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Tanzania Una guida a una delle destinazioni più suggestive del continente africano. L'opera è caratterizzata da descrizioni dettagliate dei principali luoghi d'interesse... Storie africane. Viaggio in Tanzania "Presto non so più quanta strada ho fatto, quanta ne manca. E' un sentiero qualsiasi, in una campagna qualsiasi, ma il caldo è umido e appiccicoso...
Tanzania - parte 1
26.07.2002 ...Bruxelles -Nairobi: Dopo una breve notte passata a Bruxelles, ci svegliamo alle 7 a casa di Domenico, mio fratello che vive lì.
La serata scorre tranquilla, fremiamo un po' per la partenza, non ci pare vero... Una veloce doccia, un caffè, e siamo all'aeroporto di Zaventem, in largo anticipo ovviamente, come tradizione di famiglia impone. Tranquillizzo Pier sulle performance degli aerei della Sabena (che ora si chiama SN Brussels), e sul fatto che con notevoli probabilità questa sera saremo veramente a Nairobi. Il tempo a Bruxelles è quello che ricordo di 10 anni della mia infanzia: cielo bianco e 16 gradi. Facciamo le ultime telefonate e gli ultimi saluti. Si parte, si parte sul serio. Arriviamo a Nairobi in 9 ore, un po' stanchini, dopo un brevissimo scalo tecnico ad Entebbe, in Uganda. Nessun problema di sorta, se non l'albergo (Hotel Boulevard) che costa molto caro (75 $ la doppia) rispetto a quel che offre. La stanza è un po' squallida ma pulita, come pulito è il bagno. Pier è distrutto dalla stanchezza. Al ristorante due 'lucciole' locali ci propongono una serata dopo soli 2 minuti di permanenza. Audaci. Vogliono tutti la mancia, la pretendono… sono tutti gentili ed allegri. Mangiamo qualcosa di caldo ed andiamo a dormire. Prima di coricarci ispezioniamo la stanza in cerca di zanzare, e ne ammazzo una grassa come un bue. Ci droghiamo quindi di Autan e poi a nanna.

27.07.2002 Nairobi - Arusha
Sveglia alle 6.40 dopo una notte infernale. Ci alziamo e finalmente conosciamo Lazarus (il tanzano con cui abbiamo programmato il safari da Roma), che ci aspetta nella hall. Facciamo colazione e partiamo. Il bus per Arusha è piccolo e scassato, ma il guidatore simpatico, e comunque la sistemazione è confortevole. Lasciamo Nairobi con una sensazione di sollievo. Il clima non è proprio dei più pacifici, e la gente sembra molto losca. Appena oltrepassata la bidonville, il paesaggio cambia radicalmente: la città lascia il posto ad una radura sconfinata e brulla. Vediamo di tanto in tanto dei villaggi con case di fango, non proprio invitanti ma molto strani. Guardiamo. Il viaggio procede benissimo: facciamo amicizia con Isaac, il guidatore pazzo, e restiamo molto colpiti dalla bellezza della natura circostante. Ogni dieci metri, sul bordo della strada, vediamo degli enormi termitai, rossi ed imponenti. Vediamo moltissimi maasai con le loro mandrie di zebù. Alcuni di questi pastori sono piccolissimi, non avranno più di 10 anni…

Dopo la frontiera con la Tanzania il paesaggio cambia di nuovo, e diviene man mano più verde. L'odore è avvolgente, un misto di spezie, carbone, legna e qualcos'altro che non riesco a definire. E' tutto molto, molto bello. Incrociamo delle gazzelle, e da lontano vediamo - enorme - il monte Meru. Arriviamo ad Arusha e restiamo a bocca aperta: la città è verdissima, piena di fiori, colori ed odori diversi. I locali sono bellissimi, gentili e cordiali, soprattutto con noi due, e soprattutto quando sanno che siamo italiani. L'hotel prenotato da Lazarus è molto grazioso, si chiama "Il Mezza Luna", ed è gestito da una coppia di italiani, Raffaele ed Adriana, lui napoletano e lei piemontese. La camera doppia costa 45 dollari, e l'albergo è famoso ad Arusha perché pare che la cucina (di Raffaele) sia deliziosa e la pizza come quella che si mangia da noi. Mangiamo infatti del pesce freschissimo e buonissimo. Pier è contento, come lo sono io. Dopo la settimanale pastiglia di Lariam dormiamo un'oretta e poi andiamo a passeggio per la città. C'è un casino pazzesco, gente ovunque, ragazzi che cercano di vendere qualsiasi cosa, donne che portano pesi (soprattutto frutta), e dalla-dalla in tutte le strade che suonano il clacson senza interruzione per raccogliere gente. La passeggiata non dura moltissimo. Al nostro ritorno conosciamo finalmente Erika e Matteo, i 2 italiani che faranno i 6 giorni di safari con noi. Non li ho mai visti, ma sono riuscito a conoscerli per caso su internet, dopo aver prenotato il safari di gruppo alla cieca, ed aver saputo che il nostro era un gruppo di 4 italiani. Loro hanno preso un volo da Amsterdam all'aeroporto del Kilimangiaro, ed ovviamente sono esausti come noi ieri. Eravamo molto preoccupati di stare 6 giorni con due sconosciuti, quindi restiamo piacevolmente sorpresi, sembrano due persone molto tranquille. Andiamo a letto dopo un altro pasto luculliano, anche oggi stanchi morti.

28.07.2002 Arusha - Parco Nazionale del Tarangire
E' il nostro primo giorno di safari. Ci viene a prendere Lazarus, che ci porta nel suo ufficio di Arusha. Più che un ufficio in realtà è una baracca, in una delle tante strade sterrate intorno al centro. Conosciamo così Maasai, la nostra guida nonché esperto di safari. Un maasai che si chiama Maasai… bella fantasia. Partiamo quindi verso le 10.30 da Arusha, con una Land Rover scassatissima, ma funzionante e robusta. Carichiamo viveri e bagagli sul tetto e lasciamo la città. Mezz'ora dopo l'inizio della spedizione, la macchina si ferma: il carburatore è sporco. Siamo ovviamente FELICISSIMI di questo "inconveniente" e già pregustiamo tutte le disavventure conseguenti, visto che con una macchina così non andremo molto lontano. Si avvicinano dei maasai da alcuni villaggi vicini al bordo della strada. Sono alti e belli, alteri e serissimi. Ci spaventiamo quando vediamo uno di loro con un macete grosso come una racchetta, nascosto sotto la maglia. Insomma, ci sentiamo un po' intrusi ed in pericolo. "Povero Pier", penso ogni tanto, però penso pure che esperienze del genere siano molto formative e rimangano indelebili per molto tempo. Arrivano nel frattempo anche molti bambini, tutti piccolissimi e belli, con degli occhi enormi che ti scrutano e che solo quando riesci a far sorridere rivelano la loro tenera età. Maasai ripara l'auto nel giro di un'oretta e si riparte.

Arriviamo nel Parco Nazionale del Tarangire verso le 12,30. Consumiamo il pranzo al sacco (che io e Pier apprezziamo molto) ed entriamo, affamati di animali. Iniziamo a fotografare degli enormi baobab e dei termitai, con Maasai che ci prende in giro, proprio non capisce cosa troviamo di tanto bello nei termitai. Il panorama è unico: una sterminata savana con erba molto alta, tantissimi alberi d'acacia, cactus e palme. Vediamo subito delle zebre, ma andando oltre sul sentiero ad un certo punto tutto si ferma: un'intera famiglia di elefanti attraversa la strada. Sono meravigliosi, restiamo tutti di stucco. Sono molto vicini, ma ci ignorano completamente, continuando a brucare. Hanno la pelle grinzosissima, uno sguardo molto placido e sereno. Ne incontreremo tantissimi durante tutto il percorso nel parco. Ovviamente comincio a fare ottocento foto, proprio non riesco a trattenermi, è più forte di qualsiasi altra cosa. Vediamo marabù sul fiume Tarangire, e poi impala, gnu, giraffe ed altre gazzelle. Scendiamo dall'auto per una pausa e veniamo circondati da una ventina di babbuini. Insomma, un momento fortissimo, intensissimo. Il posto è unico, al di sopra di tutte le aspettative: una tempesta di stimoli sensoriali, di colori e di grandezza. Il cielo è enorme, colmo di nubi ma luminosissimo, tutto è colorato. Un paesaggio davvero insolito, nuovo, con odori, luci e suoni a noi alieni. Tutte queste emozioni ci stancano prestissimo. Da quando siamo arrivati a Nairobi, ci sentiamo stanchi e molli molto facilmente, dobbiamo ancora entrare nei ritmi di sonno, e poi la situazione unica ti succhia tutte le energie. Pier rimane colpito quanto me e si rilassa.

Ripartiamo quindi averso Mto Wa Mbu, un piccolo villaggio vicino al Lake Manyara, in cui passeremo la notte. Mto Wa Mbu (che in swahili significa "Fiume delle Zanzare") è un posto delizioso, con tantissimo verde. Abbiamo delle stanzette che a me piacciono molto. Ci spaventiamo subito per la quantità di zanzare, che effettivamente sono moltissime e soprattutto avvelenatissime. Ci riempiamo quindi di Autan, e Pier passa tutto il tempo a chiedersi se, per quella volta, sia stato graziato dalla malaria. Abbiamo 2 letti comodi, con delle zanzariere che fanno molto giungla tropicale. Insomma, anche quest'atmosfera ci spiazza per l'ennesima volta. Sogno l'Africa da sempre, e poco ricordo del primo viaggio in Kenya, di tanti anni fa, e tutti i pensieri fatti finora sono stati di gran lunga lontani dalla realtà. L'impatto è mostruoso, siamo investiti da pensieri e percezioni mai provati. La Natura e la gente ci schiudono la vista a novità taglienti, senza mezzi termini, esageratamente colorate e nette. In camera dopo cena riusciamo a creare una bella atmosfera: accendiamo due piccole luci nelle zanzariere ed ascoltiamo musica. Nella camera entrano le luci ed i rumori della notte. Domani sveglia alle 6,30. Pier sarà isterico.

29.07.2002 Lake Manyara National Park
Come previsto, Pier è isterico. Facciamo colazione e partiamo per il Lake Manyara. Ci sono molte nuvole, ma anche con il cielo coperto l'atmosfera è piacevole, mai uggiosa. Arriviamo all'ingresso del parco ed il panorama si trasforma completamente: il lago è circondato da una fittissima e verdissima foresta tropicale, con piante di tutti i tipi. Naturalmente vediamo anche qui tanti animali: oltre a decine di elefanti, alcuni dei quali a 3/4 metri dalla jeep, vediamo giraffe, centinaia di babbuini, zebre, gnu, impala in quantità, dik-dik ed uccelli di mille tipi diversi. Attraversiamo di frequente alcuni ponti su ruscelli, che offrono scorci veramente da mozzare il fiato. Di tanto in tanto vediamo delle enormi tartarughe sulle sponde dei corsi d'acqua. Di leoni nessuna traccia. Arriviamo quindi sulla riva del lago: Maasai ci porta lentamente all'interno di una radura verdissima, enorme, piena di bufali e di gnu. Il panorama è unico anche questa volta, sembra di essere entrati nell'eden. Una pace ed un silenzio così immacolati non li avevo mai vissuti. Siamo tutti e quattro molto impressionati, restiamo muti per un'abbondante mezz'ora, rapiti dalla potenza smodata di queste immagini, e di questa vita, rigurgitante d'energia e di colori. Anche Pier è colpitissimo, ma non potrebbe proprio essere altrimenti. Iniziamo anche a sviluppare un buon rapporto con Matteo ed Erika, che si rivelano due persone tranquillissime, affabili, e per nulla pesanti. Insomma, iniziamo ad entrare nel vero piacere del viaggio, a comprendere il luogo, ad amarlo per tutto quel che ha da offrire. Da una pozza vediamo sbucare un ippopotamo, e ne vediamo a decine anche all'interno del lago. Sono enormi, lunghissimi, quasi immobili nella loro acqua. Proseguiamo per altre tre ore e poi - finalmente - scegliamo un albero sotto il quale mangiare. Inutile dire che, malgrado tutte le raccomandazioni che le guide avevano dato circa il tema verdure crude, mangio un panino imbottito solo di verdure crude. Gli altri fanno simpatici commenti sulla sicura diarrea durante il campeggio nel Serengeti dei giorni successivi dovuta a questo mio piccolo "sgarro". Finiamo di pranzare, e lasciamo il parco, forse un po' prematuramente, ma al momento giusto per riposare un po' nelle nostre deliziose stanze.

Tornati a Mto Wa Mbu, assistiamo ad uno spettacolo: una partita a calcio in un vero campo da calcio, erbosissimo, sovrastato da un cielo viola e circondato da una fitta foresta. Una scena surreale. Arrivano tantissimi bambini, ci salutano tutti e si lasciano fotografare, si siedono vicino a noi e ci guardano per minuti interi. Prendo delle penne portate da Roma e le porgo ai bambini, che fanno quasi a botte per accaparrarsele. La scena è molto forte e resto piuttosto scosso dall'accaduto. Qui la gente non ha proprio niente, ed i turisti sono pochissimi. Quando ti fermi a guardare una bancarella a loro non pare vero, ti riempiono di chiacchiere e non ti lasciano andare finché non hai comprato qualcosa. Ceniamo quindi anche stasera con Maasai. Ottima cena, come sempre. Abbiamo una lunga discussione con lui circa la cultura maasai, le loro usanze, la loro mentalità. Parliamo di circoncisione ed infibulazione, e lui spiega come questa pratica sia vissuta dai maasai, quale importanza assuma nella vita di ogni singolo individuo, e di come stiano (grazie al cielo) cambiando le cose anche all'interno del popolo Maasai, molto chiuso e geloso delle proprie tradizioni. Insomma, Maasai ci insegna tantissime cose, ci apre gli occhi su un mondo ed una realtà totalmente al di fuori dei nostri canoni e delle nostre abitudini. Siamo tutti e quattro molto contenti di essere capitati con una guida come lui. Andiamo a letto presto anche stasera.

30.07.2002 Mto Wa Mbu - Serengeti National Park
Sono le 21. Sto scrivendo ora dalla tenda di Lazarus, all'interno di uno dei campeggi nel Parco Nazionale del Serengeti. Stiamo tutti morendo di paura, siamo veramente all'aperto. Non ci sono staccionate, né guardie armate, né luci artificiali all'infuori delle torce, né fuochi accesi per allontanare gli animali. Siamo nel mezzo di un enorme parco, una savana di 15 mila chilometri quadrati, pullulante di vita. Il parco naturale più famoso al mondo, una vera meraviglia.

La giornata è stata faticosa. A dire il vero stamattina all'ingresso del parco siamo rimasti un po' delusi: dopo la varietà del Manyara, questo Serengeti ci è apparso un po' vuoto, arido e polveroso. Però abbiamo incrociato finalmente uno splendido ghepardo, un gruppo di leoni, delle iene e degli ippopotami. Insomma, la sostanza c'è eccome, è solo che il parco è molto meno verde e meno colorato rispetto al lago Manyara, e quindi sembra più scarno. Durante il giorno appena trascorso siamo passati in tantissimi posti: per la Riserva di Ngorongoro, che ci ha regalato delle vedute di gran lunga superiori a tutte le altre (e che rivedremo per bene solo a partire da dopodomani). Sulla strada abbiamo incontrato anche il villaggio di Karatu, sulle montagne circostanti il cratere. Molto bello il villaggio, splendidi i paesaggi e la vegetazione. La gente di montagna sembra molto più tranquilla, serena. Anche l'atmosfera nel villaggio è più ovattata e placida, ci sentiamo molto sereni ed interagiamo in continuazione con tutti i locali, è una cosa stupenda.

Salutano sempre tutti ("JAMBO"), e tutti lo fanno con il sorriso. E' gente splendida, vera, gentile e piacevolissima da guardare. I bambini sono tantissimi, ognuno ci sembra più bello dell'altro. Guardiamo ed assimiliamo quanto possiamo, e restiamo sempre più colpiti dalla bellezza, che qui è ovunque. Maasai ci porta anche in un villaggio maasai. Un vero villaggio, con capanne di fango e staccionate in legno. I maasai nel villaggio sono tantissimi, preparano un canto ed una danza per noi. Pier è rapito dal posto, come lo sono io. Compriamo un po' di braccialetti ed oggetti diversi, e contrattiamo sul prezzo con tutti. Entriamo in una capanna maasai, anche Pier ci segue, entusiasta. Lui che aveva tanti dubbi…
Il ragazzo maasai con cui parliamo si chiama Lazarus (come quello dell'agenzia). Ci spiega un po' di cose sulla loro cultura, sui valori in cui credono, ci mostra la capana, in cui vive con tutta la famiglia, fatta solo di legno. Ci porta di seguito nella scuola dei bambini. Sono tutti in divisa verde, belli anche loro come gli altri bambini incontrati finora. Cantano per noi una bellissima canzone, con la loro vocina tenera, ed osservandoli mi accorgo che usano quaderni molto rovinati, con le pagine marroni e completamente lise. Pier si commuove molto. Questo viaggio lo sta cambiando, come sta cambiando me: è come se stessimo rimescolando tutte le carte, rimettendo in gioco tutti i valori in cui crediamo. Siamo per l'ennesima volta sconvolti dall'intensità di ogni singola emozione. Lasciamo il villaggio maasai con il cuore in gola.

Arriviamo nel Serengeti verso le 16,30. La natura è molto più cruda, selvaggia ed arida. Ma è proprio il posto in cui troviamo l'Africa delle immagini che conosciamo, l'Africa dei documentari e delle riviste: l'Africa com'è nell'immaginario collettivo. Passiamo velocemente per le strade sterrate ed arriviamo in campeggio. Al nostro arrivo vediamo due enormi giraffe proprio nel posto in cui Maasai ci dice che monteremo la tenda. Ci sono dei babbuini e degli impala. Iniziamo a chiederci se tutto ciò sia vero: siamo in mezzo alla natura, senza alcuna protezione, lanciati in un universo senza mezze misure. Abbiamo 'un pò paura', e lo diciamo a Masai, che ci ride in faccia e rassicura: gli animali non attaccano le tende, non lo hanno mai fatto e non lo faranno mai. Gli crediamo, ma ad ogni modo continuiamo ad avere paura. Ci buttiamo in tenda verso le 21. Buona notte!!!

31.07.2002 Serengeti National Park
La notte è stata splendida. Mi sono svegliato un paio di volte con l'adrenalina a mille: ho sentito i leoni ruggire, neanche troppo lontani... Ci sono e si fanno sentire. Dei babbuini si sono litigati la spazzatura ed hanno fatto un baccano pazzesco a pochi metri. Abbiamo sentito delle iene urlare dentro il campeggio, ed uccelli notturni da tutte le direzioni. I grilli che imperavano fino alla mezzanotte, sembra quasi che il ruggito del leone li abbia zittiti. Insomma, la nostra notte africana si è rivelata in tutto il suo splendore. Masai ci ha svegliati alle 6. Nessuno di noi ha dormito a sufficienza, ma nel Serengeti il picco di animali c'è a quest'ora, quindi dobbiamo andare. Usciamo in Land Rover, ed abbiamo molto freddo. Il cielo è di nuovo completamente nuvoloso. Pazzesco. Il parco è vuoto. Non vediamo nulla per quasi mezz'ora, solo qualche erbivoro, che ormai non guardiamo neanche più. Vediamo degli alcefali con degli impala, ed all'improvviso spunta dall'erba un'intera famiglia di leoni. Sono nove in tutto, sette femmine e due maschi. Ci passano accanto, sono ad un metro dalla macchina, prima una delle leonesse, poi un grosso maschio. Sono a caccia, ed hanno adocchiato gli impala di cui sopra. Sono giganteschi e fanno veramente paura, con uno sguardo freddo e duro. Lo stesso sguardo dei maasai che abbiamo incontrato nel villaggio. Li guardiamo per un'ora intera, godendoci lo spettacolo, come sempre esagerato. Torniamo per la colazione e ripartiamo in cerca di animali fino all'ora di pranzo. La giornata è stata interamente dedicata al safari, veramente molto stancante, soprattutto dopo la sveglia del mattino, che ha lasciato un alone spettrale sulla faccia di tutti. Rientriamo in campeggio verso le 2 di pomeriggio, e, dopo aver impacchettato tutto, ci dirigiamo finalmente al Seronera Lodge, per la prima notte di lusso che ci concediamo da quando siamo arrivati in Africa.

Il lodge è bellissimo, incastonato nella roccia, offre panorami da sogno e colori veramente saturi. Ci sono un sacco di animaletti che vagano per il lodge: un branco di piccole manguste striate, ed una marea di iraci (procavie). Delle lucertolone rosse e blu (come le matite di quando andavamo a scuola) ogni tanto si avvicinano in cerca di cibo. Lo scenario è molto suggestivo ed accogliente, il terrazzo del lodge offre una vista incredibile della savana. Ci sediamo ad un tavolino e beviamo caffè scorgendo giraffe tra gli alberi della pianura, e poi ancora zebre, gnu, elefanti... Per la cena mangiamo nel ristorante del lodge, che prepara cucina internazionale. Il posto è più che confortevole, ma a dire il vero non ci piace troppo l'atmosfera un po' impersonale. Stavamo molto meglio a Mto Wa Mbu, in mezzo alla gente vera.

01.08.2002 Serengeti National Park - Ngorongoro Conservation Area
Questa giornata di giovedì è stata sicuramente la più stancante. Abbiamo girato tutta la mattina nel Serengeti, mangiando tonnellate di polvere. Stamattina ha iniziato a tirare un vento pazzesco che, se da un lato ha pulito il cielo (finora quasi sempre nuvoloso), dall'altro ha fatto sì che gli animali se ne siano rimasti al riparo tra le fronde o l'erba alta. Infatti non vediamo quasi nulla, giusto un paio di leoni (madre e figlio) e le solite gazzelle, impala, giraffe, e via dicendo. Torniamo nel campeggio per il pranzo, e partiamo alla volta di Ngorongoro. Il viaggio è lunghissimo (4 ore) ed estenuante, la strada è molto sconnessa e piena di buche. In realtà è la stessa strada che abbiamo fatto all'andata, ma questa volta la sentiamo tutti molto più faticosa. Ho, tra le altre cose, la mia prima crisi di diarrea, proprio in macchina… Sono il primo a cadere, anche perché fino ad oggi non mi sono trattenuto su nulla: ho mangiato tutto con gusto ed in quantità. Sono costretto a cercare un bagno in un campeggio in prossimità del lodge a Ngorongoro. E' un malessere molto lieve, per fortuna. Arriviamo nel lodge anche stasera, e siamo molto colpiti dalla quantità di gente che vi troviamo. Il panorama, anche da qui, è stupendo. Il lodge si affaccia infatti sul cratere, che è uno spettacolo. Siamo a 2000 metri di altitudine e c'è un freddo mostruoso, di montagna, ma all'interno del lodge c'è un enorme camino con dei grossi tronchi che bruciano. Maasai ed il cuoco Anthony non possono stare a cena con noi: qui è proprio vietato far entrare le guide con i turisti. Siamo tutti e quattro molto dispiaciuti, è un'altra regola razzista assurda imposta dagli occidentali.

Conosciamo durante la serata una signora irlandese molto gentile (tale Janet), che parla per tutta la sera e, da cattolica praticante, ci dà la sua benedizione. Non immaginiamo in quel momento che la benedizione avrebbe dato i suoi risultati già dal giorno seguente. Andiamo quindi a dormire, ed io sono molto contento che sia l'ultima notte che passiamo in un lodge.

02.08.02 Ngorongoro - Arusha. Fine safari
Una giornata massacrante anche oggi. Ci svegliamo alle 6, presto anche oggi, per esplorare il parco di Ngorongoro, che sorge in fondo ad un cratere all'interno di una riserva naturale più vasta. La zona la conosciamo già, ci siamo passati due giorni fa, ma è un piacere rivedere quella meravigliosa foresta tropicale. C'è un piccolo particolare che ci era sfuggito: a Ngorongoro ad Agosto c'è la stessa temperatura di Aosta a febbraio. Un freddo becco, umido e pungente. Nebbia fittissima e molto bassa. Ci spaventiamo un po', ma accettiamo di buon grado la levataccia. Neanche Pier fa molte storie. Sfortunatamente Maasai arriva con due ore di ritardo: la macchina si è rotta nuovamente, e lui è rimasto bloccato per una buona mezz'ora dalle riparazioni (la maledizione di Janet dà i primi segni). Quindi partiamo, e scendiamo nel cratere. C'è tantissima gente, sembra di essere allo zoo. Il freddo limita gli avvistamenti, ma la cornice è meravigliosa, e di animali ce ne sono molti. Scorgiamo, tra le tante cose, la schiena di un rinoceronte che riposa tra l'erba. Ci sono almeno dieci macchine che puntano l'animale, con tantissimi turisti che ammirano la rarità. Il parco è molto bello, proprio come lo descrivono nelle guide e nei documentari, ma noi ci siamo un po' rotti: siamo stanchi, sporchissimi, abbiamo un freddo terribile e vogliamo riposare un po'. Anche Maasai è arrivato al capolinea, il safari è durato tantissimo anche per lui, molto resistente e selvaggio. Torniamo quindi ad Arusha in quattro ore. Un percorso - neanche a dirlo - estenuante. Con molto piacere ripassiamo per Mto Wa Mbu, salutiamo i ragazzi conosciuti quattro giorni fa, ed arriviamo quindi a destinazione verso le sei. E qui comincia la nostra prima serata sfigata. Lazarus ha prenotato un albergo in centro città che è davvero tremendo e costa 20 dollari a testa. L'hotel è sporco, brutto, squallido, l'accoglienza è pessima, ed a noi ovviamente il tutto prende molto, molto male (e noi di nuovo imprechiamo contro Janet). Facciamo una veloce doccia (fredda) ed andiamo a cena al Mezza Luna. Salutiamo la Signora Adriana e ceniamo benissimo, malgrado la lagna dell'orchestrina che offre musica tutte le sere nel ristorante. Per dieci minuti sopportiamo di buon grado il sottofondo musicale, ma al quinto "Jambo, jambo bwana, hakuna matata" vorremmo eliminare fisicamente tutta l'orchestra.
Torniamo nella topaia, ed entrando in camera ci accolgono due scarafaggi grossi come noci. Un vero schifo, questo è troppo. Prendiamo quindi la decisione di lasciare l'albergo e cercarne un altro. Sono le 22, siamo stanchi e nervosi, Arusha è una città pericolosa, buia e molto losca. Ma non ce ne frega nulla: prendiamo un taxi e torniamo al Mezza Luna: la Signora Adriana ci aiuterà a trovare un'altra sistemazione. Da loro è tutto pieno. Miracolosamente troviamo posto in un albergo gestito da una donna francese (Le Jacaranda), che affitta stanze pulitissime, enormi e molto carine a 55 dollari (la doppia). Il posto è decisamente grazioso, ci riprendiamo tutti e ci addormentiamo molto più sereni. Anche Pier si tranquillizza e dorme come un bambino. E' mezzanotte e non dormiamo a sufficienza da giorni.

03.08.2002 Arusha - Moshi
Sveglia alle otto. Facciamo una veloce colazione ed avvertiamo Lazarus del cambio d'albergo della serata precendente. Ci viene a prendere alle 9,30. Sorprendentemente, riusciamo grazie a lui a recuperare i soldi della topaia che ci sono stati estorti il giorno prima (in tutto 80 dollari). Siamo molto felici e recuperiamo anche fiducia nei confronti di Lazarus. Andiamo in banca a prelevare dei soldi e poi prendiamo un minibus per Moshi. E' uno spettacolo. Siamo gli unici bianchi in mezzo ad una quarantina di tanzani, e l'autobus è stracolmo. L'autista (pazzo come tutti gli autisti qui) corre e guida come un incosciente, ma (non so come) arriviamo a Moshi dopo un'ora scarsa. La città sembra molto più tranquilla rispetto ad Arusha, più verde e pacifica. Troviamo posto al Bristol Cottages Kilimanjaro, un albergo molto grazioso e pulitissimo, con piccoli cottage immersi nel verde di un grande giardino. Insomma, anche oggi siamo soddisfatti dalla sistemazione. Moshi ha un'atmosfera molto orientale: si vedono molti indiani, e le costruzioni sono un po' meno vetuste di Arusha. Anche la gente sembra più accogliente, non ti saltano tutti addosso come ad Arusha, anche se ad ogni modo siamo avvicinati di continuo da ragazzi che ci propongono trekking sul Kilimangiaro, e che vogliono parlare, conoscerci, comunicare. Gli italiani stanno molto simpatici a tutti, e tutti si sforzano di dire qualche parola nella nostra lingua. Conosciamo un ragazzo rasta, che ci segue durante tutto il giorno in città. E' molto simpatico, anche se un po' invadente, e ci propone una serata per domani in un locale dove suona. Durante il pomeriggio sbrighiamo un sacco di faccende importanti: prenotiamo l'autobus per Lushoto, telefoniamo a casa (mio papà è felicissimo di sentirmi) e prenotiamo la "scalata" sul Kilimangiaro. In realtà più che una scalata è una riposante passeggiata di quattr'ore, organizzata con una guida che ci accompagnerà durante tutto il tragitto nella foresta tropicale ai piedi della montagna. Di sera, mangiamo velocemente del pollo tandoori in albergo, e poi a nanna.

04.08.2002 Kilimangiaro
Sveglia alle 7. Abbiamo dormito benissimo, l'unico problema è stato il Lariam, che abbiamo preso ieri e che ci ha fatto male più delle volte precedenti. Abbiamo mal di testa e siamo rintronatissimi, non è una bella sensazione… Ad ogni modo, ci alziamo e ci vengono a prendere alle 8, con una Land Rover identica a quella di Maasai. Arriviamo a Marangu dopo 40 minuti. La strada è molto bella, c'è una fitta vegetazione sui bordi, molto folta ed allegra. Ci sono parecchie nuvole anche oggi, ma ci dicono che è normale in questo periodo dell'anno. Siamo proprio sfigati, neanche riusciamo a scorgere il Kilimangiaro, è completamente avvolto dai vapori. Vabbè…
All'ingresso del parco c'è anche moltissima nebbia, fa freddo ed è tutto bagnato. In compenso Marangu è uno spettacolo: un villaggio immerso in un'enorme piantagione di banani. Qui coltivano solo banane, ovunque solo ed esclusivamente banane. L'atmosfera è molto piacevole, e con Pier riusciamo finalmente a comprare un maglione, che paghiamo pochissimo, in una bancarella all'ingresso del parco. Il mio mi viene ceduto da uno del posto, che mi dà proprio il suo pile per 10 dollari. Se lo sfila e me lo passa...
Iniziamo la passeggiata sul sentiero che porta al primo rifugio (il Mandara Hut), e ci addentriamo in una fitta foresta con alberi altissimi, molta umidità, e soprattutto molto fango. Il sentiero è il più semplice (lo chiamano "Coca-cola Route"), la salita molto lieve e piacevole, anche se l'umidità si condensa sui vestiti, e passando sotto gli alberi cade in continuazione l'acqua accumulata sulle foglie. Facciamo 4 km, e poi con Pier decidiamo di fermarci e tornare indietro. La strada comincia ad essere troppo fangosa, ed io ho serie difficoltà a procedere. Più che difficoltà contingenti, sono un po' preoccupato per la gamba che ho fratturato mesi fa, che non fa male, ma inizia a dare i primi cenni di stanchezza. Il tragitto di ritorno è breve. A Marangu incontriamo il guidatore della Rover (Victor) che ci porta a Moshi per 20 dollari. Non sono pochi, ma l'idea di tornare a dormire in albergo è irresistibile. Ed infatti in albergo piombiamo in un profondo sonno di 2 ore, che ci stanca più che ristorarci. Il Lariam è pesante, proprio troppo, e la sensazione al risveglio è molto sgradevole. Pier sta male, ha la nausea, però resistiamo. Ceniamo alle 20 con Erika e Matteo (che sono arrivati fino al primo rifugio), ed andiamo a letto un'altra volta con le galline.

05.08.2002 Moshi - Lushoto
Sveglia alle 8. Abbiamo dormito molto rispetto agli altri giorni. Prepariamo tutto e partiamo. Arriviamo a piedi alla stazione dei Bus di Moshi, in largo anticipo, non perché usciamo troppo presto, bensì perché l'autobus per Dar Es Salaam è in forte ritardo. Arriva, infatti, alle 11 (anziché alle 9,30), e con grande stupore notiamo che abbiamo prenotato un autobus di lusso, meraviglioso. Spazioso come un vero pullman moderno, alto, con aria condizionata, televisione, hostess e servizio a bordo. Ci offrono dei biscotti, delle bibite, e sullo schermo mandano "Colazione da Tiffany"; insomma, abbiamo speso un po' di più, sempre meno - naturalmente - di quello che spenderemmo in Italia, ma il servizio vale notevolmente la differenza. Notiamo che i locali che sono sul bus sono tutti agghindati, le donne sfoggiano pettinature barocche e gli uomini sono tutti molto ben vestiti. Capiamo che per loro prendere un autobus a 20 dollari equivale a prendere l'aereo, e - come succedeva da noi negli anni 70 - quando si prende un mezzo così di lusso ci si addobba. La cosa curiosa è l'atteggiamento signorile che assumono, in realtà si vede che sono tesi, non sono abituati a tanto lusso, ed infatti alcuni di loro (poco avvezzi ai viaggi lunghi), afferrano i sacchetti di plastica nei sedili ed elegantemente vomitano per il mal d'auto… Per una volta capitiamo anche con un guidatore che va ad una velocità ragionevole, senza correre e sorpassare come un pazzo. Il viaggio trascorre in modo molto gradevole, ascoltando musica e guardando i meravigliosi panorami, che cambiano molto velocemente. Si passa dalla savana brulla ed arsa alla verde vegetazione tropicale in pochissimo tempo, e la terra diventa sempre più rossa.

Scendiamo quindi a Mombo (a metà strada tra Moshi e Dar), salutiamo Erika e Matteo (che ritroveremo forse a Zanzibar tra qualche giorno) e cerchiamo subito un dalla-dalla per Lushoto. Veniamo aiutati anche in questa circostanza dalla gente del posto, ed in meno di cinque minuti siamo sul minibus. Parte solo dopo aver stipato una ventina di persone nello spazio che dovrebbe contenerne 10, e risale il pendio che porta sulle montagne. La strada tra Mombo e Lushoto è veramente bellissima. Siamo in mezzo a delle montagne che ricordano molto la Svizzera, con cascatelle, abeti, e delle fattorie dai colori incantevoli. Sembra un mix di Toscana, Svizzera ed Amazzonia, è un paesaggio che ci piace molto (anche se Pier sostiene che gli stessi panorami si godono a San Gimignano… mah…). Il dalla-dalla si ferma ogni 5 minuti per scaricare e caricare gente, e facciamo 20 km in più di un'ora, stretti e scomodi. Arriviamo quindi all'ostello che abbiamo prenotato. E' gestito da suore locali, e si avverte subito l'atmosfera di convento. A me tutto ciò piace, mi dà un senso di tranquillità e sicurezza. A Pier un po' meno, ma ad ogni modo anche lui è colpito dalla Natura, che è un vero spettacolo. La stanza è molto graziosa, forse un po' essenziale, però molto pulita e profumata, con un terrazzino che dà sulle colline circostanti. Purtroppo delle enormi grate di metallo chiudono il terrazzo, deturpando seriamente il panorama. E' un vero peccato, però mi viene molta voglia di camminare per quei posti, e già pregusto il riposo dei prossimi giorni. Scrivo in questo momento proprio dal terrazzino, e mentre scrivo il Sole tramonta lontano, tingendo le nuvole. Ci sono degli odori meravigliosi, si sentono migliaia di grilli e cicale, ed in lontananza si odono anche dei canti di bambini accompagnati da tamburi. Di tanto in tanto un gallo canta ed una mucca muggisce. E' un paradiso. Sembra quasi una casa di cura. Ci servono una deliziosa ed abbondante cena alle 7,30. Verdure coltivate da loro, pesce, ed una zuppa ottima. Tutto molto fresco e sano. Apprezziamo la cucina dell'albergo ed attacchiamo bottone con dei ragazzi di Brescia, che sono qui da due giorni e fanno splendidi commenti sulle escursioni nella natura circostante. Rientriamo in camera alle 9. Domani niente sveglia.

Leone al SerengetingorongorongorongoromatemweMaasaitarangiretarangiremanyaramanyara

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