|
Storia
e cultura del vino nell'antica Grecia
Rileggendo le opere dei lirici greci, da Saffo ad Alcmane,
da Mimnermo a Euripide, siamo sicuri di trovare, nei versi
stagionati per più di due secoli e mezzo, l'aroma
evocatore dell'antico vino di Grecia. Ma prima di arrivare
a parlare del mondo del vino nella Grecia dell'età
classica, sarà utile fare un passo indietro nel tempo
per capire le origini della viticoltura greca. Partiamo dal
II millennio a.C. quando, parallelamente alle civiltà
della Mezzaluna fertile e a quella degli ittiti, si sviluppava
la prima civiltà mediterranea, quella cretese. In posizione
intermedia tra l'Egeo e il Mediterraneo, l'isola di Creta
era attraversata da una fertile pianura coltivata a viti e
ulivo. Scrive Omero nell'Odissea:
"C'è una terra, Creta, in mezzo
al mare, che sembra avere
il colore del vino, bella, ricca, vi vivono molti uomini,
un numero infinito
"
La sua particolare collocazione geografica
favoriva i contatti con molte e diverse popolazioni, cosa
che fece di Creta il fulcro di ingenti traffici commerciali.
Attraversando il mare aperto con le loro navi lunghe e leggere,
i cretesi giungevano lungo le coste della Grecia, così
come in Egitto e in Asia, e vi portavano vino, olio, ceramiche
e oggetti preziosi.
In Grecia, nello stesso periodo, si sviluppava una civiltà,
di origine indoeuropea, che fu molto influenzata da quella
cretese: la civiltà degli achei ovvero la più
antica civiltà greca. Dai cretesi importarono le tecniche
di coltivazione della vite e dell'ulivo, e appresero anche
la navigazione e il commercio, tanto che nel 1400 a.C. si
sostituirono ai cretesi nel predominio sul mar Egeo. La potenza
achea cadde sotto i colpi delle invasioni doriche del 1200-1100
a.C. che condussero la Grecia in una fase di barbarie ricordata
come "medioevo ellenico".
La rinascita si ebbe verso l'VIII secolo a.C.
quando nacquero le polis e ricomparve la scrittura, in questo
periodo rifiorirono tutte le attività tra cui anche
l'agricoltura.
Con la nascita delle colonie della Magna Grecia giungevano
alla madrepatria continue richieste di prodotti agricoli quali
vino e olio, venne quindi dato un nuovo impulso alle attività
agricole e artigianali e nacque una fiorente attività
commerciale tanto da determinare la creazione della moneta.
Simbolo dello sviluppo tecnologico nel campo dell'enologia,
è l'invenzione del torchio da vino che si ha
appunto in Grecia nel 100 a.C. circa.
Dalle coste del Peloponneso, dalla Tracia e
dalle isole dell'Egeo i ceppi di vite raggiunsero le coste
della Sicilia, della Spagna, del Marsigliese, fino alla Germania.
Testimonianza concreta è il materiale ritrovato con
le scoperte archeologiche, come le sculture di pampini
e grappoli dei bassorilievi e i testi lirici degli autori
ellenici: l'uva è come una divinità consolatrice
nelle evasioni esplorative, il grappolo è il segno
visibile del diffondersi di un rito che ha nome classicismo.
Infatti, dovunque approdavano, i componenti delle comunità
ioniche pensavano subito a piantare il vigneto.
I Greci scoprirono che i terreni aspri, meno indicati per
le altre colture, erano quelli più adatti alla prosperità
della vite. Dal Caspio a Marsiglia dissodarono zolle e misero
a dimora i ceppi.
Quanto alle tecniche di vinificazione è curioso
e interessante scoprire le pratiche operate e gli ingredienti
che i Greci erano soliti aggiungere al loro vino.
Dopo la pigiatura, il mosto veniva travasato
in giare rivestite all'interno con la pece e qui fatto
bollire fino a ridurlo circa della metà. A questo punto
le giare venivano chiuse ermeticamente con la pece o con uno
strato di olio. Molti interventi venivano poi fatti per migliorare
il corpo del vino, per facilitare la stagionatura e per rafforzarne
il sapore. Veniva aggiunta la resina oppure venivano
fatti degli infusi con i rami di pino e di cipresso,
altri ingredienti che potevano essere aggiunti, e che oggi
ai nostri occhi sembrano assurdi, erano le mandorle amare,
lo zafferano, il trifoglio, il succo di mirtilli schiacciati.
Per chiarificare il vino i Greci polverizzavano gusci di
lumache e conchiglie, cristalli di sale, ghiande, noccioli
di oliva o aggiungevano pece o argilla. Talvolta immergevano
nel mosto una torcia accesa o un ferro incandescente.
Insieme alla diffusione della viticoltura e
dell'enologia in Europa, con il vino i Greci introdussero
una variante nella religione e nella fede dei popoli indigeni
come i Celti o gli Etruschi che avevano preceduto i coloni
balcanici nel cammino ascensionale dell'umanità. Si
diffondeva infatti il culto di Dioniso, che era stato al suo
nascere soltanto una divinità della natura tempestosa
della Tracia, adorato come forza che dominava o scatenava
i venti nelle selve di quella regione. Poi Dioniso si trasformò
in protettore dei cereali e dei frutti e la sua popolarità
si congiunse con i riti dei misteri orfici ed eleusini, con
le macabre cerimonie in cui il sacrificio non consisteva solo
nell'esecuzione del capro dedicato al dio ma nell'assassinio,
al culmine delle orge, del sacerdote che aveva celebrato.
Un corteo di satiri e spiriti malvagi,
simili ai miti egiziani di Osiris e di Iside, accompagnava
queste cerimonie di cui il vino rosso, versato nel cantaro
(bicchiere largo e svasato a due ampi manici), pare fosse
l'impulso, ma ciò non è sicuro. È possibile
che solo in età posteriore il vino entrasse a far parte
del rituale. Di questi riti, solo le danze dionisiache
sono rimaste come diapositiva del folclore popolare greco
durante le feste della vendemmia. A parte i riti macabri ed
eccessivi, i momenti di festa trovavano nel vino il loro fattore
unificante che perciò non può essere considerato
con carattere puramente accessorio poiché nell'antica
Grecia non ci si riferisce mai al vino in sé, alle
sue qualità naturali, ma alla specifica valorizzazione
di cui esso è stato fatto oggetto da parte della cultura
classica.
Omero parla spesso del vino così come
Platone e notizie ancora più precise sulla vendemmia
e sui metodi delle colture, le espone Esiodo, poeta epico
del VII secolo a.C., ne Le Opere e i Giorni. Come Virgilio,
dà consigli in versi circa la potatura invernale, l'aratura,
la pulizia del vigneto dalle erbe infestanti.
BIBLIOGRAFIA
G. Cavazzana, L. Innocenti, T. De Rosa, LA MIA CANTINA, Edizioni
Librex, Milano, 1969
A. De Bernardi, S.Guarracino, SOCIETÀ E STORIA, Mondadori,
Milano, 1989
O. Longo, P. Scarpi, DELLA VITE E DEL VINO, Claudio Gallone
Editore, 1999
|