Immergersi nell'immensità della Pustza, specchiarsi nelle tranquille
acque del Balaton, addentrarsi nella babele della vecchia Buda.
Scoprire come un artista sappia trasmettere lo spirito profondo di un logo,
soprattutto se quel luogo egli lo avverte come proprio pur non essendoci nato
ma forse proprio per questo riuscendo a sviluppare una capacità di osservazione
e confronto ancora più articolata.
Queste le sensazioni che il visitatore è chiamato a vivere nei grandi
spazi dell'Esedra di Levante di Villa Manin di Passariano visitando "Scene
d'Ungheria", la grande mostra a tema che Matteo Massagrande propone dal
25 settembre al primo novembre 2009. Una quarantina di grandi e grandissime
opere, più della metà create proprio per questa esposizione.
Marco Goldin, che è il curatore della rassegna di Massagrande, l'ha voluta
perché l'artista veneto-ungherese incarna come pochi la capacità
di declinazione attuale del tema del paesaggio, delle acque e delle città,
ovvero dei grandi filoni della produzione artistica nell'Europa del secondo
Ottocento affrontati poche decine di metri più in là, nel corpo
centrale della magnifica reggia dei Manin, nella grande mostra "L'età
di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell'impressionismo nell'Europa
centrale o orientale".
Un legame, quello tra Massagrande ed i maestri del naturalismo, sia francese
che centro europeo e ungherese in particolare, fatto di tensioni, d'atmosfere,
di qualità pittorica. Di colori particolari, di erba che è più
erba di altre.
"Passeggio tanto nei campi ungheresi, proprio - ricorda Massagrande -
per capire cosa significhi l'immancabile esclamazione da parte di mia moglie
che tornando nella sua terra dice ogni volta: "Ma non vedi che qui il verde
è diverso? È verde ungherese. Il cielo poi.". Certo che lo
vedo, ma capirlo, e poi riportarlo sulla tela, è un'altra storia. Divido
il mio lavoro tra lo studio padovano e quello di Hajòs in Ungheria. Sono
sedici anni che faccio queste lunghe passeggiate solitarie nella pianura ungherese,
nelle città, nella puszta, lungo il lago, nei campi, col sole, con la
neve, quando c'è nebbia, un po' come facevo da ragazzo per capire il
paesaggio veneto. Camminando, penso e pian piano capisco. Per capire il paesaggio
ungherese devi avere dei ricordi che ti leghino a quella terra, devi conoscere
l'alfabeto segreto di quel paesaggio per poterlo leggere e poi citarlo, altrimenti
si comporta come con tutti - bello, disteso, maestoso - ma non ti fa vedere
il suo blu o verde, quelli sinceri. Gli alberi a volte sono blu. Magari per
cinque minuti, per uno strano gioco di luce lo sono davvero. ..
Mentre dipingo l'Ungheria ho caldo, freddo, cambio umore, e sono io.
Dico sono io, perché ho sempre dipinto il mondo attorno a me. Tutto
ciò che posso toccare, annusare, respirare, spostare o mettere in tasca,
in testa, nel cuore. Non sono mai stato tentato di dipingere temi lontani dai
miei sensi, perché solo così posso esprimere che nel mondo è
tutto collegato: le luci, gli odori, i tempi. Ho bisogno di sentire, prima di
dipingere la neve, il suo rumore sordo sotto i piedi, di portarla attaccata
alle scarpe in casa e dopo, vederla sciogliersi sul pavimento che diventa di
un lucido diverso. Lo faccio istintivamente fin da bambino. Osservo il mondo
attorno a me, lo metto nel cassetto di uno dei miei sensi e dopo lo ritrovo
in un quadro. La terra ungherese, nella sua apparentemente immutata pianura,
è in costante cambiamento anche decine di volte al giorno. Cambiano i
colori, gli odori, le strutture. L'architettura del paesaggio magiaro è
data dal cielo che domina quello stesso paesaggio come non ho visto in nessuna
altra parte del mondo. Anche quando non lo guardi. Senza quel cielo, quelle
nubi, quell'infinita gamma di sfumature che si riescono a vedere in una sola
giornata, i colori sottostanti del resto del paesaggio avrebbero meno senso
pittoricamente. Senza quel peso di cielo, non ti accorgeresti di un fenomeno
incredibile che mio figlio mi ha fatto notare un giorno d'estate dicendo: guarda,
babbo, le erbe non osano a muoversi.
Ho imparato da lui, in quel momento, cosa mi affascinava così tanto da
anni e che volevo si sentisse sulla tela: davanti al paesaggio ungherese non
ci si sente piccoli come davanti a un monte, non ci si sente soli come nel deserto,
non ti ingoia come un canyon o una cascata . Non osi muoverti. Non per paura.
È l'immobilità dei momenti felici".
Matteo Massagrande, nato a Padova nel 1959, pittore e incisore è un
profondo conoscitore della storia dell'arte antica e contemporanea. Si interessa
allo studio di antiche tecniche di pittura, di incisione e all'arte del restauro.
Frequenti sono i suoi viaggi in Europa e nel mondo, pretesti, spesso, per sviluppare
cicli pittorici e grandi composizioni. Ha iniziato a esporre nel 1973 ottenendo
numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Città di Pordenone
1980, il Premio Rizzoli per la grafica 1982, il Premio Burano di pittura 1986;
ottiene il Premio Under 35 alla Terza Biennale d'Arte Sacra di Venezia 1987.
Decine da allora le mostre personali in sede pubbliche in Italia e all'estero.
Negli ultimi due anni ha esposto a Verona, Bologna Legnano, Brunico Grosseto,
Barcellona. Su richiesta della Pontificia della Basilica del Santo di Padova
ha eseguito il dipinto Maria, Madre dei giovani per il Sermig Arsenale della
Pace di Torino. Su incarico dell'Ente Nazionale Francesco Petrarca ha eseguito
il ritratto di "Laura".
Vive a Padova e divide la sua attività tra lo studio a Padova e quello
di Hajòs (Ungheria).
Massagrande. Scene d'UngheriaPassariano di Codroipo, Villa Manin, Esedra di
levante25 settembre - 1 novembre 2009Ingresso gratuitoOrario: tutti i giorni
dalle 13 alle 19