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La prima tappa è Bonito, nuova meta del turismo ecologico
internazionale, nel Mato Grosso do Sul. Arrivarci non è
rapidissimo. Da Bologna a Campogrande via Madrid e San Paolo ci
si impiegano 24 ore più o meno tonde. Poi da lì si
prende un'auto a noleggio e ci sono ancora circa 5 ore di viaggio.
Ma già la strada vale il piacere di essere fatta. Davanti
a noi, terra rossa che quasi si incendia. Tutto intorno, valli e
colline, macchie di bosco tropicale e pascoli verdissimi con mandrie
di vacche ed emù (piccoli struzzi) selvatici. Sopra, un cielo
blu spruzzato di nuvolette bianche che sembrano ciuffi di bambagia.
Bonito è una piccola cittadina schierata su tre strade
parallele, dalle case basse e dall'aspetto sonnecchiante, dove ormai
tutti o quasi vivono di turismo. Le due cittadine più vicine
si trovano a circa cento km: qui è il regno delle grandi
"estancias", latifondi privati di migliaia di ettari.
E qualche anno fa, alcuni di questi allevatori hanno scoperto di
essere proprietari di splendidi ambienti naturali ancora incontaminati,
si sono consociati per proporli ai turisti ed è stato il
boom. Così che oggi a Bonito e dintorni l'attenzione ecologica
e la preservazione dell'ambiente vengono curati come un bambino
appena nato nel quale tutta la famiglia riponga ogni speranza. Ci
credete che a Bonito da nessuna parte è vietato fumare, ma
semplicemente da nessuna parte trovate da comprare delle sigarette?
Appena arrivati, andiamo al Balneario Municipal. Un piccolo
parco di pubblico ritrovo con una sorta di grande piscina naturale
che è l'ansa di un fiume dalle acque trasparenti nelle quali
poter nuotare con maschera e pinne insieme a grandi pesci dalla
coda gialla esplorando tronchi sommersi e radici di mangrovie. Mentre
per alloggiare ci fermiamo all'Hotel Caramanchao, un posto carino
dove una doppia con prima colazione per due ci costa 18 euro a notte.
Il giorno seguente andiamo al Parco Baia Bonito, dove al
mattino formiamo con altri quattro brasiliani una piccola squadra
con la quale discendere a nuoto circa un km di fiume. Ci forniscono
muta, maschera, boccaglio, sandali e giubbetto salvagente, perchè
in realtà nel fiume è proibito nuotare agitando i
piedi per non creare turbolenze che danneggino il fondo e la vegetazione
acquatica e andiamo accompagnati da una guida. L'acqua è
a dir poco cristallina e galleggiamo fra i pesci lasciandoci portare
dalla debole corrente del fiume. Sembra davvero di nuotare in un
sogno. Il ritorno alla base è a piedi, per uno stretto sentiero
attraverso un rigoglioso bosco tropicale.
Dopo il pranzo al ristorante del parco, nel pomeriggio facciamo
il "sentiero degli animali", che però è
un po' meno naturale, perchè gli animali che vedremo sono
in regime di semi-cattività, all'interno cioè di aree
recintate. Ci dicono che si tratta di animali tutti tipici del Mato
Grosso, ma che sono nati negli zoo del Brasile e non potrebbero
più sopravvivere in regime di vera libertà, per cui
lì almeno possono stare nel loro ambiente naturale. E vediamo
un grosso tapiro, un paio di "lobos" (cani
della prateria), alcuni cervi ed emù, diversi jacarè
(alligatori di piccola taglia) apparentemente sonnecchianti nella
loro laguna e un anaconda (che qui si chiama sukurì),
il tutto lungo un percorso ambientale di circa tre chilometri che
comunque vale il piacere di fare di per sè stesso. Ma l'incontro
più emozionante è stato all'inizio della nostra passeggiata,
quando proprio a lato del nostro sentiero ci siamo imbattuti in
un cobra-casquavel dall'aspetto appisolato, che certamente
non avrebbe dovuto starsene lì a rischiare di mordere un
qualche turista e la cui presenza non ha perciò mancato di
contrariare la nostra guida.
Se la sera prima avevamo cenato con carne di manzo arrostita
allo spiedo da far venire le lacrime di commozione per quanto
era buona, stasera proviamo un misto di pesci di fiume cucinati
in varie maniere: ma non ce ne piace proprio nessuno! In compenso
scopriamo che un locale di Bonito, il Tapoa, ha brevettato una sua
versione di caipirinha miscelandovi miele, cannella e altre spezie
che rendono così assai particolare questa autentica bevanda
alcolica nazionale brasiliana.
Il giorno dopo andiamo alla Gruta Azul, una semigrotta
con una discesa di 300 metri nel cuore della montagna, fra stalattiti
e stalagmiti calcaree ed al cui fondo ristagna un piccolo laghetto
dalle acque cristalline di colore blu cobalto. Anche qui con visita
guidata, perchè a Bonito non si va da nessuna parte senza
una guida che ti accompagni e anche controlli il tuo rispetto ecologico.
E nota bene: tutte le visite e le escursioni vanno prenotate e pagate
presso il vostro albergo o una delle apposite agenzie di Bonito,
altrimenti voi vi presentate e loro vi rispediscono indietro. Poi
nel pomeriggio ci facciamo il sentiero delle cascate della Estancia
Mimosa, in compagnia di un'altra coppia di San Paolo. Cinque
ore di escursione da incanto, percorrendo sentieri nella boscaglia,
su è giù per piccole collinette, sempre a ridosso
di torrenti e di cascate e cascatelle, spesso tuffandoci in acqua
per andare a fare la doccia sotto una cascata e scoprirne le grotte
celate alle spalle. Anche percorrendo un breve tratto di fiume su
una barca a remi, immersi nella vegetazione tropicale più
rigogliosa e ammutoliti nel più completo silenzio rotto soltanto
dal canto degli uccelli e dal leggero sciabordio dell'acqua.
Bene, nei dintorni di Bonito ci sarebbero talmente tante opportunità
di escursioni come quelle appena descritte, da poterci sicuramente
stare una settimana. Mentre noi che non avevamo capito bene di cosa
si trattasse realmente, abbiamo preventivato solo tre giorni e domani
abbiamo l'aereo per Florianopolis e ci tocca proprio andare.
A Floripa ci siamo già stati l'anno scorso, ma questa
volta non ci veniamo per turismo, bensì per un Incontro Interamericano
degli Insegnanti di Biodanza al quale siamo stati invitati.
Per sapere cos'è Biodanza potete vedere al sito: centrostudibiodanza.supereva.it
Restiamo quattro giorni insieme a tanti amici da tutto il Sudamerica
e poi proseguiamo per Natal: un volo di qualche migliaio
di chilometri, dalla costa sud a quella nord-est di questo sterminato
paese. All'aeroporto di Natal troviamo posto sul volo già
del mattino successivo per l'isola di Fernando de Noronha,
un altro piccolo paradiso ecologico da poco uscito alla ribalta
come meta turistica. Si tratta di una piccola isola di origine
vulcanica, di 7 km x 2 km dispersa in mezzo all'Atlantico a
350 km dal continente, per due terzi Parco Naturale e per l'altro
terzo soggetta a vincolo di protezione ambientale. Vi si trovano
un paio di piccoli alberghi e poi solo piccole pousadas a conduzione
familiare, per non più di 400 posti letto in tutto. E per
accedervi occorre pagare una tassa di soggiorno di circa 8 euro
al giorno per persona.
Ci informano che a Fernando è già quasi alta stagione
turistica e non ci sarà facile trovare una camera libera
e quando ci arriviamo scopriamo che in effetti è così.
Scopriamo anche che qui i prezzi sono tutti decisamente più
alti che "in Brasile" e che per una cameretta in una pousada
semplice semplice occorre pagare almeno una ventina di euro a testa.
Però per noi della "area dell'euro" si tratta pur
sempre di un "caro" relativo e Fernando de Noronha è
davvero un incanto. Ci restiamo cinque giorni interi, noleggiando
un dune-bugy per potercela vedere tutta e meglio in completa libertà
e anche comodità. Ma in realtà il modo migliore di
scoprire le favolose scenografie naturali offerte dalle sue coste
è poi di farsi a piedi i vari sentieri litoranei. Che dirne?
Baia Sueste è la più frequentata, vi si arriva
con l'unica strada asfaltata dell'isola. Ma è anche l'unica
dalle acque basse e tranquille dove poter fare liberamente snorkeling
ed è comunque bellissima. Ci sarebbe anche la possibilità
di vedere le tartarughe di mare, ma non è facile,
anche perchè il tratto di baia da loro più abitualmente
frequentato è interdetto alla balneazione, così che
i turisti non le importunino.
Spettacolare il volo delle fregate che volteggiano sopra
le nostre teste per tuffarsi a capofitto nel mare fra i bagnanti
non appena adocchiano un pesce-preda. Ed altri grandi uccelli di
mare che vedremo popolare in abbondanza quest'isola sono le sterne
e le sule, oltre a diverse altre varietà di uccelli più
piccoli. Dalla Sueste si va, in piccole carovane guidate
di massimo 25 persone in non più di quattro turni giornalieri
e ad orari prestabiliti, alla Praia de Atalaya, un piccolo
gioiello protetto dai guardaparco la cui prerogativa e attrazione
è che durante la bassa marea si forma incastonata fra le
rocce una specie di grande piscina naturale dalle acque basse e
cristalline dove poter nuotare e fare snorkeling in assoluta beatitudine
e sicurezza. Solo che per esigenze di preservazione ambientale,
la nuotata di ogni turno di turisti è limitata a venti minuti.
Anche la baia di Atalaya vista dal sentiero che vi scende dall'alto
è un vero e proprio incanto e il fatto è che tutta
quest'isola e le sue spiagge sono così e ce ne sono persino
di ancora più suggestive ! E che dire poi del roccioso e
scosceso tratto di costa antistante i due grandi scogli gemelli
giustamente chiamati "dois hermaos" ? Qui un mare
che assume tutte le tonalità del verde e del blu si riversa
e si arrampica sulla scogliera con forti ondate dalla schiuma bianchissima
e che poco più in là si sciolgono sulla spiaggie (stupende
!) di Boldrò e di Bode miscelando al verde, al bianco
e al blu anche il rosso della sabbia. Credo che nessun pittore potrebbe
mai immaginare una simile scintillante orgia di colori e potete
metterci anche il nero delle rocce laviche, le varie sfumature di
giallo-verde della vegetazione e dei cactus sulla scogliera, l'azzurro
del cielo e il panna traslucido delle nuvolette. Ah, sì,
magari anche il colore un po' paonazzo della vostra pelle se non
vi siete abbastanza protetti dal sole, che qui è praticamente
equatoriale e picchia forte senza che uno se ne accorga per via
di una costante e rinfrescante brezza atlantica. E queste che ho
detto non sono nemmeno tutte le baie e le spiagge di Fernando de
Noronha e nessuna vale meno dell'altra.
A parte c'è invece il discorso della Baia dei Delfini,
una baia cioè chiusa sia ai turisti che alle imbarcazioni
perchè qui ogni mattina ci vengono a giocare centinaia di
delfini "rotatori", quelli cioè che più
si divertono a prodursi in spettacolari piroette fuori dall'acqua.
La vista è possibile solo dal molto in alto della scogliera
e tutti ti dicono che occorre andarci poco dopo l'alba, quando i
delfini vengono dal mare aperto. E noi ci siamo andati per le cinque
del mattino ed è vero che a quell'ora i delfini arrivano,
ma poi restano fino a mezzogiorno e non è che cambi niente
andarci anche a metà mattinata ! Però la cosa migliore
da fare per vedere davvero da vicinissimo i delfini è fare
un'escursione turistica in barca lungo le coste dell'isola, perchè
a quel punto te li trovi a nuotare e saltare e giocare tutt'intorno
a te ! E nell'escursione ci metti anche lo snorkeling al largo
di Baia do Sancho, con l'avvertenza però che proprio
lo snorkeling è l'aspetto meno suggestivo di Fernando de
Noronha, i cui fondali dicono essere strepitosi, ma necessitano
di vere e proprie immersioni subacquee per offrire il meglio di
sè.
Bene, torniamo a Natal e lì noleggiamo un'auto per recarci
subito nel Sertao, ovvero l'immensa desertica regione del nord-est
brasiliano che si apre già da un centinaio di chilometri
dalla costa verso l'interno. Ma la nostra meta è molto più
in là, nello stato del Paraiba, a 400 km da Natal.
Si chiama Souza e nei paraggi si trovano le orme di alcuni
dinosauri che hanno calcato questa terra più di 70 milioni
di anni fa. La conservazione di tali impronte è un fatto
rarissimo, per cui se ne conoscono pochi siti nel mondo, e detto
in due parole è dovuta al fatto che il terreno argilloso
sul quale camminarono quei dinosauri trovò poi le condizioni
per solidificarsi rapidamente fino a diventare autentica roccia.
Per arrivarci impieghiamo quasi tutta la giornata e il paesaggio
attorno non potrebbe essere più brullo, selvatico e in certa
misura anche deprimente. Ovunque attorno la cosiddetta "foresta
bianca", la kaatinga, fatta di piccoli e rachitici arbusti
del tutto privi di foglie e di colore grigio chiaro. Sembra tutto
secco e morto, ma in realtà è solo in letargo, perchè
in quel breve periodo dell'anno in cui anche qui cade la pioggia,
allora tutto improvvisamente diventa verde. Ma adesso persino i
grandi cactus che sono la seconda forma di vita vegetale del Sertao
appaiono grigiastri. E terra fine e giallo-grigia che sembra sabbia
bruciata dal sole.
Ogni tanto una piccola polverosa cittadina di cui ti chiedi come
sopravvivano gli abitanti e poi di nuovo il nulla. E Souza
è una di queste. Giusto all'ingresso del paese hanno da poco
costruito un hotel di quelli per gruppi turistici organizzati e
lì decidiamo di pernottare. Ci sembra di capire che ne siamo
gli unici clienti e la stanza ci costa davvero quattro soldi. Il
giorno dopo alle otto del mattino siamo già al Parco dei
Dinosauri e sì, le impronte ci sono e sono molto interessanti,
ma ci chiediamo: valevano davvero la sfacchinata di arrivare fin
qui per vederle ? Chissà, forse sì: forse un vero
viaggiatore non dovrebbe nemmeno mai porsi di queste domande. Ma
noi siamo pur sempre anche un po' "semplici turisti" senza
nessuna ambizione di rivaleggiare con Bruce Chatwin. Ripartiamo
da Souza per un secondo lungo viaggio in auto nel Sertao, ma non
per tornare sulla costa, bensì più a sud-est, nella
regione del Kariri. E lungo il tragitto impariamo a "fare l'occhio"
e ad apprezzare maggiormente il desertico panorama circostante:
sembra strano, ma anche lui ha un suo fascino. E quando la sabbia
polverosa e biancastra lascia il posto alla terra rossa del Kariri,
già l'effetto è ancora migliore.
La nostra meta è la Fazenda Pai Mateus, una specie
di agriturismo ecologico in mezzo ad un "niente" fatto
solo di kaatinga, ammassi di granito, capre e qualche vacca destinata
a mangiare assai più fichi d'india invece di erba. Siamo
di nuovo nel regno degli sterminati latifondi (la Fazenda Pai Mateus
è una proprietà di 12.500 ettari !), ma dove per uomini
ed animali la vita è ben più grama che nel Mato Grosso.
Così un bel giorno di tre anni fa il proprietario di questa
fazenda scoprì che le bizzarre conformazioni date dalla natura
ai grandi giacimenti di granito che si trovavano sui suoi terreni
e nelle immediate adiacenze potevano attirare quella nuova strana
razza di turisti cosiddetti ecologici ed amanti della natura che
aveva preso a sciamare per il mondo e decise di riconvertire la
propria tenuta ad hotel agrituristico. Con tanto e tale successo
che dopo soli tre anni di attività il complesso è
già in fase di notevole ampliamento. Perchè davvero
qui ci troviamo di fronte ad un altro mondo di incredibile magia.
Per certi aspetti l'esatto opposto della magia offerta da Fernando
de Noronha e anche da Bonito, ma in fondo sempre la stessa magica
e suggestiva bellezza che la terra e la natura riescono ad offrirci
ogni volta che sappiamo amarle e rispettarle e anche un po' temerle.
Così andiamo al Lajedo del Pai Mateus, un'emergenza
di granito in cima alla quale la natura ha scolpito un vero e proprio
"mare di grandi palle" di pietra più altre forme
fra le più incredibili e suggestive. Qui nell'ottocento visse
per cinquant'anni un eremita, appunto il "Pai" Mateus,
del cui ricovero restano ancora le tracce, e davvero quando te ne
stai quassù in contemplazione al tramonto credo che veramente
puoi entrare in connessione mistica estatica con lo spirito dell'intero
universo. E poi c'è il Saca de Là, una perfetta
muraglia di lastroni di granito che pare in tutto e per tutto un
frammento di mura ciclopiche e che invece vento, sole, pioggia e
sabbia hanno non solo provveduto a costruire così interamente
senza l'aiuto degli esseri umani, ma pure hanno dotato di una solitaria
rotonda palla di granito proprio in cima, a mo' di ciliegina sulla
torta ! E poco distante il Lajedo Miguel Souza, per certi versi
simile al Pai Mateus e dove qui sono state scoperte e resistono
ancora alcune pitture rupestri di età preistorica. Poi c'è
la straordinaria luminosità del giorno, la cui aria priva
di anche minima umidità riesce ad essere di una trasparenza
assoluta.
E la notte di un buio così nero da scoprire quanto ci siamo
abituati a non sapere più cosa veramente sia il buio della
notte. E le stelle che brillano quasi da far male agli occhi e scoprire
che starsene al calore e alla luce di un ciocco che arde seduti
all'aperto intorno ad un falò, semplicemente ascoltando il
silenzio ed il crepitio delle fiamme, riempie il cuore più
di tutte le trasmissioni televisive satellitari di questo mondo.
Lungo la strada di ritorno alla costa del Rio Grande do Nord ci
fermiamo ad ammirare i misteriori geroglifici preistorici incisi
a bassorilievo su una roccia nei dintorni di Inga. Nessuno è
ancora riuscito a decifrarli, nè a sapere chi li abbia incisi
nè a quanto tempo fa esattamente risalgano: sono il rebus
archeologico del Brasile. Il ritorno alla confusione, al traffico
ed alla quantità di gente della regione costiera è
leggermente traumatico e ci fa probabilmente malgiudicare Praia
da Pipa, un posto che ci era stato invece vivamente raccomandato.
Ma ci sembra di essere entrati in uno stretto, soffocante e rumoroso
budello di pensioncine e di negozietti, di turisti e di automobili,
e la vista degli ombrelloni che fitti fitti ricoprono tutta la piccola
e affollata spiaggia è la botta definitiva che ci fa scappare
immediatamente da lì, nonostante la grande stanchezza per
il lungo trasferimento in auto. Un'altra ora di macchina e siamo
dunque a Ponta Negra, la località balneare alle porte
di Natal. Qui prendiamo una stanza al Free Willy, una simpatica
ed economica pousada in prima linea sulla spiaggia, e trascorriamo
piacevolmente i nostri ultimi due giorni di vacanza, senza trascurare
la visita della costa a sud di Natal, caratterizzata da dune di
sabbia alte come colline e da un mare dai colori sempre meravigliosi.
La nostra ultima tappa è San Paolo, una mezza giornata
dettata da esigenze di coincidenza con l'aereo che ci riporterà
a Madrid. Qui facciamo due passi per la centrale Praça da
Sè, le sue bancarelle ed i suoi negozi, sotto un cielo plumbeo
ed in un'aria inquinata dal traffico che già ci aiuta a riambientarci
a quanto troveremo ad attenderci a Bologna.
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