...Ci eravamo già
informati sull'Indonesia; le guide erano state acquistate, Internet
setacciato in lungo ed in largo alla ricerca d'informazioni, avevo
pure pensato ad un itinerario di massima. Sfogliando la guida, però,
avevo letto che ottobre, il mese in cui dovevamo partire, non era
un buon periodo per visitare l'arcipelago; inizia, infatti, la stagione
delle piogge e di "bagnarci" non ne avevamo proprio intenzione.
Allora che si fa? Tocca cambiare destinazione, ma quale? Beh, in Asia
sicuramente, vediamo un po'
Cina!!! <<Cina?>>
mi aveva risposto Paola
<<sei proprio sicuro?>>.
Si, mi sembra una buona scelta, Pechino, Xian
posti da
vedere, avevo pensato, almeno una volta nella vita. Ricevuto, non
senza qualche titubanza, il benestare da parte di Paola, avevo intrapreso
una "lunga marcia" alla scoperta di questo lontano Paese.
Nel mio precedente viaggio in Australia avevo conosciuto due simpatiche
ragazze coreane, Bo Young e Ji Young, le quali mi avevano invitato
a visitare il loro Paese. Abitano ad Inchoen, ad un'ora da Seoul.
Avevo così pensato di passare per la Corea, sbarcare a Pechino
ed andare a Xian; purtroppo il budget di cui disponevamo e il tempo
a nostra disposizione non lo permettevano.
Abbiamo allora ridimensionato il tutto, saremmo andati solo a Pechino
ma almeno l'avremmo visitata al meglio.
A settembre l'imprevisto: due aerei di linea dirottati si schiantano
sul World Trade Center, gli USA ed il mondo intero sono sconvolti.
Io sono convinto di partire in ogni caso, Paola non sa se farlo o
meno, non tanto per lei quanto per i suoi genitori. Chiede loro consiglio
e suo padre, giustamente, le fa notare che se dovesse succedere qualcosa
di ancora più grave la Cina diventerebbe il posto più
sicuro.
Siamo entrambi convinti che in caso di conflitti o di attentati, la
Cina, dato il suo essere sempre isolata dal resto del mondo, resterebbe
sicuramente neutrale e, pertanto, immune da ogni pericolo. Paola si
convince
..si va!
Il giorno prima di partire mi telefonano. È la ragazza di Blockbuster,
il film che ho ordinato due mesi fa è finalmente arrivato;
si tratta de "l'Ultimo Imperatore" di Bertolucci
allora
si parte davvero, penso tra me e me. Corro al negozio, ritiro la videocassetta,
me la guarderò la sera.
Il film mi è sempre piaciuto, guardarlo è un partire
prima di partire. Il piccolo Pu Yi corre attraverso la Città
Proibita, domani lo farò anch'io!!
18 ottobre 2001
Decolliamo dal Marco Polo di Venezia - altra coincidenza -
in mattinata, alla volta di Francoforte. In attesa del volo per
Pechino giriamo per l'aeroporto e tentiamo, senza fortuna, di riposare
distesi su delle scomode sedie di una spoglia sala d'aspetto. Ripartiamo
nel tardo pomeriggio.
Siamo seduti dietro ad una giovane coppia di cinesi che sta ritornando
a casa con un vivace bebè di neanche un anno. Il piccolo
è raffreddato ma non si lamenta e così il viaggio
trascorre senza troppi pianti, anche grazie a Paola che ogni tanto
gli asciuga il naso moccioloso.
Sull' aereo ci sono degli arabi, alcuni si conoscono. Il fatto che
non siano seduti assieme mi pare strano, ripenso ai vari speciali
sugli attentati di New York. Improvvisamente uno di questi, seduto
nelle fila di sinistra, abbandona il suo posto e raggiunge la parte
destra dell'aereo, apre lo scomparto dei bagagli a mano, prende
una borsa nera e la consegna ad un altro arabo venuto dalla prima
classe. Entrambi spariscono verso la cabina di pilotaggio. A questa
scena assistiamo io, uno scozzese ed una tedesca, tutti rimaniamo
a bocca aperta.
Dopo mezz'ora i due non sono ancora tornati, ne parlo allora con
lo scozzese. Anche lui, visti i recenti attentati negli USA ed il
fatto che i due non si vedono ancora, è preoccupato. Riferiamo
quanto visto ad uno stewart che, al nostro racconto, sbianca in
volto e smette immediatamente di fare quello che stava facendo.
Tutto agitato ci domanda se siamo in grado di riconoscere le due
persone "sospette", diciamo di sì ed allora m'invita
a seguirlo; poi cambia idea ed informa la capo hostess raccontandole
tutto. Lei, collegato il fatto a quello che sa, ci tranquillizza
con fare complice: quelle persone le conosce, sono dei libici che
vanno a Pechino per lavoro una volta al mese ed in quel preciso
momento stanno chiacchierando in prima classe. Attentato scampato!
19 ottobre 2001
Atterriamo all'aeroporto Beijing Capital alle 9 di mattina;
il sole è coperto da una fastidiosa nebbiolina, e lo sarà
per tutta la vacanza.
Siamo in fila, al controllo passaporti. La burocrazia cinese è
implacabile, la fila è lunga e scorre lenta ed ordinata verso
il bancone al quale siede un imperturbabile poliziotto che con fare
calmo ed attento controlla i passaporti. È il nostro turno,
passo indenne ed il doganiere mi pare pure simpatico; tocca a Paola,
vedo il suo viso cambiare espressione, non capisce. La lascia passare,
mi raggiunge e mi spiega che le ha chiesto se era cinese. A guardarla
bene ha dei leggeri lineamenti orientali, ma scambiarla per una
di loro
boh!?
Siamo accompagnati all'Hotel China Colour in Guang An Men Nan Dajie
- sulla seconda circonvallazione - da una guida del CITS (China
International Tourist Service), la quale ci chiede se siamo intenzionati
a fare qualche escursione in particolare. Le diciamo che c'interessano
la Grande Muraglia di Badaling e le Tombe Ming, ma sentito il prezzo
- 1.100Y, circa 300.000 lire - ci pare una fregatura e così,
per prendere tempo, le promettiamo che le faremo sapere.
L'albergo non è di quelli frequentati dai turisti stranieri,
infatti, Paola ed io siamo gli unici occidentali; in ogni caso è
decoroso e costa poco rispetto ad altri. L'hotel ospita esclusivamente
cinesi, per lo più a Pechino per lavoro, e sebbene il personale
parli pochissimo l'inglese riusciamo ugualmente a farci capire con
qualche parola cinese, qualcuna d'inglese ed anche a gesti. Mitiche
le nostre "conversazioni" per chiedere lo zucchero per
il tè.
Dopo una breve pennichella prendiamo un taxi. I tassisti, al contrario
di quello che dicono le guide - Lonely Planet E.D.T. in testa -
azionano sempre il tassametro e sono pure economici: per andare
in Piazza Tian'anmen paghiamo sempre sui 20Y, circa 5.400 lire.
Scivoliamo veloci lungo le strade invase da migliaia di biciclette,
in pochi minuti siamo al Tempio del Cielo, una delle attrazioni
principali di Pechino. Fu costruito nel 1420 per ordine dell'imperatore
Yong Le - il vero architetto della città - ed è il
luogo ove i sovrani delle dinastie Ming e Qing si recavano due volte
all'anno - al solstizio d'estate ed a quello d'inverno - per ringraziare
il Cielo.
Entriamo dalla porta settentrionale, di fronte a noi il Palazzo
della Preghiera per un Buon Raccolto, in mezzo la Sala della Preghiera
per un Buon Raccolto ricoperta da 50.000 tegole azzurre; al suo
interno, su un enorme piatto di marmo bianco, erano poste le offerte
per il Cielo.
Attraversiamo il Ponte della Scala Rossa fino alla Volta Celeste
Imperiale, circondata dal Muro dell'Eco. Verifichiamo se ciò
che abbiamo letto sulla guida è vero: sporgendosi verso il
muro circolare ad una distanza di 30 metri l'uno dall'altra proviamo
a parlare e, in un sottofondo di voci cinesi, riusciamo a sentirci.
Le nostre parole sembrano "fuoriuscire" dalle mattonelle.
Proseguiamo e notiamo un gruppo di cinesi che si fanno fotografare
davanti ad un albero: è il Ginepro dei Nove Draghi, così
chiamato perché possiede un fusto bitorzoluto che assomiglia
a nove draghi aggrovigliati tra loro.
In fondo l'Altare Rotondo, disposto su tre piani, sul quale venivano
celebrati i riti sacrificali. Tutti i templi hanno la base quadra
e le pareti circolari, tale scelta deriva dall'antica credenza popolare
secondo la quale il cielo è rotondo e la terra quadrata.
Chiudo gli occhi ed immagino i suoni arcaici dei gong e dei tamburi
accompagnare la lenta processione imperiale diretta al tempio per
invocare la protezione del Cielo ed espiare i peccati del popolo.
Li riapro, è tutto svanito, di quella magnifica e silenziosa
sacralità non rimane nulla, nell'aria, adesso, echeggia il
fastidioso chiacchierio di turisti vagolanti.
Usciamo dall'immenso parco, non prima di aver ascoltato alcuni vecchietti
esibirsi in canti tradizionali ed aver visto un anziano signore
camminare all'indietro
..
Contrattiamo alla morte un libretto rosso; è vecchio, sporco
ma l'idea di averne uno "vero" mi entusiasma. Non è
di quelli scritti in inglese, per turisti, è originale e
la sbiadita foto di Mao in terza pagina lo prova. Affare fatto!!
Entriamo all'Hongqiao Market, lì vicino, conosciuto anche
come Pearl Market. Al piano superiore si possono trovare numerosi
negozietti che vendono perle - originali? - mentre a quelli inferiori
si trova di tutto, in particolare borse anche se le migliori sono
allo Xiushui Market, in una trasversale di Janguomen Wai Dajie.
È qui che assaggiamo il cosiddetto "uovo dei 100 giorni":
un uovo che viene messo sottoterra per cento giorni e si "cucina"
con il calore della terra, assorbendo anche parte delle sostanze
in essa contenute.
In serata facciamo il primo incontro con Piazza Tian'anmen: la porta
Qianmen, il Mausoleo di Mao, l'obelisco Monumento agli Eroi del
Popolo, il Museo della Storia e della Rivoluzione Cinese.
Qui nel 1949 Mao, in piedi sulla terrazza della Porta della Pace
Celeste, ha proclamato la nascita della Repubblica Popolare Cinese
annunciando al mondo che la Cina s'era "sollevata", qui
nel 1976 un milione di persone l'ha salutato per l'ultima volta,
qui a migliaia ritornano ogni giorno per rendergli omaggio, qui
nel 1989 l'esercito ha decimato i dimostranti che manifestavano
contro la corruzione ed a favore delle democrazia.
La piazza, il vero centro di tutto il Paese, è enorme, illuminata,
tutt'intorno la gente è a passeggio mentre sulla Chang'an
le biciclette strisciano senza fine. Camminiamo fin sotto l'enorme
ritratto del "Grande Timoniere", l'unico rimasto in città;
in tutti gli edifici pubblici il suo volto è scomparso ormai
da molti anni. La luce che lo illumina ne sfuma i contorni; provo
una strana sensazione, mi sembra di vivere in un sogno. Vorrei toccarlo
per rendermi conto che ciò che vedo è reale e non
il frutto della mia immaginazione.
All'estremo sud della piazza si trova un chiassoso mercatino, frequentato
quasi esclusivamente dalla gente del posto. Sono attratto da una
bancarella che vende bastoncini cinesi; ce ne sono di tutti i tipi,
colorati e non, di legno ed in altri materiali. Ho in mano una confezione,
mi dicono che all'interno ce ne sono venti e dopo una lunga contrattazione
riesco a spuntare un prezzo favorevole. Tornato in hotel li conto:
sono diciannove e non venti, mi hanno fregato! Dico a Paola che
non la passeranno liscia, non appena possibile ritornerò
al mercatino e mi farò dare il ventesimo bastoncino.
20 ottobre 2001
Facciamo colazione. Sul tavolo non c'è la tovaglia,
al suo posto hanno messo un telo di plastica svolazzante. Non ci
formalizziamo, altri avrebbero sicuramente protestato, noi no, il
cibo è buono e questo ci basta.
Visitiamo il Tempio Lama, l'antica residenza in cui dimorava
l'imperatore Yongh Zeng quando era ancora un principe. Il
tempio, divenuto tale nel 1744, ospita alcuni monaci buddisti -
importati dalla Mongolia ad uso e consumo del turista - alle cui
preghiere si può assistere; i fedeli bruciano dei bastoncini
profumati, comperati nei numerosi negozietti vicini, e li gettano
in alcuni incensieri. Li imitiamo, anche se non siamo buddisti,
sembra porti fortuna; di sicuro il solo avvicinarsi a questi grossi
incensieri ci "affumica" come uno speck.
Rimaniamo a bocca aperta di fronte all'immensa statua lignea del
Buddha contenuta nel Padiglione Wanfu; è alta 18 metri
ed è scolpita in un unico tronco di sandalo. Raggiungiamo
la parte posteriore del complesso per entrare nel Tempio della
Pagoda Bianca, ne usciamo e giriamo le classiche campane tibetane
che sono usate dai fedeli per pregare. Anche i non buddisti possono
toccarle, non è un insulto come qualcuno potrebbe immaginare.
Lasciamo quest'avamposto tibetano e ce ne andiamo al Tempio di Confucio,
ora divenuto museo, secondo per importanza solo a quello di Qufu.
Al suo interno si trovano alcuni piccoli padiglioni, alla base delle
colonne che li sorreggono sono poste delle statue di tartarughe,
simboleggianti la longevità, la forza e la perseveranza dei
cinesi. In uno più grande sono conservate delle tavole di
marmo con incisi i 13 classici confuciani ed alcuni tamburi di pietra.
Guadagniamo l'uscita e proseguiamo verso le Torri del Tamburo
e della Campana; la prima è in restauro, la seconda è
visitabile. Evitato il locale per turisti posto alla base della
torre, saliamo per una stretta e ripida scala fino all'enorme campana.
La leggenda vuole che la figlia dell'artigiano che la stava realizzando
si sia gettata - mi sembra per una delusione d'amore - nel ferro
fuso, che il padre sia riuscito ad afferrarne solo una scarpa e
che da allora la campana produca un suono simile alla parola scarpa
in cinese ("xié").
Vagoliamo per i caratteristici e stretti hu tong fino a scontrarci,
dopo aver perso la strada un paio di volte, con il lago Hou Hai
ai bordi del quale siedono decine di uomini che, con delle canne
lunghissime, pescano distrattamente. Alcuni, forse addormentati,
lasciano che le punte delle loro canne finiscano in acqua
Che strano modo di pescare, penso tra me e me.
Come per miracolo, senza conoscere la strada, raggiungiamo la nostra
meta successiva, una delle antiche residenze aristocratiche meglio
conservate in tutta Pechino, il Palazzo del Principe Gong,
padre dell'ultimo imperatore Pu Yi.
Il complesso è bellissimo ed anche se non è presente
tra le mete dei tour organizzati - abbiamo visto solo due inglesi
ed una marea di cinesi - vale veramente la pena visitarlo. Famosissimo,
invece, lo è tra i cinesi; pare, infatti, che abbia ispirato
Cao Xueqin nella stesura del suo romanzo "il Sogno della Camera
Rossa". All'interno delle mura di recinzione si trovano alcuni
padiglioni lignei ed un lago artificiale in mezzo ad uno splendido
giardino. Pagando la miseria di 20Y si può noleggiare un
antico costume cinese e farsi scattare una foto con la polaroid;
è possibile anche, contrattando sul prezzo, usare la propria
macchina fotografica.
All'imbrunire siamo al grande magazzino Parkson in Fuxingmen
Nei Dajie e per cena al Qianmen Quanjude Roast Restaurant, a sud
di Tian'anmen, che pare essere uno dei migliori a Pechino
per assaggiare la famosa anatra laccata. Questo piatto, tipico
della cucina pechinese, è di lunga e laboriosa preparazione.
L'anatra, a cui sono tolte le interiora, viene "gonfiata"
e cucinata a lungo spennellandola continuamente con miele ed aceto.
È poi servita con pane non lievitato, delle verdure oltre
all'immancabile salsa di soia. Il piatto è molto grasso ma
gustoso, anche se dopo un po' stufa.
Il locale è bello ed è il più piccolo della
catena, quello più famoso e frequentato si trova a pochi
passi. Paola pensa che il bagno sia all'altezza del resto; forse
è la volta buona
una toilette decente! Si sbaglia,
è proprio un cesso, il puzzo è peggio di quello che
si sente nelle "latrine di quartiere", sparse un po' dovunque
in città.
Queste furono messe in piedi negli anni sessanta in seguito alla
distruzione, per ordine di Mao, di quelli delle bellissime siheyuan
- le tipiche case costituite da quattro edifici posti intorno ad
un tranquillo cortile. Per far posto alle migliaia di persone, semplici
contadini ed operai che occuparono le siheyuan e costrinsero i proprietari
a vivere in un'unica stanza - a volte anche condivisa con altri
- i bagni di queste incantevoli abitazioni signorili vennero sfasciati,
trasformati in luoghi ove dormire e sostituiti dalle cosiddette
"latrine di quartiere", grigie e puzzolenti baracche.
Sarà per un'altra volta, per adesso te la tieni
mia
piccola incontinente!!!
21 ottobre 2001
La sera prima, dopo aver nuovamente rifiutato le esorbitanti
proposte per turisti della guida del CITS - con bigliettini sotto
la porta e telefonate continue - ed evitando così di "pagar
dazio" all'immancabile negozio dell'amicizia ed al mercatino
della giada, una mia geniale idea ci portava a contrattare un'escursione
in taxi con un simpatico tassista che non spiccicava una parola
d'inglese. Grazie al linguaggio dei gesti, a qualche parola di cinese
e soprattutto all'intervento di una gentile passante riuscivamo
a metterci d'accordo per la "roboante" cifra di 400Y contro
i 1.100Y proposti dal CITS.
È così che alle 8 usciamo dall'albergo e troviamo
ad attenderci il tassista della sera prima che ci saluta con un
immenso sorriso, da noi subito ricambiato. Imbocchiamo la seconda
circonvallazione, poi l'autostrada diretta a nord ed in poco meno
di un'ora siamo alla Grande Muraglia di Badaling, 70 km a nord est
di Pechino.
Facciamo il percorso inverso, rispetto ai tour, per trovare meno
gente possibile: andiamo prima a Badaling e poi alle Tombe Ming.
Arrivati al "Muro dei 10.000 Li" prendiamo le scale
di sinistra e saliamo per la parte più ripida e faticosa,
ma allo stesso tempo anche meno affollata della muraglia.
Ammiriamo il panorama che ci si presenta davanti: è uno spettacolo
che toglie il fiato. Una leggera nebbiolina ci rovina la visuale
ma ci riporta anche indietro nel tempo: immagino le attente vedette
di guardia alle torrette, i tremuli fuochi accesi durante la notte,
le molte bandiere accarezzate dal vento, oggi come allora.
Le nostre scarpe s'arrampicano veloci su per la collina. La pendenza
aumenta, il pavimento liscio lascia il posto prima ai gradini, poi
ai gradoni, il respiro si fa affannoso ma non sentiamo la fatica,
è troppo bello quassù!! La vista dall'alto è
stupefacente, il paesaggio è simile a quello che troviamo
vicino a casa nostra: il rosso degli arbusti lo fa assomigliare
al Carso triestino.
L'idea di andarcene ci rende tristi ma sono ormai le dodici e orde
di turisti avanzano, quasi fossero i mongoli invasori. Decidiamo
allora per la "ritirata", ma prima andiamo a vedere il
Museo della Grande Muraglia compreso nel prezzo.
A proposito, il biglietto per la muraglia consiste in una bella
e moderna tessera magnetica che deve essere inserita in quegli aggeggi
che si trovano nelle metropolitane di tutto il mondo. La cosa strana
è che non devi farlo da solo: bisogna consegnare la tessera
ad un addetto che la inserisce nella fessura e poi, dopo essere
passato, un altro te la restituisce. Gli aggeggi sono sei e gli
addetti dodici. Certo che di manodopera ne hanno davvero tanta!!!
All'interno del museo, ai nostri occhi poco interessante, ci fa
ridere vedere un bambino di nemmeno un anno che indossa pantaloni
con il culetto di fuori. Di questi bambini, in seguito, ne abbiamo
visti altri e quei pantaloni che indossano anche d'inverno, quando
a Pechino si va abbondantemente sotto lo zero, servono a facilitarli
nel caso debbano fare i bisognini.
Superate quasi indenni le due file di bancarelle poste lungo la
strada che ci riporta al parcheggio, ci facciamo portare alle Tombe
Ming ed in particolare a quella più importante, Dingling.
Questa, come alcuni ci avevano anticipato, è abbastanza anonima;
come pure il Museo lì accanto.
Terminata velocemente la visita alla tomba dell'imperatore Zhu Yijun
e delle sue due spose, prima di ritornare in città, ci facciamo
portare dal simpatico quanto silenzioso tassista alla Via Sacra
situata nelle vicinanze. Saranno le poche persone presenti o le
statue di marmo ed i verdi salici piangenti che l'affiancano, ma
lo spettacolo che si para avanti i nostri occhi è per noi
indimenticabile. Camminiamo lungo la strada silenziosa che un tempo
percorreva l'imperatore per andare a rendere omaggio ai suoi antenati
sepolti nelle tombe vicine.
Ritorniamo sino alle bancarelle poste di fronte all'entrata, mi
faccio rifilare un dollaro falso dopo aver comprato un tipico cappello
cinese e raggiungiamo il nostro tassista che dorme in macchina.
Siamo in città e ci facciamo scaricare davanti al Parco
della Cultura del Popolo che in questi giorni ospita un allegro
e vociante mercatino frequentato quasi esclusivamente da locali.
Strisciamo tra la folla chiassosa alla ricerca di qualcosa da portare
a casa. Compriamo dei CD ad un prezzo ridicolo ed alcuni pennelli;
non so dipingere, sono un regalo per mia zia artista. Un'anziana
signora porta a passeggio una vecchia carrozzina di legno, una di
quelle un tempo usate per portare a spasso i bambini; lei ora la
utilizza per la spesa.
Di queste vecchie carrozzine ne abbiamo viste altre in giro, in
tutti i casi appartenevano ad anziane signore in abito blu o verde,
vestite alla moda dei tempi di Mao. I giovani e meno giovani, ormai
proiettati verso il futuro, hanno abbandonato le loro divise maoiste
e vestono all'occidentale. Le camice blu sono scomparse, per le
strade si notano solo giacche nere che pedalano sull'immancabile
bicicletta. Quelle, al contrario, sono rimaste ed ai bordi delle
strade trovano posto larghe e lunghissime piste ciclabili. A tutte
le ore del giorno, in un traffico senza regole, migliaia, milioni
di ciclisti su bici pesanti pedalano silenziosi schivando impassibili
le auto veloci.
All'interno del parco, accanto al Palazzo della Cultura del Popolo,
sono esposte delle macabre foto di persone assassinate nei modi
più crudeli. Un ragazzo a cui chiediamo spiegazioni ci risponde
che devono servire come monito al popolo; viene, infatti, spiegata
la pena inflitta all'assassino, una volta catturato.
Scivoliamo lungo la Chang'an seguendo le migliaia di biciclette
che ogni giorno la percorrono, superiamo il Peking Hotel ed imbocchiamo
Wanfujing Dajie, la via "occidentale". Ai primi
negozi degli anni ottanta se ne sono aggiunti altri, sempre più
grandi, alcuni all'interno di bellissimi centri commerciali.
A metà via, sulla sinistra, andando verso nord, troviamo
dei piccoli vicoli - i caratteristici hu tong - sui quali si affacciano
deliziosi chioschetti che servono dell'ottimo cibo. Si trova di
tutto, cavallette e scorpioni compresi.
Assaggio dei bacherozzoli alla griglia, non sono poi così
male, non sono saporiti ma neanche immangiabili. Vorrei provare
anche le cavallette e gli scorpioni ma Paola, schifata, me lo proibisce.
Peccato, non credo che mi capiterà così facilmente
l'occasione di assaggiarli nuovamente.
Su una bancarella ci sono dei piattini che contengono delle strane
palline bianche cosparse con dello zucchero, vicino sono sistemate
delle noci di cocco. Pensiamo che quelle cose bianche siano dei
deliziosi pezzi di cocco, probabilmente si tratta di un dolce e
decidiamo di assaggiarlo. Non è cocco!! Sono delle schifosissime
uova di pesce, non riusciamo proprio a buttarle giù e così
le regaliamo ad un mendicante di passaggio, uno dei pochi che si
vedono a Pechino.
Rispondiamo al richiamo di alcuni cinesi della minoranza uighur
che cucinano spiedini di montone dall'aspetto invitante. Un profumo
delizioso mi convince ad assaggiarne uno. Nell'attesa mi chiedono
se sono anch'io musulmano; in realtà i lineamenti mediorientali
del mio viso potrebbero indurre in errore più d'uno. Sorridendo
rispondo loro che si stanno sbagliando ma sorridendo a loro volta
mi dicono che sono sicuri che io sia musulmano!
Ceniamo in quello che diventerà il nostro ristorante preferito
- ci andremo per ben quattro volte - molto simile ad una mensa ma
nel quale si può mangiare dell'ottimo cibo ed a prezzi assai
ragionevoli. I cuochi e le cameriere sono tutti giovanissimi, queste
ultime sono vestite in verde eccetto due che portano un abito tradizionale
di colore rosso.
Ordiniamo e ci guardiamo attorno, siamo gli unici occidentali -
eccetto una coppia di francesi - e per questo tutti ci osservano
con curiosità. Incominciano ad arrivare i piatti, tra questi
uno colmo di riso in bianco che serve ad accompagnare le pietanze.
Faccio come sono abituato a casa mia, rovescio l'interno contenuto
del piatto in quello con il pollo e le verdure; le cameriere mi
guardano incredule. Ho capito! Questo riso è per loro ciò
che per noi è il pane, lo si mangia separatamente senza mischiarlo
al resto. Ad ogni modo a me piace così; le cameriere mi sorridono
e mi convinco allora di non aver fatto niente di male.
Tra una portata e l'altra, ostento sapienza con Paola: <<vedi>>,
indicando il coperchio al centro del tavolo, <<questo serve
per appoggiare i piatti e>> facendolo girare <<per facilitare
i commensali quando prendono le pietanze in essi contenuti>>.
Una chiassosa risata riempie il locale, cameriere e clienti ci guardano
divertiti. Mi rendo conto di aver detto, o meglio fatto una stupidaggine.
Una ragazza seduta ad un tavolo vicino - che abbiamo scoperto nei
giorni seguenti essere la proprietaria - mi spiega che quella specie
di coperchio viene tolto per ospitare la pentola, con sotto il fuoco,
che contiene la famosa fonduta mongola. Attimo d'imbarazzo, la temperatura
corporea che aumenta, va bene, pazienza, ho fatto una figura barbina
ma siamo diventati loro simpatici ed infiniti sorrisi ci accoglieranno
le volte seguenti.
Dopo cena e dopo una passeggiata lungo le stradine affollate ritorniamo
in Wanfujing Dajie. Paola deve andare alla toilette e, poiché
quelle pubbliche sono infrequentabili, entra in uno dei grandi magazzini
che danno sulla via. Io rimango fuori e mi siedo su una panchina;
tempo due minuti e sono abbordato da una incantevole ragazza: <<What's
your name, where is your hotel?>>. Le rispondo che mi chiamo
Fabio, sono italiano e il mio albergo si trova sulla seconda circonvallazione.
Mi chiede allora se ne conosco uno più vicino. Ops!!
..È
una di quelle che fanno il mestiere più antico del mondo!
Le dico che sto aspettando la mia ragazza ma non demorde, forse
crede che non sia vero e mi rimane seduta accanto. Poco dopo Paola
ritorna ed allora si convince, la saluto con un sorriso e ci allontaniamo.
Di queste ragazze, a Pechino, se ne incontrano parecchie. Sono tutte
bellissime, slanciate, forse vengono da fuori, da posti che probabilmente
non offrono loro niente di meglio. Accompagnano brutti signori di
mezz'età, bassi e scialbi, tutti orientali. Il popolo cinese
sogna l'occidente, i suoi lussi, i suoi pregi; purtroppo ne importa
anche i difetti o ciò che vedo, forse, è solo un mostrare
una realtà, prima nascosta, che è sempre esistita.
22 ottobre 2001
Il giorno tanto atteso è finalmente arrivato, andremo alla
scoperta della Città Proibita, l'antica residenza delle dinastie
Ming e Qing.
Ci alziamo presto, vogliamo essere tra i primi per poterci godere
meglio il palazzo imperiale. Giunti alla Porta del Meriggio, la
più grande con i suoi cinque padiglioni che la sormontano,
troviamo ancora pochissimi visitatori, avremo così modo di
ammirarla quasi deserta.
Il tempo è "splendido", come sempre; una sottile
nebbiolina scesa sui padiglioni dorati del Da Nei - il Grande
Interno - crea un'atmosfera particolare. Nessuna parola può
descrivere la maestosità e la bellezza della dimora del Figlio
del Cielo.
Il palazzo fu costruito dall'imperatore Yong Le agli inizi del Quattrocento,
più di un milione di persone parteciparono alla sua costruzione,
per anni fu il centro di un vastissimo impero. Durante i secoli
dovette subire numerosi incendi, gli edifici al suo interno vennero
ripetutamente distrutti e poi ricostruiti; la maggior parte dei
padiglioni che vediamo risalgono al XVIII secolo. Subì anche
alcuni saccheggi, l'ultimo da parte del Kuomintang, che prima di
trasferirsi a Taiwan, riempì casse di cimeli che ora fanno
bella mostra al Museo Nazionale di Taipei.
Per situazioni analoghe si griderebbe allo scandalo, a posteriori,
alla luce di quanto successo durante la Rivoluzione Culturale, questa
ruberia non si può che definirla una benedizione. Durante
quegli anni, le Guardie Rosse, i giovani soldati maoisti, distrussero
tutto ciò che era vecchio; i monumenti, gli scritti, le opere
d'arte vennero polverizzati. I monasteri ed i templi furono depredati;
gli intellettuali, i medici, gli scrittori e gli artisti furono
licenziati, derisi, incarcerati, uccisi. Tutto ciò che ricordava
la Cina "feudale", "sfruttatrice" e "capitalista"
fu cancellato. <<Combattere il vecchio>>, <<lottare
contro le superstizioni e le false credenze>> erano gli slogan
urlati dal partito. <<Eliminate tutto ciò che ha a
che fare con il passato>>, predicavano gli alti quadri, <<solo
così facendo può nascere la "Nuova Cina">>.
Fu un errore, terribile, che i cinesi riconobbero ma poi quasi dimenticarono.
Un errore che Deng Xiaoping attribuì alla Banda dei Quattro
- che come tale non è mai esistita - solo per poter limitare
a poche persone la colpa di molte (il Partito Comunista Cinese e
i suoi milioni di membri). La Città Proibita fu una
delle poche testimonianze del passato che non fu toccata, merito
di Zhou Enlai che si batté contro Peng Dehuai, eroe della
Guerra di Corea, fautore della sua distruzione.
Nel palazzo, diviso in una corte esterna ed in una interna, viveva
l'imperatore assieme alle imperatrici, alle concubine, alle dame
di compagnia ed agli eunuchi, gli unici uomini ammessi. È
qui che sono stati girati "L'Ultimo Imperatore" di Bertolucci
ed il "Marco Polo" di Montaldo, ed è qui che ha
vissuto gli anni della sua infanzia l'ultimo imperatore Pu Yi.
Ciò che stupisce è la sua elementare, grandiosa semplicità.
I padiglioni, disposti lungo un'asse nord-sud - alcuni di questi
adagiati su zoccoli di pietra che li sollevano dalla distesa dei
cortili e ne spezzano la piana monotonia - sono lineari, grigi,
privi di sfarzo. Questa sua semplicità, che la fa quasi assomigliare
ad un accampamento militare, le permette di sovrastare in bellezza
e maestosità tutte le altre antiche residenze .
Si entra attraverso la poderosa Porta del Meriggio sulla
quale l'imperatore presenziava le cerimonie militari, proclamava
il nuovo calendario e dalla quale venivano calati gli editti che
venivano spediti in tutto il paese. Attraversiamo il Ruscello
dalle Acque d'Oro, al di là troviamo la Porta della Suprema
Armonia che rappresenta l'entrata della cosiddetta Corte Esterna
nella quale l'imperatore si occupava delle questioni di stato. La
superiamo ed entriamo nella parte più importante di tutto
il complesso.
Maestosa, di fronte a noi, la Sala dell'Armonia Suprema,
in essa - su un trono dorato protetto da nove draghi- veniva incoronato
il nuovo imperatore.
Vi si accede attraverso tre scale di marmo, quella centrale era
riservata esclusivamente all'imperatore. Intorno diciotto bruciaprofumi
di bronzo che rappresentavano le diciotto province dell'impero e
servivano a bruciare del profumato legno di sandalo; accanto, quattro
enormi giare di marmo contenevano l'acqua per spegnere i numerosi
incendi che sviluppavano all'interno del palazzo, molti dei quali
appiccati dagli stessi eunuchi che si arricchivano in seguito alla
ricostruzione degli edifici andati distrutti. Coloro che accedevano
alla sala, sorretta da un sistema di incastri e senza l'aiuto di
nessun chiodo, dovevano toccare il pavimento con la fronte nove
volte; in essa si tenevano anche le cerimonie ufficiali, erano rese
note le nuove leggi ed impartiti i comandi agli ufficiali in caso
di guerra.
Dietro, la Sala dell'Armonia Protettrice nella quale si tenevano
i banchetti e si svolgevano gli esami di stato per accedere alle
cariche pubbliche. In mezzo, la piccola Sala dell'Armonia Intermedia,
detta anche Sala dell'Armonia Perfetta, nella quale l'imperatore
riceveva i suoi ministri più intimi, preparava i discorsi,
pregava e si rilassava.
Quasi tutte le sale hanno più di una porta, quella centrale
era riservata esclusivamente all'imperatore, le altre, in ordine,
ai ministri, ai militari, e così via.
Ogni padiglione è sormontato da un tetto di mattonelle gialle
- il colore imperiale - alle cui estremità notiamo delle
strane statuine d'animali mitologici. Un'antica credenza riteneva
che i tetti fossero più deboli ai lati, così, per
proteggerli dai fulmini, furono aggiunte queste figure, tutte precedute
da un uomo su una gallina!
Scendiamo gli scalini, posti accanto ad una lastra di marmo ornata
da nove draghi lunga 16 metri e costituita da un unico blocco, ed
entriamo nella Corte Interna nella quale dormivano l'imperatore
e tutti gli abitanti della Città Proibita. Ora vi si trovano
delle interessanti esposizioni di bronzi, oggetti in giada, cuoio,
ed altro ancora.
Entriamo nella Sala dei Gioielli non prima di aver noleggiato
delle pattine che ci serviranno per non rovinare ancor di più
i pavimenti meravigliosamente laccati. Bellissimo e colorato il
Muro dei Nove Draghi che serviva a proteggere l'imperatore
dagli spiriti malvagi provenienti da nord. Stranissimo ma delizioso
il Giardino Imperiale, al suo interno numerosi riposano i
padiglioni. Siamo all'estremo nord del palazzo, passeggiamo all'interno
della Città Proibita da cinque ore ma ci sembrano poche,
non ce ne vogliamo più andare.
Dei muri rossi accompagnano i lunghi passaggi, immagino l'imperatore
camminare nella luce tremula che un tempo li illuminava. Paola m'immortala
in questo posto meraviglioso.
Tristi ma allo stesso tempo felici usciamo dalla Porta del Genio
Militare posta di fronte al Parco Jingshan.
Subito veniamo "assaliti" da alcuni insistenti venditori
ambulanti che tentano di venderci l'impossibile. Uno, in particolare,
ci segue fino alla porta del parco offrendoci prima una statuina
per 300Y e poi, vedendo che non siamo interessati, cinque diverse
- e carine - tutte a 50Y. Riusciamo a liberarcene entrando nel Parco
Jingshan, conosciuto anche come la "Collina del Carbone".
Sulla destra, più di cinquanta persone sono sedute a dei
minuscoli tavolini. Tutti hanno in mano una patata giallastra e
così anche noi decidiamo di comprarne una. Proviamo in un
chiosco, poi in un altro, ci dicono di andare sempre più
in là. Capiamo che la bancarella delle patate si trova fuori
dal parco e decidiamo quindi di acquistarla una volta usciti. Ci
allontaniamo lentamente ma subito veniamo raggiunti da un anziano
signore che mi afferra per un braccio, mi mette in mano una patata
calda e fugge via più velocemente di quanto era arrivato.
Aveva capito tutto e gentilissimo ce ne aveva data una delle sue.
Sorpresi da tanta cortesia non abbiamo potuto fare altro che ringraziare
lui e tutti i cinesi che ci guardavano sorridenti.
Le nostre scarpe ci portano veloci in cima alla collina, la solita
fastidiosa foschia copre la Città Proibita che ai nostri
occhi pare ancora più affascinante. Scendiamo verso il Parco
Bei Hai, metà del quale è occupato dal cosiddetto
Lago del Nord - Bei Hai.
Un tempo, gli imperatori trascorrevano qui i rari momenti di svago;
oggi si possono noleggiare delle piccole barchine. In mezzo al lago
galleggia l'Isolotto di Giada sulla cui sommità si
erge l'enorme Dagoba Bianco, costruito in occasione di una
visita di un antico Dalai Lama.
Conosciamo quattro ragazze italiane, sono a Pechino in vacanza.
In Italia studiano il cinese e l'università le ha mandate
a Shangai per un anno. Sono molto simpatiche, ci raccontano le loro
esperienze e ci dicono anche che parlare cinese è difficile,
colpa degli accenti. Ce ne sono quattro, uno "piatto",
uno "crescente", uno "decrescente" ed uno "crescente
e decrescente". A seconda dell'accento una parola può
avere quattro significati! Ci confermano che la Cina è un
posto sicuro, anche per delle ragazze sole; la microcriminalità,
in particolare nei confronti degli stranieri, è pressoché
inesistente, anche per le pene severe che vengono inflitte a chi
commette un reato. In Cina vige la pena di morte, a migliaia ogni
anno vengono giustiziati, a volte senza neanche un regolare processo.
Entriamo nella Città Rotonda, una fortezza al cui
interno si trovano alcuni piccoli padiglioni.
Passeggiamo sulle rive del lago fino ad arrivare ai Padiglioni
dei Cinque Draghi, in uno di questi assistiamo a dei canti improvvisati
da simpatici ed arzilli vecchietti. Terminata la loro esibizione
c'invitano a cantare; io sono stonatissimo ma Paola ha una bella
voce e così dopo innumerevoli insistenze da parte di tutti,
me compreso, accenna un pezzo de "La Traviata" scatenando
l'entusiasmo di tutti i presenti e di altri che nel frattempo si
erano avvicinati. Terminata la breve ma apprezzata esibizione la
piccina, tutta rossa in volto per l'emozione, ritorna all'ovile.
È stata brava, quest'exploit se lo ricorderà per tutta
la vita.
Ci allontaniamo passeggiando sul tranquillo lungolago; un ragazzino,
in divisa militare di cinque taglie più grande, gioca con
un sasso. Ci sentiamo "protetti", lo hanno messo lì
per difenderci da eventuali malintenzionati, mi sa invece che toccherebbe
a noi aiutarlo.
Prendiamo un taxi per ritornare in albergo, lungo la strada notiamo
che pur essendo sera tantissimi muratori sono ancora al lavoro.
Lo fanno anche di notte, qui il lavoro non si ferma mai; si stanno
preparando per le Olimpiadi del 2008 e nel frattempo approfittano
per modernizzare la città. Sorgono, infatti, numerosi altri
e alti grattacieli che affiancheranno quelli presenti e trasformeranno
Pechino in una nuova Hong Kong. Purtroppo per far posto a questi
immensi palazzi vengono distrutte le vecchie case siheyuan ed i
caratteristici hu tong. Stanno, in sostanza, proseguendo ciò
che anni addietro Mao aveva cercato di fare: distruggere il vecchio
- patrimonio artistico - per costruire il nuovo.
|
          |