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Il
disciplinare di produzione G.U. n. 66/1975 riconosce con la D.O.C.
il Nuragus di Cagliari, vino bianco prodotto esclusivamente in Sardegna
nelle regioni del Campidano di Cagliari, della Trexenda, del
Parteolla, del Sulcis Iglesiente e del basso Oristanese; in
queste zone sono da considerarsi esclusi dalla coltivazione di tale
vitigno i terreni situati oltre i 500 metri d'altezza sul livello
del mare, quelli con microclima umido o ventoso, i suoli idromorfi,
salsi, eccessivamente lisciviati, poco profondi, rocciosi e quelli
sabbiosi delle zone costiere.
Viene prodotto con uve Nuragus per un minimo dell'85% con eventuali
aggiunte di altri vitigni a bacca bianca non aromatici raccomandati
e/o autorizzati per la zona, in un massimo del 15%.
La sua vinificazione prevede che il mosto venga ottenuto
dalla pressatura soffice delle uve poi decantato staticamente
e successivamente fatto fermentare in serbatoi di acciaio inox a
temperatura controllata. Il vino che se ne ottiene è di colore
giallo paglierino più o meno scarico con tenui riflessi verdognoli;
ad interessanti profumi fruttati di mela golden acerba
e floreali di acacia e citronelle, si accompagna un gusto
leggero d'alcol, fresco di acidità , morbido e leggero
di corpo , a volte deludente. Si consuma giovane o
previo un moderato invecchiamento di 1 o al massimo 2 anni in luogo
fresco e buio in bottiglie diritte.
La disciplinare D.O.C. prevede anche le tipologie "Frizzante" e
"Amabile" (a sua volta nei tipi tranquillo e frizzante).
Le uve con cui viene prodotto il Nuragus di Cagliari appartengono
al vitigno Nuragus e si presentano con acini di media grandezza,
rotondi con buccia giallo dorato che a piena maturazione assumono
striature rosa o rosso fuoco .
Le origini del vitigno sono molto incerte, sicuramente è uno
dei vitigni più antichi tra quelli coltivati in Sardegna : si
pensa che la sua comparsa sull'Isola possa essere antecedente al
XII secolo a.C. ad opera di coloni fenici in occasione
della loro dominazione. Da molti invece è ritenuto un vitigno
autoctono , probabilmente legato alla civiltà dei Nuraghi
.
Anche sull'origine del nome si contrappongono diverse teorie. Chi
sostiene l'origine fenicia del vitigno spiega il nome con la locuzione
"nur" che nell'antica lingua fenicia significava "fuoco"
basandosi sul fatto che il nome possa risalire all'aspetto degli
acini maturi esposti al sole; chi invece sostiene l'origine autoctona,
accosta il nome del vitigno a quello dei Nuraghi, le misteriose
costruzioni in pietra che caratterizzano fin dal Neolitico il panorama
archeologico della Sardegna, poiché il grappolo ha una forma simile
a quella di un nuraghe rovesciato. Ma si avvalora anche la più abbordabile
ipotesi che sia un vitigno di origine selvatica derivante
da modificazioni di viti introdotte dai Romani nel territorio di
Valentia in prossimità dell'attuale paese Nuragus da cui probabilmente
deriva il nome. Infatti la denominazione "burdu" (=selvatico)
con cui spesso viene identificato localmente il vitigno, figura
tra le sinonimie del medesimo.
Le origini della sua elevata diffusione nell'Isola vanno
fatte risalire al periodo post-fillosserico grazie anche alla resistenza
presentata dal vitigno nei confronti dei parassiti della vite e
alla sua facilità di adattarsi a ogni tipo di terreno, caratteristica
che lo ha sempre reso molto popolare tra i viticoltori sardi, insieme
alla tardività nella ripresa vegetativa e soprattutto alla sua abbondante
fruttificazione. Attualmente la coltivazione del vitigno
è stata ridimensionata per apportare effetti positivi al
sistema vitivinicolo con produzioni selezionate dei vigneti maggiormente
vocati e con credenziali qualitative più consone agli attuali obiettivi
enologici. Per fare ciò si sono andate abbinando alle moderne tecnologie
di cantina una più oculata gestione del vigneto (che utilizza forme
espanse) con il risultato di un prodotto notevolmente migliorato
e ben diverso da quello che viene anticamente ricordato come un
vino molto alcolico, disarmonico e sgraziato.
Il Nuragus di Cagliari è un vino di media gradazione alcolica che
si può degustare a una temperatura di servizio compresa tra 6 -
8°C, come aperitivo oppure abbinato a zuppe di pesce,
pesce arrosto o alla griglia, crostacei, torte di verdura
, zuppette di conchigliacei al verde, antipasti magri
e primi piatti semplici purché non coperti da condimenti
forti.
BIBLIOGRAFIA
G. Cavazzana, L. Innocenti, T. De Rosa, LA MIA CANTINA, Edizioni
Librex, Milano, 1969
I. Eynard e G. Dalmasso, VITICOLTURA MODERNA, Hoepli, Milano, 1990
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