13.03.2003
In viaggio
Sono anni che non vado con Francesca da qualche parte.
Siamo a Miami, sono le 8 di sera, e siamo reduci da un'estenuante
giornata in aereo. Prima ci siamo sorbiti 2 ore di volo da Roma a
Londra. Poi un lunghissimo Londra-Miami, che è durato 9 ore
e passa. L'agitazione e l'entusiasmo di questi ultimi giorni hanno
lasciato il posto alla stanchezza, tant'è che ora siamo calmi,
silenziosi e tranquilli. Aspettiamo con rassegnazione l'ultimo volo,
che ci porterà a La Paz, e che non è neanche tanto breve.
Stiamo andando da Carlo, il mio coinquilino ed amico di sempre, che
da un anno ormai ha lasciato la Città Eterna per l'America
Latina. Se tutto va bene ci viene a prendere all'aeroporto di El Alto
domani mattina presto. Dopodiché dovremo smaltire queste infinite
trenta ore di viaggio. Buona notte.
14.03.2003
La Paz
La Paz ci ha accolti sotto una pioggia battente. Abbiamo dormito
praticamente per tutta la notte, ci siamo svegliati solo quando
le hostess della American Airlines (non troppo cortesi) hanno portato
da mangiare. Arrivati a destinazione, abbiamo recuperato velocemente
le valigie, ed all'uscita abbiamo, con molto piacere, trovato Carlo,
che ci è venuti a prendere con un taxi. La città che
vediamo, malgrado il cielo grigio e la pioggia, è molto graziosa,
circondata da imponenti montagne che colorano la vallata di rosso,
marrone e verde.
La casa/ufficio di Carlo si trova in un quartiere di buon livello
(Sopocachi), e l'accoglienza che ci riserva è molto gradita.
L'altitudine si fa sentire subito: ci gira la testa e non riusciamo
a fare due passi senza strisciare dalla fatica con la lingua penzoloni.
Carlo - chiaramente - ci fa trovare a casa i rimedi naturali contro
il soroche (il mal di montagna), tant'è che ne approfitto
subito e mastico foglie di coca fino a sera inoltrata. L'effetto
è molto blando, ma quasi immediato e decisamente efficace.
Dormiamo quindi per quattro ore filate, riprendendoci parecchio.
I 4.000 metri di altitudine rendono difficile la respirazione
anche durante il sonno, ma sopravviviamo senza problemi eccessivi.
Al risveglio, beviamo un mate de coca, facciamo quattro chiacchiere
davanti ad un piatto di spaghetti all'amatriciana (cuociono per
20 minuti, qui l'acqua bolle a 80 gradi.), e partiamo tutti insieme
verso il Mercato Nero di La Paz. Carlo deve comprare delle
cose per l'ufficio, e quindi lo seguiamo volentieri per il nostro
primo giro di ricognizione.
Prendiamo un taxi (qui non costano nulla), ed attraversiamo la città
con le sue strade continuamente in salita, arrivando presto nell'enorme
mercato, che occupa tutto un quartiere.
E' un labirinto di vicoli e vicoletti, dove si trova proprio di
tutto: generi alimentari, bancarelle di abbigliamento, intere strade
occupate solo da negozietti di Hi-Fi taroccato (ci viene detto che
non esistono marchi originali, qui è tutto imitato alla perfezione).
Io decido che per affrontare il viaggio dei giorni seguenti devo
procurarmi un paio di scarpe da trekking (sono partito senza), ma
rimando l'acquisto a domani, ora non ho proprio né voglia
né testa di impegnarmi in un'impresa del genere.
Malgrado la calca impressionante, la gente che occupa il mercato
sembra molto pacifica. Nessuno, come nei paesi che ho visitato finora,
prende di mira i turisti. Nessuno reclama per un mancato acquisto.
sembra quasi di essere in Europa.
Torniamo verso casa di Carlo, però prima passiamo a trovare
un suo amico fiorentino, che vive a due isolati. E' un fricchettone/capellone
che vive in Bolivia da 14 anni, senza fare nulla. Sembra l'uomo
più felice del Mondo, e vorrei ben vedere.
Chiacchieriamo per un'oretta ed ascoltiamo le sue composizioni musicali,
a dire il vero poco incoraggianti. Ma l'atmosfera rilassata e tranquilla
fa placidamente scorrere il pomeriggio, e con un altro paio di mate
di coca il soroche sembra quasi lontano.
Di sera, dopo una bella doccia, usciamo con un altro amico di Carlo,
un cooperante torinese che lavora in una località sperduta
nel sud boliviano da svariati anni, ed andiamo a mangiare in una
churrasqueria, dove consumiamo una porzione esagerata di
carne, accompagnata da una montagna di verdure arrosto.
Durante il pasto ci raggiunge un altro amico (ma quanti italiani
ci sono??), che si chiama Carlo anche lui (e che d'ora in poi chiamerò
-Carlo 2-), e che lavora anche lui nella cooperazione. Data la scarsa
disponibilità di letti a casa di Carlo 1 (il nostro Carlo),
dovremo dormire, per queste notti a La Paz, a casa di Carlo 2.
Dopo la lauta cena ci dirigiamo verso un pub, un locale molto carino
tutto in legno, con il pavimento ricoperto di ghiaia grezza. Decisamente
un bel posto, addirittura trendy e di design per gli standard europei.
Certo che a La Paz si sta proprio bene. siamo molto sorpresi dal
comfort e dalla tranquillità con cui si può girare
di notte. E' una città sicura che mette molto a proprio agio.
Torniamo a casa presto, non oltre le 23, e trasferiamo gli zaini
da casa di Carlo 1 a casa di Carlo 2. Il trasferimento ci costa
tre anni di vita (anche se le due case sono a pochissimi isolati),
ma con il fiato cortissimo entriamo in una splendida casa, enorme,
con un bagno grande come il mio salone. Le finestre offrono un panorama
notturno mozzafiato della città. Tutte le strade sono illuminate,
e le montagne sono ricoperte da mille luci, che rendono magica la
veduta. Sembra quasi che le stelle siano ovunque, sopra e sotto.
L'effetto è veramente notevole.
Andiamo a nanna verso l'una. Francesca ed io ci buttiamo nel sacco
a pelo e dormiamo profondamente per tutta la notte.
15.03.2003
La Paz
Non mi sveglio tardi. Il Sole fa capolino nella stanza, mi alzo
e mi accomodo nel salone, di fronte alla finestra panoramica. C'è
molto silenzio in strada, e Carlo 2 è già andato a
lavorare. In compenso, di tanto in tanto echeggiano i clacson dei
venditori di bombole di gas, che qui passano ogni mezz'ora.
Francesca apre gli occhi verso le 9,30; usciamo quindi alla ricerca
di un bar, per una ricca colazione. Troviamo un posto delizioso
a poche centinaia di metri, "La Terraza", e mangiamo per
pochi euro delle uova strapazzate, una macedonia di frutta, un toast
ed uno yogurt, tanto per non morire di fame.
Raggiungiamo Carlo 1 verso le 11, e con lui ritorniamo nel Mercato
Nero in cerca del paio di scarpe da trekking per me. Attraversiamo
la bolgia in direzione delle bancarelle che vendono scarpe. Io e
Francesca siamo di fuori come due zucchine, un po' per il soroche,
un po' per l'abbiocco post-cibo, sembriamo due spettri. L'acquisto
delle scarpe si rivela più difficile del previsto, non certo
perché non ci siano i posti che le vendono (sono centinaia
le bancarelle che vendono zapatas), ma perché i negozianti
ridono appena dico di cercare scarpe numero 45. Qui la gente è
molto più minuta, piccolina, al massimo arrivano alla misura
42. Andiamo bene.
Dopo aver perso qualsiasi speranza ed aver chiesto ad una cinquantina
di negozianti, riusciamo - non so come - a trovare delle imitazioni
di una marca sconosciuta, numero 44, al costo di 180 Boliviani (circa
22 euro). Esco quindi vittorioso dal mercato con il mio nuovo paio
di scarpe, fiero di poter affrontare le condizioni più avverse
per i giorni che ci aspettano.
A pranzo andiamo in un ristorante argentino con i due Carli (Carlo
2 ci raggiunge lì), e ci abbuffiamo di carne deliziosa, tenera
e succosa, annaffiando il tutto con tre bottiglie di ottimo vino
tinto (in quattro). All'effetto del soroche, dobbiamo ora fare fronte
anche ai fumi dell'alcool. Il risultato è che prendiamo un
taxi fino a casa di Carlo quasi ubriachi (il vino non era tantissimo,
ma 4000 metri slm sì.).
Riposiamo e conversiamo piacevolmente per un po', dopodiché
decidiamo di andare a visitare un posto chiamato Valle della
Luna, che si trova a pochi minuti da La Paz, ed offre bei panorami
in una passeggiata facile e breve.
Scendiamo entrambi di casa, e ci dirigiamo verso la strada dove
passano i micros. Aspettiamo solo un paio di minuti prima di salire
su quello giusto. Qui i mezzi pubblici sono tantissimi; su ognuno
di questi micros lavora un ragazzo (solitamente giovane) che aiuta
il guidatore ad effettuare le operazioni di carico/scarico dei passeggeri,
si occupa dei biglietti, ed urla a squarciagola il percorso del
mezzo a tutti i passanti. Il sistema funziona, funziona anche bene,
meglio delle nostre pensiline con i segnali sugli autobus.
In un baleno (meno di venti minuti), siamo a destinazione. Passiamo
nei quartieri ricchi della città, vediamo delle case meravigliose
e lussuose sparse per tutta la campagna circostante: ville colorate,
giardini curati e foltissimi incastonati in scenari montuosi notevoli,
che si illuminano di mille colori cangianti nel corso della giornata.
Il paesaggio è davvero bello, imponente ma armonioso, eterogeneo
e lineare al tempo stesso.
Quello che ci aspetta nella Valle della Luna supera le previsioni:
un'immensa area rocciosa formata da migliaia di guglie calcaree,
che danno vita ad una sorta di foresta di pietra. Il sentiero si
inerpica, talvolta ripidissimo, tra queste rocce infinite. Gli scorci
sono impressionanti, incutono molto rispetto. Sono estasiato dalla
potenza delle immagini e dalle mille forme strane della roccia,
e per l'ennesima volta capisco quanto abbia bisogno di avvicinarmi
alla terra, alle sensazioni primordiali ed alla natura, nelle sue
espressioni più imponenti.
Il sentiero è faticoso, ma all'uscita della valle siamo ampiamente
ripagati dalle montagne circostanti, che con la luce della sera
si sono colorate di viola e verde intenso.
Torniamo quindi, con lo stesso micro, a La Paz da Carlo. Dobbiamo
riposare un minimo ed andare a preparare la cena a casa di Carlo
2.
Ceniamo quindi di nuovo tutti insieme. Ci raggiungono anche due
ragazze boliviane, una delle quali lavora con Carlo 1. Mi occupo
della cena preparando pollo alla cacciatora per tutti con del riso
in bianco ed un' insalata mista. Una cena semplice ma laboriosa:
visto che la temperatura di ebollizione è bassa, il pollo
cuoce nel doppio del tempo. Passiamo la cena tra chiacchiere piacevoli
che vengono fatte in spagnolo. Blatero per tutta la sera nel mio
itañol, con risultati a dir poco scoraggianti. ma mi faccio
almeno capire. E questo è quello che conta.
Verso le 11 inizio ad abbandonare la serata: tutta la stanchezza
di questi due giorni affiora, tanto è che non riesco neanche
a seguire le conversazioni degli altri.
Capisco quindi che è il momento di andare a nanna. Anche
Francesca mi raggiunge, ed in men che non si dica dormiamo come
due neonati.
16.03.2003
La Paz - Oruro - Uyuni
Stamattina mi sveglia Francesca verso le 8,30. Sembra molto
attiva. Io accetto la levata volentieri, in fondo abbiamo dormito
abbastanza, e poi ho fame. C'è da dire che l'altura mette
molta fame, cosa che non ci scompone minimamente, visto che mangiamo
in continuazione da quando siamo arrivati.
Ed infatti Carlo 1 ci porta in una delle piazze centrali di La Paz,
vicino al mercato, dove ci sono le bancarelle che vendono le famigerate
TUCUMANAS.
*** INTERLUDIO ***
Le TUCUMANAS: fagottini fritti molto simili alle samosa/sambusa
africane, un po' più grandi e più ripieni. Si acquistano
presso delle bancarelle (lì ci sono le migliori tucumanas)
per due o tre Bolivianos. Mordendole si incontrano pezzi di pollo,
uova sode, patate, ed altre verdure che non si distinguono molto
bene, ma che sono comunque buonissime. Come se non bastasse, le
bancarelle mettono a disposizione una vastissima scelta di salse
e salsine, piccanti e non. La tucumana, già bella unta di
suo, diventa una bomba calorica che emette rivoli di oli, salse
e succhi vari. Assolutamente da provare. Di solito le bancarelle
vendono anche le SALTEÑAS, che sono come le tucumanas
ma cotte al forno e con un po' meno carne.
*** FINE INTERLUDIO ***
Ci fanno talmente schifo che ne mangiamo due a testa.
Dopo la lauta colazione ci infiliamo nel palazzotto delle Fiere
di La Paz, dove si sta svolgendo la fiera dell'artigianato. Raccoglie,
su tre piani, una serie di banchi che vendono di tutto: dagli
estratti naturali di erbe della foresta amazzonica, ai tessuti di
lama ed alpaca. Facciamo acquisti, spendendo cifre irrisorie,
ed andiamo a mangiare in un ristorante peruviano, specializzato
in pesce, ed il cui piatto più famoso si chiama -ceviche-,
pesce crudo marinato, ereditato sicuramente dalla tradizione
del sushi giapponese (il Perù è pieno di giapponesi).
Io e Francesca mangiamo gamberoni all'aglio, sono enormi e gustosissimi,
carnosi e saporiti. Mangiamo molto in fretta perché alle
3 dobbiamo prendere il bus per Oruro. Inizia il viaggio vero e proprio,
l'esplorazione degli altopiani del sud, del Salar de Uyuni, e delle
splendide lagune al confine con il Cile. Raggiungiamo quindi il
terminal dei bus, e partiamo. Il viaggio di tre ore e mezza da La
Paz ad Oruro scorre piacevolmente. Le vedute sono molto suggestive
ed interessanti, ed infatti passiamo tutto il tempo a guardare le
bellissime montagne.
Ad Oruro prendiamo un taxi e siamo in pochi minuti alla stazione
dei treni. Facciamo i biglietti in fretta e prendiamo il treno per
Uyuni. Abbiamo due posti in uno dei vagoni di lusso, con
sedili larghi e reclinabili, uno stewart che serve caffè,
tè e panini. Per godere al massimo di tutti i comfort prenotiamo
anche la cena al vagone ristorante, dove per soli tre euro mangiamo
della fantastica carne con verdure.
Arriviamo puntuali ad Uyuni (verso le 2 di notte), dove incontriamo
Dona Santuza, la gerente di un hostal che ci ha indicato Carlo,
che aspetta i turisti alla stazione. Alloggiamo quindi all'Hostal
Marith, punto di appoggio di molti giovani turisti come noi, in
una stanza molto semplice ma pulita e gradevole, ed in un baleno
siamo a letto.
17.03.2003
Uyuni - Salar
Sveglia alle otto. Decidiamo di fare una grassa doccia, visto
che per quattro giorni avremo difficoltà oggettive a lavarci
decentemente. Dona Santuza prepara una frugale colazione con
fette di pane, burro e marmellata, poi inizia a descrivere il
tour nel Salar de Uyuni che faremo con l'agenzia convenzionata.
Praticamente, da Uyuni ci muoveremo prima verso Nord, in tutto il
territorio del Salar, visitando delle comunità locali che
ci forniranno l'alloggio per la notte. Dopo il salar, punteremo
in direzione sud, verso il confine cileno, dove avremo modo di vedere
le meraviglie dell'altopiano e visitare le numerose lagune, i geyser,
fino alla mitica ed altissima Laguna Verde, a soli 20 Km dalla frontiera.
Il costo dell'escursione è basso, solo 65 dollari per quattro
giorni in jeep, con guida e cuoca a bordo. Con molta calma prepariamo
i bagagli, ed il sonno arretrato scompare come per magia dopo l'ennesima
masticata anti-soroche.
Uyuni è un paesino molto povero ed abbastanza privo di cose
belle da vedere, ma i boliviani riescono a creare un bel clima,
allegro e sereno. Sulla via principale di Uyuni passano cholitas
dalle lunghe trecce, vecchi acciaccati che camminano col bastone,
donne e uomini vestiti all'occidentale, e bambini di tutte le età.
Il popolo boliviano è di un'onestà, gentilezza e semplicità
che risultano evidenti in qualunque parola dicano, qualunque gesto
compiano. Sono meravigliosi.
Anche se il paesaggio arido e polveroso rende Uyuni un villaggio
secco, e talvolta squallido, la sensazione è quella di essere
al sicuro, di vivere insomma in mezzo a gente tranquilla ed umile.
Alle 11 arriva la jeep, con altri tre passeggeri a bordo: una ragazza
australiana brutta come la fame, un suo amico norvegese, brutto
almeno quanto lei, ed un ragazzo olandese coattissimo, molto macho
e muscoloso. L'impressione, insomma, non è proprio delle
migliori, avremmo preferito di gran lunga un gruppo di ragazzi argentini,
o comunque latini. La jeep è stretta e scomoda, ma dopo aver
caricato tutto, finalmente partiamo per il nostro tour. Usciamo
da Uyuni ed in cinque minuti raggiungiamo il Cimitero dei treni,
un'area abbastanza estesa in cui sono ammassate vecchie locomotive
arrugginite e vagoni abbandonati. Il terreno è molto arido
e pieno di immondizia sparsa in tutte le direzioni. Il luogo è
senza dubbio interessante, ma una visita di cinque minuti è
più che sufficiente. La desolazione è vivacemente
spezzata dalle montagne circostanti, che come sempre arricchiscono
il paesaggio con i loro colori e le loro forme, spesso ammorbiditi
da bellissime nuvole che sembrano delicatamente coricate sulle cime.
Ma la vera sorpresa è il Salar de Uyuni.
Arriviamo in poco più di mezz'ora in una pianura sconfinata,
ricoperta da un bianchissimo strato di sale, che con il calore
del Sole diurno forma crepe e crateri di tante forme diverse. Il
bianco accecante ed infinito dà l'impressione di essere sollevati
da terra, le montagne si riflettono a specchio sul sale creando
bellissime isole sospese nel vuoto. L'effetto è meraviglioso.
Il cielo azzurro ed il Sole a picco riscaldano l'aria, e siamo costretti
a mettere una crema solare per non bruciare.
All'interno del Salar passiamo un paio d'ore in un'isola incantevole
(Isla pescado), che troneggia nel nulla, in mezzo al bianco del
sale, con i suoi cactus enormi, che riempiono tutta l'area.
La passeggiata è un po' faticosa, siamo in fondo sempre a
4.000 metri, ma vale ampiamente la sfacchinata. Mangiamo e lasciamo
l'isola verso la comunidad che stasera ci ospiterà. E' un
paesino molto piccolo e povero (si chiama Atulcha), abitato da poche
decine di famiglie contadine. La stanza che ci danno per la notte
è spoglia, ma alcuni poster affissi alle pareti fanno capire
che normalmente è una camera occupata da bambini, e questo
ne rende l'aspetto più grazioso. Dopo una mezz'ora di riposo
ripartiamo in jeep per visitare delle tombe incaiche, con delle
mummie ritrovate nelle caverne delle montagne.
Ci accompagna un contadino della comunità, il proprietario
della casa in cui dormiamo. Le sole due caverne che visitiamo -
le uniche aperte al pubblico - sono state rese agibili solo due
anni fa ai turisti.
Il contadino ci spiega come sono state rinvenute, e come questo
sia solo uno dei tanti buchi dove si possono trovare mummie. Lui
è molto simpatico e gentile, e spiega ogni singolo dettaglio
con molta cura, raccontando anche molti episodi di quando era chico
e passava con rispetto e circospezione davanti alle tombe. Io sono
molto preso dalla semplicità e dalla gentilezza dell'uomo,
mi ricorda alcuni dei vecchi saggi che mi parlavano quando ero bambino
nel paese natale di mio padre, in Abruzzo.
Lui è molto curioso, chiede di noi, di Roma, della Piazza
S. Pietro. Sgrana gli occhi ogni volta che gli spieghiamo qualcosa,
e dice di voler fuggire, prima o poi, da quell'isolamento, per vedere
una città, con le strade, le luci, "los semaforos".
Torniamo e ceniamo con i nordici, che ci stanno parecchio antipatici,
e poi io e Francesca ci ficchiamo a letto prestissimo.
18.03.2003
Salar - Altopiano - Lagune
Sveglia alle 6,30 e veloce desayuno. Oggi passeremo praticamente
tutto il giorno in jeep.
Per raggiungere la zona delle lagune attraversiamo una pianura vastissima
ricoperta di fango. Facciamo moltissimi chilometri senza incontrare
anima viva, e rischiamo di impantanarci a più riprese, ma
alla fine riusciamo a raggiungere la prima piccola laguna, con tanto
di fenicotteri rosa. L'area desertica prosegue a perdita
d'occhio attorno alla laguna, è un paesaggio molto suggestivo,
pieno di zolle erbose sparse per tutto il terreno, secche, dure
e pungenti come mazzi di aghi.
Mangiamo sulla riva, c'è una pace ed un silenzio assoluto,
si sentono solo i fenicotteri gracchiare. Le montagne sono innevate,
e le nuvole spesse formano, con i riflessi del sole, delle macchie
colorate su tutti i pendii. Non ho mai visitato un posto così
isolato, così vasto e desertico.
Proseguiamo con la jeep a velocità record, avvicinandoci
sempre più al confine con il Cile. Le montagne cambiano colore,
e l'altopiano si trasforma in un'enorme distesa di ghiaia rosa.
Comincia anche a tirare un discreto vento, e la temperatura scende
di molto, in fondo siamo sempre a 4.500 metri. Incrociamo altre
due piccole lagune perse nell'infinito nulla, poi raggiungiamo un'area
rocciosa, sempre dai colori strani, sulle cui pietre sbucano ogni
tanto dei conigli gialli (qui le chiamano viscachas),
con la coda lunga e con i baffi neri alla messicana. Sono molto
buffi, curioso come riescano a sopravvivere in questo posto privo
di vegetazione.
Prima di arrivare a destinazione (nella Laguna Colorada), incrociamo
il famoso Arbol de Pedra, una roccia erosa dagli anni e dal vento
a forma di albero. Rispetto a quanto abbiamo visto finora è
abbastanza deludente, ed infatti facciamo tre foto e ripartiamo.
Arriviamo nella Laguna Colorada verso le 17. Tira un vento allucinante,
fa molto freddo. Il rifugio dove dormiamo è una topaia/dormitorio
con camere da 6/7 letti, con coperte e lenzuola sporchi, che puzzano
di piedi e di capra. L'elettricità viene erogata dalle 19
alle 21, non esiste acqua corrente, i bagni sono in condizioni inenarrabili.
Dopotutto, siamo in mezzo al nulla, e per poter godere delle meraviglie
della zona dobbiamo adattarci a quello che passa l'organizzazione
boliviana.
Facciamo un giro a piedi intorno al lago, e per raggiungere la riva
siamo costretti a passare in una zona fangosa in cui ci impantaniamo
pesantemente nelle molli zolle intrise di sale. Le scarpe diventano
bianche fino alla caviglia.
Il freddo è intensissimo, e siamo a quasi 5.000 metri.
Durante la passeggiata le raffiche di vento gelano la testa, e l'altitudine
si fa sentire. Rientro in camera che sono uno straccio.
Ceniamo con i ragazzi. Stasera spaghetti al pomodoro (ketchup) scotti
e carichi di cipolla. C'è solo quello, e praticamente non
mangio. Cerchiamo di socializzare con un po' di conversazione e
giocando a carte con delle regole che ci spiega l' australiana.
Gli sforzi li facciamo, ma proprio non riescono a dire o fare cose
simpatiche. L'unico che si salva è l'olandese, con cui almeno
si riesce ad intavolare un discorso.
Andiamo a dormire alle 9, con sacco a pelo ed altre coperte, in
quella stanza fetida e gelida.
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