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19.03.2003
...Geyser, Laguna Verde e proseguimento per Alota
La sveglia è alle 4, ma io riesco a svegliarmi alle
2,30 con un terribile mal di testa. Esordisco con un paio di moccoli
mattutini: ho passato una notte orribile, svegliandomi a più
riprese ed in preda a brutti pensieri. Il "sellerone" norvegese,
tra le altre cose, ha deliziato gli astanti rigirandosi senza tregua
nel letto metallico, che ovviamente non ha smesso di cigolare un
secondo. Fa molto freddo, e con la luce delle candele dobbiamo ricomporre
la valigia e tutti gli altri oggetti in tempo per uscire alle 5.
L' umore, come ho detto, è pessimo, e mi diverte notare che
anche Francesca è più o meno nelle stesse condizioni.
Partiamo dalla laguna e raggiungiamo in poco tempo la zona dei geyser.
La scena è spettacolare, fortissima: delle grosse nubi di
vapore si alzano dalle pozze piene di fango bollente, creando un'
atmosfera spettrale e surreale.
La luna, nitidissima, illumina la vallata dall' alto, mentre all'
orizzonte compaiono le prime luci dell' alba.
Il malumore viene sedato lentamente dallo stupore e dalla meraviglia,
anche se il freddo è ancora insopportabile. Dalla zona dei
geyser raggiungiamo delle pozze di acqua calda. Il sole si è
alzato nel cielo e comincia a scaldare l' aria, e malgrado la temperatura
saltiamo nell' acqua in un baleno.
E' calda, piacevole, trasparente e non maleodorante come normalmente
sono le acque termali.
Vale molto più di una doccia bollente: passa il mal di testa
e l' irritazione, e torna la voglia di fare e di vedere.
Facciamo colazione verso le 6, dopo esserci rivestiti, e partiamo
alla volta dell' ultima laguna, la Laguna Verde, che si trova a
pochissimi chilometri dal Cile.
Ancora una volta, quello che vediamo rasenta la fantascienza: la
laguna, molto estesa, è circondata da splendide montagne
che si riflettono a specchio sull' acqua, che offre tonalità
verdastre e blu.
Non si vede nient' altro che roccia ed acqua, non ci sono uccelli
e nessun' altra forma di vita. L' acqua della laguna è in
realtà un miscuglio di acidi e veleni, e la colorazione è
data dall' arsenico, presente in grosse quantità. E finalmente
ci liberiamo dei due rompico**ioni, l' australiana ed il norvegese,
che proseguono con la nostra jeep per il Cile. Io, Francesca, e
l' olandese ci trasferiamo su un' altra macchina, dove troviamo
una coppia di olandesi ed un ragazzo australiano. Per lo meno sono
persone normali, riusciamo pertanto a fare conversazione ed a parlare
di cose decenti...
Comincia quindi il ritorno verso Uyuni, con la nuova guida, un uomo
sulla cinquantina, e la cuoca, sua moglie. Il tizio guida a 30 km/h,
e frena davanti a qualsiasi buca od asperità del terreno;
capiamo quindi fin d' ora che il viaggio sarà lunghissimo
ed estenuante. La strada che facciamo non è quella dell'
andata. Il paesaggio è molto più arido ed anonimo.
Io comincio anche ad annoiarmi un po' , sono nervoso, voglio un
letto decente, una doccia ed un telefono... i piccoli capricci di
un turista affetto da occidentalite, fortunatamente agli stadi iniziali.
Facciamo un paio di pause presso altrettante comunidades, dopodiché
ci dirigiamo verso Alota, dove passeremo la notte. Anche qui, ci
mettono a disposizione una stanza-dormitorio con 6 letti puzzolenti
e corti. Anche qui, la luce elettrica viene erogata dalle 19 alle
21. La cuoca serve la cena alle 7, e passiamo la serata con gli
altri ragazzi giocando a carte.
20.03.2003
Uyuni - Potosì
Giornata assolutamente anonima e noiosa. Sveglia alle 6,30,
desayuno e partenza per Uyuni. Il tour è finito, finalmente.
Non ne potevo più. Sulla strada incrociamo un altro paio
di comunità, tra cui San Cristobal, un posto fatto
di case prefabbricate dal tetto in lamiera. Devo dire che la desolazione
è proprio tanta, cominciano a mettermi tristezza questi paesini
sperduti nel nulla, con quella gente umile, dal sorriso buono e
semplice, costretta a vivere in condizioni allucinanti. Sono comunità
che non esercitano neanche troppo fascino su di me: le trovo tristi,
squallide, senza nulla di interessante se non la popolazione locale,
che è e rimane splendida.
Siamo ad Uyuni verso le 2 di pomeriggio. Prendiamo una camera, sempre
all' Hostal Marith, da Dona Santuza, ma solo per il pomeriggio,
visto che alle 19 abbiamo il bus per Potosì. Finalmente
riesco a chiudermi in un internet café, scrivere agli amici,
rispondere ai tanti messaggi ricevuti. Poi di nuovo, a comunicare
con l' Italia: chiamo mio padre, Pier, e mio fratello. Mi sento
molto meglio.
Torno all' Hostal e mi faccio una doccia di due ore. Lustri, puliti
e profumati, ci muoviamo velocemente verso il terminal dei bus in
taxi (mentre fuori si scatena un temporale degno di questa latitudine
tropicale). Il bus per Potosì è piccolo e stretto,
pieno di gente. I boliviani sul bus sono carichi di scatole, coperte,
stracci e ceste che mettono ovunque, restringendo il già
esiguo spazio a disposizione. C' è un odore infernale di
lama e di foglie di coca, odore che - scoprirò più
in là - caratterizza tutte le cholitas.
Il viaggio dura moltissimo, più di otto ore (contro le sei
dichiarate), per le pessime condizioni della strada dovute al temporale
di cui sopra. Arriviamo quindi a Potosì verso le 3,30. Tempo
di scaricare i bagagli ed andiamo in un ostello minuscolo (il Residencial
Felcar), un posto molto essenziale, e con stanze freddissime. Ci
addormentiamo alle 4. La voglia di smadonnare è tantissima,
ma domani è un altro giorno.
21.03.2003
Potosì
Mi sveglia Francesca verso le 8. Ho dormito poco, ma non sono
eccessivamente stanco. L' ostello non è male: c' è
un cortiletto interno invaso dai fiori, dove facciamo colazione.
Francesca si stranisce non poco con il gestore dell' albergo, che
a più riprese le chiede di saldare il conto della stanza
entro le 12. Per non avere problemi e tagliare la testa al toro,
decidiamo quindi di pagare per un' altra notte - costa solo 25 boliviani,
circa 3 euro - e di lasciare i bagagli in camera, così da
poter girare per Potosì con tutta calma.
Mangiamo, usciamo e ci dirigiamo subito verso il terminale degli
autobus, dove prenotiamo un mega bus di lusso per La Paz, che parte
stasera stessa alle 20 ed arriva a destinazione alle 6,30 di mattina.
Abbiamo quindi tutta la giornata per passeggiare placidamente per
la città.
Potosì è molto carina: moderna, ricca, piena di monumenti
e di abitazioni dell' era coloniale. C' è molta gente in
giro, tanti negozi, bancarelle, uffici, ed un' infinità di
cartolerie e di copisterie. E' la città dei notai e degli
avvocati, prima città in Bolivia per produzione di materiale
di cancelleria (questo ce l' ha spiegato Carlo quando eravamo a
La Paz).
Andiamo dritti al mercato centrale, che si sviluppa anche questo
su molte stradine attorno ad una piazza. Potosì è
anche la città boliviana dove si mangiano le migliori tucumanas:
di fronte al mercato campeggia un cartello con la scritta "Tucumanas
especiales". Ci fermiamo un attimo e ne mangiamo un paio, tanto
per dare un rinforzino alla colazione.
Passeggiamo ancora per un po' , e poi entriamo in un ristorante
consigliatoci da Carlo. Dopo tutti questi giorni, finalmente mangiamo
in abbondanza: filetto ai funghi con contorno di patate con insalata
io, un grande churrasco con un' enorme porzione di verdure Francesca.
Il tutto per i soliti 3 euro a testa. Nel ristorante ne approfittiamo
per guardare in TV le notizie dal Mondo: ieri è scoppiata
la guerra in Iraq, e le immagini fanno passare l'appetito. Al contrario
di quanto accade talvolta nel nostro paese, i servizi che passano
in TV sono tutti antiamericani, esplicitamente schierati contro
la guerra. Un servizio spiega come a La Paz, ieri, si sia svolta
una manifestazione di protesta anti-USA, e nel video appare una
vecchia cholita che, con il pugno chiuso, urla "el pueblo, unido,
jamas sera vencido". Decisamente un popolo diverso dal nostro...
Usciamo e ci dirigiamo verso il mercato artigianale della città.
Troviamo un sacco di negozietti che vendono tessuti, borse, cappelli,
oggetti in terracotta ed in legno. Per pochi bolivianos, anche oggi
facciamo il pieno di roba da portare a Roma. Passiamo anche per
delle bancarelle che vendono oggetti in argento - dopotutto Potosì
è la città delle grandi miniere d' argento - e compriamo
qualche piccolo gioiellino artigianale. Contenti e soddisfatti,
ci appropinquiamo verso l' ostello alle 16,30, chiudendoci in camera
per riposare. Ci sdraiamo sul letto, leggiamo e scriviamo fino alle
19. Un po' di riposo ci sta bene. Ci muoviamo quindi verso il terminal:
alle 20 parte il bus per La Paz. E' effettivamente grandissimo,
con sedili spaziosissimi ed un comodo poggia piedi, che in teoria
dovrebbe consentire di dormire per tutta la durata del viaggio.
I primi chilometri del tragitto scorrono abbastanza tranquilli,
e verso le 21,30 facciamo una prima sosta, per fare pipì
e mangiare. La fame mi fa compiere il primo grande errore del viaggio:
entro in una catapecchia gestita da cholitas e, per 4 boliviani
(mezzo euro), mangiamo sia io sia Francesca. Lei prende una leggera
zuppa ai cereali, io invece prendo il secondo: un piatto abbastanza
robusto con un pezzo di carne al sugo, duro come un pezzo di coda
alla vaccinara mal cotto, con contorno di patate in umido ed una
buona quantità di cipolle crude. Inutile dire che, appena
rimetto piede in autobus, inizio ad avvertire delle fitte allo stomaco...
ci metterà un po' a scendere il tutto... E finalmente dormiamo.
All' 1,30 però mi sveglio. L' autobus ha guadato un corso
d' acqua ed è affondato nella melma. E' piovuto molto ieri,
e la strada sterrata e piena di buche non ha retto ed è divenuta
un enorme pantano. Attorno al bus ci sono altri pullman, camion
ed automobili, tutti bloccati nella melma. Il nostro autista tenta
invano di avanzare, e restiamo fermi per almeno un paio d' ore...
** INTERLUDIO **
Dal diario di Francesca:
"VIAGGIO IN CAMBUS"
Il bus per La Paz lo abbiamo scelto senza badare a spese, 50 boliviani
per due posti nel Cambus, con sedili reclinabili al massimo, distanti
tra loro e con un sostegno per stendere le gambe. Insomma, 10 ore
di viaggio che intendevo passare a dormire come un bimbo, e che
apettavo con ansia dopo la burrascosa e stancante notte precedente.
Già quasi subito, la dichiarazione di Carlo circa le condizioni
della strada (asfaltata, secondo lui) si rivela inesatta, ma ormai
alla guida nel fango ci siamo abituati e non ci si fa più
caso; approfittando dei comodi sedili mi addormento dolosamente.
Quando riapro gli occhi mi rendo conto, anzi - me lo dice Maurizio,
che la tranquillità dell' ultima ora e mezza di sonno non
è dovuta all' abitudine alla fanga, bensì al fatto
che il cambus è fermo, impantanato. Una boliviana di un metro
e mezzo urla convocando tutti gli uomini degni di questo nome ("caballeros...
sin caballos!") giù dal pullman, per spingerlo.
Scendo anche io per rendermi conto della situazione e - affondando
subito nella guazza - vedo il nostro bestione inclinato con le ruote
destre seminascoste nel fango. Considerando che il bus è
alto più di un metro e mezzo da terra e che le ruote sono
grosse più o meno come me, rimango impressionata, ed acquisisco
due certezze: (1) non ce la faremo mai a spingerlo fuori, (2) resteremo
qui tutta la notte.
Voltandomi, vedo però che siamo in buona compagnia: dietro
a noi, a pochi metri, c' è il fiume che abbiamo appena guadato,
con almeno altri tre mezzi - tra camion e pullman - impantanati.
Il via vai di gente è impressionante, non ci siamo solo noi,
ci sono anche bus e camion bloccati nella direzione opposta, a fari
spenti ed apparentemente abbandonati, i cui occupanti sono scesi
per aiutare o si sono messi a dormire, rassegnati (come me) a passare
qui la notte.
Anziché stranirmi mi diverto a girare tra i mezzi, curiosa
di vedere come questa gente, evidentemente avvezza a fronteggiare
simili situazioni, si caverà dall' impasse.
Esortati dalle perentorie istruzioni della boliviana, diversi uomini
di buona volontà - tra cui Maurizio - si dispongono in due
file dietro al bus e cominciano a spingere coordinati con l' autista.
Il bus si muove, finalmente, ma fatti pochi metri sorge un problema:
il bestione sta scivolando contro i due mezzi fermi nella direzione
opposta.
Via di corsa quindi da lì dietro, il bus rincula per fermarsi
nelle buche fatte in precedenza. Si cercano allora i relativi autisti
e si guidano nelle faticose manovre di avanzamento (prima uno e
poi l' altro) dei mezzi, per evitare lo scontro che avrebbe peggiorato
le cose.
Reso "libero" il campo, con i medesimi sforzi di prima si riesce
a far uscire il bus dalla fossa (ma non scatta l' applauso!), si
risale più o meno velocemente tutti sopra (dopo una attenta
pulizia delle scarpe perché il bus è di lusso). I
primi minuti di cammino stiamo un po' tutti attenti a come si evolve
la traversata, poi ci si rilassa e ognuno torna al proprio dormiveglia
sballottato. Ma è un rilassamento prematuro, perché
quasi subito il bus si ferma: stavolta non siamo noi, ma c' è
un cambus come il nostro (quante ore sono che è lì?)
che è completamente piegato su un fianco ed appoggiato alla
parete destra della strada (che è una montagna di fango,
ovviamente). L' aiutante scatta subito fuori in ricognizione (o
come rappresentante dei nuovi venuti?), si spengono i motori e l'
immagine triste del pachiderma accasciato su un fianco, come se
fosse ferito, mi dà la certezza che passeremo qui tutta la
notte sul serio, stavolta. C' è di buono che qui siamo molti
di più, è evidente che questo punto critico sta mietendo
impantanati già dal pomeriggio, ci sono molti più
mezzi fermi in entrambe le direzioni, e tanta di quella gente in
giro che sembra una festa di paese. Nel buio più totale l'
illuminazione ad altezza uomo dei fari rende ancora più surreale
la scena, come se non fosse vera. Sporgendomi dal finestrino noto
la soluzione (probabilmente l' ennesima) che hanno deciso di adottare:
una serie di uomini tenta di trainare fuori dal guado il bus con
una corda attaccata sopra la cabina dell' autista, e ovviamente
quest' ultimo fa la sua parte al volante. Nella mia incredulità
il bestione comincia a muoversi e scivolare in avanti, aumenta suo
malgrado la velocità e per effetto degli uomini che tirano
da davanti comincia a mettersi di traverso: "così siamo a
posto e non passa più nessuno", penso io, ma proprio nel
rush finale, forse per l' abilità dell' autista o forse per
il contrario, l' animale scoda, sbatte violentemente il lato posteriore
contro la parete di fango su cui giaceva e si raddrizza - è
il caso di dirlo - di botto!
Al rumore sordo della crocca i più ammutoliscono (i nostri
si sporgono dal finestrino per vedere!), finchè non risulta
evidente il lieto fine. Il bus riprende lentamente il suo cammino,
noi ci accodiamo passando davanti agli altri mezzi e ai relativi
occupanti. L' ultimo motivo di apprensione deriva dal fatto che
- dovendo passare precisamente nello stesso punto del nostro predecessore,
sembrava matematico che anche noi ci adagiassimo sulla parete (dalla
parte mia, per giunta), ma mentre mi preparavo per attutire il colpo
sul vetro, il nostro abile autista ha superato la difficoltà.
D' altra parte, ormai erano a disposizione uomini e tecniche per
aiutare anche noi, e quindi la preoccupazione era relativa.
Mentre andavamo via mi sfilavano davanti agli occhi gli infiniti
pullman e camion fermi, e se da un lato mi chiedevo se e quando
mai sarebbero arrivati a destinazione, dall' altro pensavo che tanto
- vista la quantità di mezzi impantanati lungo il percorso
dietro di noi - di certo gli occupanti non si sarebbero annoiati.
Eh sì, ho avuto la netta sensazione di non essere stata l'
unica, questa notte, a essermi divertita!
** FINE INTERLUDIO **
Siamo entrambi divertiti dall' avventura e dallo spettacolo offerto.
In fondo del ritardo non ci frega nulla, e dal modo tranquillo in
cui i boliviani reagiscono, è evidente che qui la natura
scandisce i ritmi di tutti gli avvenimenti. Contro una frana, un
diluvio, o nelle condizioni climatiche più avverse, c' è
ben poco da fare. Si riparte dopo tutte queste attività,
ed in poco tempo ci si riaddormenta.
22.03.2003
La Paz - Coroico
Arriviamo a La Paz verso le 10. Riprendiamo i bagagli, e velocemente
raggiungiamo Carlo che, conoscendo il paese, non era affatto preoccupato
dal ritardo del pullman. E finalmente ci rifacciamo una sana e lunga
doccia, scrostandoci di dosso tutta la sporcizia e la stanchezza
fisica di questi giorni. Mangiamo una tucumana dopo aver fatto colazione,
ed insieme a Carlo 2 andiamo tutti e quattro a prendere il micro
per le Yungas, che parte alle 15.
Il tratto che da La Paz porta a Coroico è tristemente famoso
in tutto il mondo: la carretera de la muerte. Il percorso
è di circa un' ottantina di chilometri, ma è una piccola
e stretta stradina scavata sul fianco della montagna, che si sviluppa
a picco sulle vallate andine, con strapiombi di 600 metri che danno
sul nulla.
Secondo l' ONU è la strada più pericolosa del mondo:
ogni 2 settimane un veicolo precipita con tutto il suo carico -
umano e non - verso l' infinito vuoto. Ovviamente siamo tutti elettrizzati
dall' attesa, facciamo battute sulla caduta, cercando di sdrammatizzare
e placare la tensione. La fitta nebbia presente sulla strada impedisce
di avere una visione nitida dello strapiombo, ma la discesa è
veramente da brivido. Il piccolo micro percorre la strada sul lato
esterno, verso il vuoto, ed ogni tanto la nebbia si dirada offrendo
uno scorcio della lontanissima vallata.
A mano a mano che scendiamo verso altitudini più umane (Coroico
è a circa 1.500 metri), cambia la temperatura, ma soprattutto
cambia radicalmente la vegetazione: le piante diventano sempre più
grandi e folte, cominciano a comparire i primi fiori, e l' autobus
passa spesso sotto delle piccole cascate che affiorano da rigogliosi
boschetti fitti di vegetazione.
Altro che strada pericolosa, è in realtà la strada
più meravigliosa del mondo. E' tutto verde, in qualunque
direzione, gli alberi sono altissimi, ci sono corsi d' acqua ovunque,
siamo immersi in una bellissima foresta ricolma di vita e di colore.
La strada però è molto sdrucciolevole e fangosa, infatti
a poco più della metà del percorso ci fermiamo dietro
ad una lunga coda di veicoli a causa di una grossa frana, che ha
bloccato il traffico in entrambi i sensi. Anche in questo caso nessuno
sembra sconvolgersi. Scendiamo tutti dal micro per "ammirare" il
fantastico panorama ed osservare le ruspe che rimuovono la terra
caduta sulla strada. In circa un' ora, tutti i veicoli provenienti
da Coroico (che hanno la precedenza su quelli provenienti da La
Paz) riescono a passare oltre la frana. Anche noi risaliamo sul
micro e continuiamo la discesa. Arriviamo a Coroico dopo
un viaggio di quattro ore pulite.
Il paesino è una ridentissima comunità che sorge su
una collina rigogliosa e ricolma di fiori selvatici. Attorno alle
case crescono felci enormi, ficus, banani, papaie e palme,
ed io sono felicissimo di trovarmi in tutto quel verde, in quella
fantastica natura, in un contesto così rassicurante e fertile.
Abbiamo una prenotazione presso un alberghetto fuori città,
un complesso di cottage rustici immersi nei giardini tropicali.
Per arrivare all' hostal siamo costretti a chiamare la reception
ed a farci venire a prendere con un fuoristrada sulla piazza principale:
la strada è in salita, totalmente sconnessa, e bisogna percorrere
3 km prima di arrivare. Andiamo, non senza prima consumare una ricchissima
cena in un ristorante che conosce Carlo 1, che intrattiene simpatiche
conversazioni con il proprietario. L' ostello è effettivamente
sperduto nel nulla, isolato dal paese ed abbastanza lontano da rendere
difficili tutti gli spostamenti a piedi. La sistemazione, però,
è decisamente comoda e suggestiva: ci danno una casetta a
due piani, con un soppalco in legno grezzo, un minuscolo angolo
cottura con tavolo, e quattro letti morbidi, comodi e pulitissimi.
All' esterno c' è un giardino con alberi altissimi, piante
di ficus, arbusti carichi di fiori e felci smisurate.
Il bagno è una piccola costruzione in muratura con una doccia
dipinta di blu ed una porticina per il WC, circondata da molte piante
anch' essa.
Insomma, non siamo molto contenti di non poter uscire, ma godiamo
della pace e della bellezza in cui ci troviamo. I ragazzi comprano
tre bottiglie di vino cileno, e chiacchieriamo tutta la sera,
con i mille rumori della foresta. Grilli, uccelli e fruscii a iosa,
ininterrottamente.
Finalmente un letto più che comodo, una casa curata e carina,
finalmente una notte senza sveglia.
23.03.2003
Coroico
Dormo come un sasso, mi sveglio alle 9,30 per andare in bagno.
C' è già moltissima luce, e quando metto il naso fuori
casa vedo due grossi uccelli neri dal becco giallo e la cresta blu
sostare sul tavolo del giardino, accanto ai residui della serata.
Appena mi vedono spiccano il volo, ed io mi ritrovo stupito tra
mille rumori di uccelli ed altri animaletti sparsi nelle vicinanze.
Gli altri aprono gli occhi poco dopo, facendo anche loro molti apprezzamenti
sulla situazione mattutina, che mette di buon umore già dopo
il risveglio.
Facciamo colazione, e decidiamo di cambiare albergo, preferendo
una sistemazione in città, vicino alla piazza centrale di
Coroico. Una volta tornati in paese, troviamo una splendida stanza
al "Bella Vista Hotel", sicuramente meno originale del cottage della
scorsa notte, ma spaziosa, pulita e profumata. Per 6 euro a testa
abbiamo una camera dotata di un' enorme finestra panoramica, che
offre vedute meravigliose della vallata sottostante e delle montagne
che circondano Coroico. Di tanto in tanto avvistiamo degli splendidi
falchi che sorvolano l' area in cerca di cibo. Alcuni passano
a pochi metri dalla finestra.
L' albergo dispone di una piscina coperta, ma offre anche accesso
gratuito alla piscina comunale del paese, dove decidiamo subito
di tuffarci e prendere il sole. Non c' è altro da fare: a
Coroico ci si riposa, si dorme, si mangia.
Alle 16 i due Carli ci abbandonano, visto che domani devono lavorare.
Francesca ed io, prima ci concediamo una grassa dormita di un paio
d' ore, poi decidiamo di andare a bere qualcosa in uno dei pub attorno
alla piazza, specializzato in cucina messicana, dove alla fine ceniamo.
Curiosi gli altri avventori del pub: un gruppo di ragazzi slavi
(almeno così capiamo, ma potrebbero essere russi) accompagnati
da un ragazzo indio - probabilmente boliviano - che conversa con
loro alternando russo e spagnolo. Bevono come spugne tutta la sera.
Noi ci limitiamo ad un semplice cocktail, ma abbondiamo con la cena,
dopodiché verso mezzanotte decidiamo di tornare in camera
e dormire.
24.03.2003
Coroico
Dormiamo profondamente tutta la notte, nel nostro comodo letto,
svegliandoci alle 9,30 con il sole. La vista dal finestrone è
veramente suggestiva. La vallata è rigurgitante di colore,
e numerosi falchi (ne contiamo almeno 5) volano in alto per la colazione.
Con molta calma, anche noi usciamo a procacciarci il cibo, e consumiamo
un lauto desayuno in un locale (il Backstube) gestito da
tedeschi.
Coroico è piena di tedeschi, figli di ariane persone rifugiatesi
in Bolivia. Probabilmente si tratta di ex nazisti che si sono trasferiti
qui dopo la guerra ed hanno messo su famiglia, infatti ci sono un
sacco di bambini dai lineamenti andini, ma biondi con gli occhi
azzurri.
Francesca ipotizza una connivenza tra i narcotrafficanti del posto
ed i ricchi crucchi sfuggiti all' epurazione in Europa, e la cosa
- effettivamente probabile - si respira in tutto il villaggio, dove
le case più belle e più ricche sono di proprietà
di personaggi decisamente europei. Carlo 1 poi ci spiegherà
che la zona è abitata da molti cooperanti tedeschi arrivati
a Coroico negli anni ' 70... due interpretazioni distinte, ma secondo
me in qualche modo collegate.
Oggi manca l' elettricità in tutto il paese, e in albergo
ci dicono che sarà ripristinata verso le 17. Questo rende
impossibile fare telefonate o inviare mail... pazienza, ci penseremo
domani a La Paz. Con lo zainetto in spalla, ed il costume indosso,
partiamo da Coroico per una delle mini escursioni tra le montagne.
È la più facile quella che scegliamo, una gita verso
le cascate di acqua sorgiva che alimentano gli acquedotti locali.
Il sole a picco brucia, rendendo difficile la già faticosa
camminata in salita, però tira un bel venticello che sicuramente
aiuta. Il sentiero è facile, ben indicato e largo.
In mezzo al nulla vediamo, ad un certo punto, un turista che ci
segue e ci raggiunge, probabilmente anche lui in cerca delle cascate.
Gli chiediamo se conosce la strada, e stupidamente lo seguiamo fuori
dal sentiero, verso la cima di una collina ripida e visibilmente
fuori percorso.
Il cretino dapprima si dice sicuro di quella scorciatoia (sembra
un boliviano di La Paz, quindi gli crediamo), ma dopo venti minuti
di scarpinata dura e faticosa ammette di aver sbagliato strada...
Torniamo sui nostri passi e riprendiamo il sentiero principale,
ma dopo un po' il cammino ci viene sbarrato da un' intera famiglia
di cavalli, che passa placidamente il tempo a brucare l' erba della
montagna. Non c' è modo di evitarli. Il tragitto è
l' unico possibile, non possiamo risalire le colline, ed oltretutto
sono proprio tanti, passato il primo dovremmo superarne altri sette,
ed alcuni sono decisamente grossi. Non sappiamo cosa fare. Le cascate
sono ancora lontane (ci avevano assicurato 1 ore di percorso, ma
ne sono passate già tre...), non osiamo avvicinarci troppo
ai cavalli, che non si muovono di un centimetro. Non vedendo altri
sentieri percorribili, da bravi italiani poco avvezzi all' avventura
decidiamo di tornare indietro, accaldati ed a bocca asciutta, accontentandoci
di questa breve passeggiata tra le montagne, incompleta ma ugualmente
faticosissima. Ci buttiamo in piscina, alla faccia del trekking
e delle escursioni, e passiamo un bel po' di tempo senza far niente,
prima della cena.
25.03.2003
Coroico - La Paz
Oggi si torna a La Paz. Il micro parte alle 7, pieno di gente
come al solito. Non è un veicolo piccolo come quello dell'
andata, quindi la mitica strada la faremo con un po' di paura in
più. Ci rassicura il guidatore: il micro è "medianito,
ni grande ni chiquito", quindi partiamo di buon grado.
Le nebbie delle vallate circostanti non si sono ancora diradate,
e le cime delle colline sono bellissime, sembrano avvolte nell'
ovatta. Scattiamo entrambi le ultime fotografie.
Nello stesso punto in cui avevamo trovato la frana tre giorni fa,
il bus si ferma in attesa del suo turno. Non hanno ancora spalato
tutta la terra, ma in tre giorni sicuramente si sono organizzati,
e l' attesa non è poi così lunga.
Il nostro guidatore è visibilmente sciolto e tranquillo,
forse anche troppo: quando è il nostro turno, il terreno
fangoso e smottato ci fa scivolare, proprio verso il baratro. Per
la prima volta da quando siamo arrivati in Bolivia, leggiamo lo
sgomento e la paura negli occhi dei viaggiatori: una delle ruote
del micro è a pelo sul nulla, e sembra che lo sterzo si rifiuti
di obbedire alle svolte dell' autista (che in questa manovra ci
sembra anche un po' ubriaco, a dire il vero).
Fortunatamente passiamo incolumi, non senza bestemmie, moccoli e
parole non proprio dolci. Ci siamo molto spaventati.
E siamo finalmente a La Paz dopo 3 ore e mezza.
Questa è l'ultima giornata di viaggio. Domani si riparte
alle 5 di mattina.
Ne approfittiamo per andare a fare gli ultimi a acquisti, in Calle
Sagarnaga, una via del centro piena di negozietti, e per mangiare
l' ultima tucumana... mi mancheranno le tucumanas.
Per la sera, Carlo 1 ci ha organizzato una notte bianca. Prima andremo
al ristorate peruviano a mangiare ceviche, poi in un locale
dove fanno musica dal vivo. Le intenzioni son quelle di farci arrivare
all' ora di partenza senza dormire, e noi accettiamo di buon grado:
in fondo amiamo lo spirito di iniziativa di Carlo. In serata ci
raggiunge Pilar, una ragazza paceña molto, molto carina,
con cui Carlo (che non ha perso tempo) ha una relazione. E' lei
che ci accompagna, dopo cena, in un locale dove ascolteremo alcuni
suoi amici che fanno cover degli Heroes del Silencio, che qui in
Sud America sono dei miti viventi...
Verso le 2 decidiamo di abbandonare l' idea della notte bianca,
e torniamo nella nostra stanza (da Carlo 2) per impacchettare le
ultime cose e chiudere i bagagli.
E' finita. Dormiamo un paio d' ore e verso le 4 scendiamo in strada
in cerca di un taxi.
Ci aspetta un lungo viaggio fino a Roma.
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