui viene insegnato un mestiere. Sono molto fortunati perché
possono accedere a questa scuola prestigiosa.
I prodotti sono di ottima fattura. Il negozio allestito nella scuola
è uno dei più belli che abbia mai visto: sete,
quadri, sculture lignee e in pietra sono disposte in modo da
colpire il visitatore. Il posto meriterebbe di essere fotografato
ed entrare in qualche catalogo. Il colori sono meravigliosi: arancio,
giallo, verde chiaro, blu, nero, rosso...
A piedi ce ne andiamo in centro. Il paese è deserto: tutti
i turisti sono in visita ai templi e quindi passeggiamo con grande
calma, alla ricerca di qualche souvenir per noi e per amici e parenti.
Ci fermiamo all'Easy Speaking Cafè & Pub per mangiare
qualcosa.
Tornando verso l'hotel, entriamo in alcuni negozi. Uno di questi,
in particolare, ci colpisce per la bellezza degli oggetti esposti:
il Senteurs d'Angkor. Tutto quanto vediamo è stato realizzato
da ragazzi mutilati dalle mine antiuomo. Di fronte si trova il Psar
Chaa, il mercato vecchio, dove il locali fanno la spesa e dove qualche
occidentale si addentra alla ricerca di qualche souvenir o solo
per annusare l'aria che si respira.
Fermiamo un driver. Gli diciamo di condurci per l'ultima volta all'Angkor
Vat, di aspettarci durante la nostra visita e successivamente di
riportarci in hotel, prima di portarci al Katha Bopha Children's
Hospital per assistere al consueto concerto del dottor Beat Richner
- in arte Beatocello - che si svolge ogni sabato sera alle 19.15.
Il concerto è solo un pretesto che il medico svizzero usa
per raccontare cosa lui e i suoi collaboratori stanno portando avanti
qui in Cambogia e per raccogliere fondi che li aiutino nel loro
intento.
Visitiamo nuovamente l'Angkor Vat, questa volta nel tardo pomeriggio.
L'angolatura della luce del sole illumina dei particolari che durante
la prima visita, di mattina, erano in ombra. Nella parte orientale
del tempio alcune decine di cambogiani stanno prendendo parte ad
una cerimonia. Della musica suonata da alcuni di loro ne accompagna
i movimenti. Al termine, dopo aver offerto del cibo (al Buddha?),
liberano decine e decine di uccellini rinchiusi in delle gabbie:
questi, ebbri per l'improvvisa libertà, volano in tutte le
direzioni.
Cerchiamo il nostro driver perché ci riporti in hotel per
una doccia veloce, il concerto ci aspetta. Non lo troviamo: forse
qualcuno gli dava più soldi di quanto gli avevamo promesso
e se ne andato via con i nuovi clienti. Poco male: abbiamo fatto
l'andata gratis e la corsa di ritorno ci costerà di meno.
Torniamo in hotel e troviamo ad attenderci Dany. Assieme ad un amico,
si è fatto in macchina la strada n.6 che collega Phnom Penh
a Siem Reap: ci hanno impiegato sei ore. Siamo contenti di riabbracciarlo.
Gli raccontiamo che abbiamo visto Chanthy. Lo sa: si sono incontrati
poco prima. Ci chiede che progetti abbiamo per la serata. Gli diciamo
che stiamo andando dal dottor Beatocello, che ovviamente conosce,
e ci accordiamo per cenare al Bopha assieme a lui e i suoi amici.
Come usciamo dall'hotel, ci viene incontro il driver che ci aveva
lasciato a piedi all'Angkor Vat. E' arrabbiato e, allo stesso tempo,
agitato e ci accusa di essercene andati senza avvertirlo e soprattutto
senza rispettare l'accordo che avevamo fatto. <<Come? Noi
ce ne siamo andati? Sei tu che non ci hai aspettato come ti avevamo
chiesto!>>. Con la voce tremula e balbettando, cerca di difendersi.
Noi gli avevamo detto di venirci a riprendere dopo due ore. In verità
gli avevamo detto che saremmo tornati dopo circa due ore, ma comunque
di aspettarci se ritornavamo prima, come in effetti poi è
stato. Ho compreso tutto: non conoscendo bene l'inglese, non ha
capito cosa gli avevamo chiesto e, in assoluta buonafede, se n'era
andato alla ricerca di altri clienti per poi ritornare a riprenderci.
Lo guardo bene: indossa degli abiti sporchi e rovinati e non ha
l'aria di passarsela bene. Sono mortificato: io sto qui a discutere
per pochi dollari che per lui valgono la vita. Va bene, non importa:
<<Portaci al Katha Bopha Children's Hospital, aspettaci per
tutta la durata del concerto e poi ti daremo quanto avevamo pattuito
prima più un'extra per questa corsa>>.
Nell'aula magna dell'ospedale c'è parecchia gente, molti
turisti occidentali ma anche qualche locale. Puntuale arriva il
dottor Richner col suo violoncello. È un simpatico
omone. Silenzioso sale sul palco, prende una sedia, la posiziona
al centro e inizia a suonare.
Terminata la prima aria si presenta. Racconta che lui in Cambogia
ci era venuto già nei primi anni '70, ancora magro e giovane.
Poi, come tutti gli occidentali, è dovuto fuggire quando
i khmer rossi hanno preso il potere nel 1975. Richiamato dal re
Sihanouk in persona per occuparsi del sistema sanitario cambogiano,
ora gestisce i tre migliori ospedali dei paese: due a Siem Reap
ed uno a Phnom Penh. Chiede se in sala ci sono degli italiani. Siamo
i soli ad alzare la mano, <<where are you from?>>, <<Venice>>
gli rispondiamo per farla corta (tanto la cittadina dove viviamo
non la conoscerebbe e quando siamo all'estero diciamo sempre di
venire da Venezia. <<Aahh, beautiful city!>> ribatte
lui e tutti in sala ci guardano ammirati. Spiega che il suo nome
deriva dalla parola italiana "violoncello", lo strumento
che suona: lui ha modificato la parte iniziale della parola col
suo nome "Beat", per cui ora molti lo conoscono come "Beatocello".
Riprende a suonare il violoncello e questa volta anche canta in
italiano un simpatico pezzo, da lui scritto, che parla del dottor
Beatocello. Noi ridiamo. Gli altri, che non capiscono cosa stia
cantando, ci guardano forse un po' invidiosi.
A questo punto un breve filmato viene proiettato
alle sue spalle. Lo si vede quando, qualche mese fa, durante una
crisi di polmonite: molti bambini sono morti, molti di più
ne hanno salvati. Ci racconta che mentre il mondo intero parlava
della S.A.R.S. nessuno parlava dei piccoli morti in Cambogia. Ogni
anno ne muoiono a migliaia: i fondi non bastano mai. I turisti alla
fine dello spettacolo fanno delle offerte. Lo faremo tutti noi stasera.
Altre le raccoglie dalle poche organizzazioni internazionali e durante
i suoi viaggi mirati in Svizzera, suo paese d'origine. Ci dice che
in Svizzera non è possibile pubblicizzare per televisione
i numeri di conto corrente bancario ed è dunque difficile
far conoscere a molte persone il conto della sua organizzazione
affinché crescano le offerte. Ci racconta divertito che ha
aggirato questo divieto componendo una canzoncina - "il
Dott numero PC80-60699-1" - grazie alla quale riesce a
far conoscere il numero di conto su cui versare le offerte. Ha
anche il sito internet: www.beat-richner.ch.
Amareggiato e anche molto arrabbiato, ci confida che ha anche chiesto
fondi alla Regina Elisabetta, in qualità di presidente onorario
del World Children Fund. Questa gli ha risposto che i problemi sanitari
della Cambogia sono dovuti alla mancanza di pulizia del popolo:
<<che imparino a lavarsi le mani, prima!>>. <<Come?>>
spiega lui, <<I problemi della Cambogia sono dovuti alla lunga
guerra che ha colpito il paese, alle mine che hanno fatto migliaia
di vittime e mutilati, alla povertà del popolo cambogiano>>.
<<L'arroganza di queste persone è insopportabile: qualche
mese la principessa Anna è venuta qui a Siem Reap, ha alloggiato
al Grand Hotel d'Angkor a 300 dollari la stanza, e non ci ha donato
nemmeno un riel!>> sbotta lui. Tutti noi lo ascoltiamo indignati,
in particolare gli inglesi, furenti con la propria Corona. Che vergogna!!!
La serata prosegue alternando un'aria a un commento. Una lezione
di vita ed una lezione sulla situazione in cui versa il popolo cambogiano.
Al termine qualcuno si avvicina al Dottor Richner. Uno statunitense
ha delle carte in mano. Dice di essere un rappresentante di un'importante
organizzazione non governativa americana. Che gli comunichi di cosa
hanno bisogno e lui provvederà a farglielo avere: macchinari
o medicine: non c'è problema! Il dottore lo ringrazia e gli
fa presente che serve un po' di tutto, dai farmaci più elementari
ai più moderni macchinari. Lo statunitense si fa dare i numeri
ai quali poterlo contattare: si farà sentire non appena ritorna
negli U.S.A.
Usciamo e tutti facciamo a gara per riempire il vaso delle offerte,
non ho mai visto gente fare elargizioni così importanti,
la serata deve aver proprio lasciato il segno. Su di noi sicuramente.
Ci dirigiamo verso la strada in cerca del nostro autista. Questa
volta ci ha aspettato e anzi ci viene incontro per essere sicuro
di non perderci. Quando ci vede, un sorriso gli illumina il volto.
I pochi minuti che ci separano dall'hotel mi sembrano un'eternità.
Penso alla serata e guardo il nostro amico che ci sta davanti: la
camicia rotta, un cappellino impolverato, delle ciabatte che devono
averne passate di tutti i colori... Ripenso al pomeriggio, quando
lo accusavo di averci abbandonato, rifletto sulle contrattazioni
per pagare soltanto un dollaro in meno. Muto per tutto il tragitto,
medito sulla serata. Scendiamo dal remorque moto. Pago la corsa,
anche quella del pomeriggio, e aggiungo una banconota da dieci dollari,
più di quanto sono costati i due trasporti. Lo ringraziamo
e ci allontaniamo. Mi volto a guardarlo per un'ultima volta: sta
sfogliando le banconote e quando vede quella da dieci si gira a
sua volta, mi guarda e mi fa dono di un bellissimo sorriso. Ricambio.
Dany e i suoi amici cambogiani ci stanno aspettando. Con lui sono
un medico che lavora a Berlino, un professore che insegna a Kiev,
un altro che è appena ritornato in Cambogia dopo aver vissuto
in Germania per parecchi anni. Gente molto simpatica: il medico
è il fratello del proprietario del Bopha e così ci
preparano un bel tavolo in una parte tranquilla del ristorante.
Chanthy ci viene a trovare: può stare poco perché
poi deve ritornare al matrimonio del suo capo. Lo ringraziamo dell'ospitalità
e per averci scarrozzato a Phnom Penh e lo invitiamo a casa nostra
nel caso dovesse venire in Europa.
Dany ordina per tutti. Ci chiede cosa vogliamo e gli rispondiamo
che ci va bene tutto, solo se può evitare di ordinare l'amok
trey: ci piace ma vorremmo assaggiare qualcos'altro. Il cameriere
ci porta l'amok trey
.e qualcos'altro. Io e Paola ci guardiamo
e scoppiamo in una sonora risata. Gli altri ridono a loro volta.
La serata trascorre piacevole e ridiamo tutti: noi che parliamo
in italiano ed in inglese, loro in khmer e in tedesco, il professore
invece prova a parlarci in russo convinto, chissà perché,
che lo capiamo. Gli altri lo prendono in giro. E' un tipo buffo:
due occhioni enormi e simpatici, non parla inglese, balbetta qualche
parola per farsi intendere ma non capiamo niente; non comprendono
nulla neanche loro che sono cambogiani. Il dottore mi dice di lasciar
perdere, di non fare troppa attenzione a quello che dice, <<E'
un pazzo>> e tutti a ridere. Anche Paola sorseggia della birra.
Mr. Thanh Thanh Dai, il professore, la guarda e, colpendo la guancia
come a colpire delle biglie sulla spiaggia, dice che assomiglia
a sua moglie. <<Come tua moglie? Ma quanti anni hai?>>.
<<Quaranta>> risponde lui, <<Te ne davamo poco
più di venti!>> ribattiamo noi. Gli amici lo prendono
in giro e tutti ridiamo. Noi non capiamo il gesto che ha fatto (i
russi fanno quel gesto per dire che una persona è ubriaca
o ubriacona
..per mezza birra!) e ci mettiamo a ridere: questo
è veramente pazzo! Incomincia a dire che è il direttore
di un'associazione della minoranza cham, "The International
Cham People's Community for The National Revival". Il dottore
e l'altro espatriato lo prendono in giro: <<sta zitto, non
dire fesserie, lascia perdere, non annoiarli>>.
Dany ci fa dei regali: a Paola una gonna e a me una camicia tipica
cambogiana. Per il viaggio, neanche fosse chissà che, ci
regalano due fusti di bambù con dentro del riso e dei fagioli
neri. Ci raccontano che, quando nell'antichità c'erano delle
guerre, le donne preparavano ai loro uomini che partivano per lunghi
mesi questo cibo che si conservava assai bene. Assaggiamo un po'
di quello che il pomeriggio hanno mangiato loro: è buono.
Ringraziamo tutti della piacevole serata. Ci hanno offerto pure
la cena. Ringraziamo Dany della magnifica ospitalità e lo
invitiamo ancora una volta a venirci a trovare quando anche Bonath
e Sanera saranno venute a Berlino.
28 dicembre
L'ultimo giorno di Cambogia inizia presto: il volo per Bangkok
parte alle nove di mattina. Sistemate le ultime cose, scendiamo
a fare colazione. Ritroviamo gli amici della sera prima, si sono
alzati presto anche loro per salutarci.
Siamo tutti un po' assonnati. In più in noi ha preso il sopravvento
la tristezza di lasciare questo paese e questa gente che ci ha colpito
al cuore. Se potessi starei qui in Cambogia almeno un'altra settimana.
Ci sono tanti posti che mi piacerebbe vedere. Tanti i ricordi che
mi porterò a casa, tante le emozioni.
Dany e l'amico che ha fatto con lui la strada da Phnom Penh ci accompagnano
in aeroporto. Salutiamo il medico, salutiamo Chanthy ed il professore.
Quest'ultimo, tutto agitato, ci dice di aspettare. Corre in camera
a prendere della carta intestata della sua associazione e ci prega
di sederci ancora un attimo che deve chiederci un favore. Mi siedo
e lo ascolto. Mi dice di prendere questi fogli che ha preparato
per noi. Mi spedirà via mail un testo in inglese che io dovrò
stampare e spedire al nostro presidente della Repubblica e ai più
importanti ministri (se lo facesse lui probabilmente non arriverebbe
a destinazione). Cerco di fargli capire che per me vale la stessa
cosa. Se mi manderà il testo, spedirò senza dubbio
le lettere (non prima di essermi assicurato che non abbia scritto
niente di "pericoloso" o sconveniente) ma non è
detto che se sono io a mandarle queste arrivino di sicuro a destinazione:
non li conosco mica i nostri ministri! Inizia a spiegarmi che sono
delle richieste di sovvenzioni per la loro associazione: i cham
sono una minoranza in Cambogia. Il medico lo ferma: <<Guarda
che devono prendere l'aereo e non possono perdere tempo con te>>,
poi rivolgendosi a me <<Quei fogli buttali via non appena
arrivi in aeroporto. Lascia perdere quello che ti ha detto>>.
Mi viene da ridere, poveretto: non fanno altro che prenderlo in
giro.
Arriviamo in aeroporto in tempo. Dany ci accompagna all'entrata.
Lui che è senza biglietto non lo fanno entrare. Ci dice di
sbrigarci e, anche se siamo sufficientemente in anticipo, lo salutiamo
velocemente. Senza quasi accorgercene, siamo dentro e lui fuori.
Lo abbiamo salutato così in fretta e senza nemmeno ringraziare
il suo amico... Mi dispiace. Un'ora dopo prendiamo il volo, destinazione
Bangkok. Ora ci aspettano dieci giorni in Thailandia.
Aw kuhn Dany.
Grazie anche a Gianluca per il suo certosino lavoro.
Fabio G.
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