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Da un lato la neve imbianca la cima elevata di un monte, dall'altro
lo sguardo spazia su un paesaggio che ricorda i grandi canyon dell'Arizona,
mentre davanti a noi c'è un fitto bosco di larici. Stiamo
salendo verso quota 2260 metri., fra pochi minuti saremo sul passo
di Tin-n-Tichka. Il pullman sbuffa e fa fatica ad arrampicarsi sui
tornanti stretti e insidiosi dell' Alto Atlante, ma Abdullah, il
nostro abile chauffeur, non si scompone ed anzi traspare in lui
una serenità assolutamente disarmante. Ce la faremo? "Inshallah",
ci risponde, "se Allah lo vorrà". Già. "Inshallah",
ci dovremo abituare a questa affermazione, che da queste parti corrisponde
a un atto di fede più che a una rassegnazione. Ed è
un po' la filosofia di vita di un Paese, il Marocco, sempre in bilico
fra due mondi, l'Occidente ricco e industrializzato a cui anela
far parte e un'anima berbera e nomade, irriducibile e pervasa dall'orgoglio
della propria identità e delle proprie tradizioni.
Dopo aver scollinato sull'Atlante, si apre un paesaggio
a dir poco affascinante: è qui che comincia il Marocco più
vero e caratteristico. Ed ecco che d'improvviso ai lati della strada
scorrono come in un film le prime kasbah, vecchi ma sempre
splendidi palazzi fortificati che, costruiti con un impasto di argilla,
fango e paglia, si confondono e ben si mimetizzano col rosso circostante
delle rocce sulle quali si abbarbicano, dominando la valle, al riparo
una volta dagli attacchi dei predoni del deserto. E Ait Benhaddou
né è splendido esempio, una kasbah dove si riesce
ancora a respirare quell'atmosfera così ben descritta nel
"Tè nel deserto", girato proprio qui fra gli stretti
vicoli che s'incrociano l'un l'altro inseguendo l'ombra. "E
l'ombra qui costa", come ci dice Mohammed, la nostra guida
berbera.
Un bene prezioso, dunque, come del resto l'acqua, elemento fondamentale
e indispensabile per la vita di questi luoghi. Sì, l'acqua.
Ovunque vi sia la possibilità di sfruttarne le falde acquifere
del sottosuolo, lì sorge un'oasi, una grande macchia verde
brillante che d'improvviso appare ai nostri occhi entusiasti e che
contrasta con la terra rossa del deserto. E a Tinehir è
un vero sollievo passeggiare per un paio d'ore all'interno della
sua grandissima oasi, tra la campagna coltivata e curatissima, dove
le donne si affannano nei campi di orzo, cerali ed henné
o sono intente a lavare i loro coloratissimi vestiti nel vicino
ouad, il fiume. I campi di menta emanano un odore fortissimo
che entra nel il naso per darci una sensazione immediata freschezza.
Un profumo che sulla strada si confonde con quello delicato delle
rose, incredibilmente belle e rosa, che in questa valle alimentano
un florido commercio.
E come non restare incantati di fronte alle Gole del Todra,
un'impressionante voragine tra due pareti altissime di granito fra
le quali scorre un fiume fresco e rigenerante nel quale le donne
berbere s'immergono per scongiurare il pericolo della sterilità,
vera disgrazia in una società nella quale "i figli sono
la pensione dei genitori".
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Ed ecco che il nostro pullman improvvisamente si ferma: dobbiamo
lasciare il passo a una variopinta tribù nomade in trasferimento,
uno spettacolo nello spettacolo con la loro mandria di cammelli
e asini sui quali c'è proprio tutto quello che serve alla
loro sussistenza. Lo sguardo è rapito dai colori che si stagliando
lungo la cosiddetta "strada delle mille kasbah",
che una dietro l'altra sfilano davanti ai nostri avidi obiettivi.
Il sole calante colora di un rosso argilloso il tramonto davanti
a un pozzo di un piccolo villaggio berbero, mentre il pensiero è
già rivolto a domani, quando proveremo veramente cosa significhi
l'emozione di quella parola che incute timore e fascino nello stesso
tempo: il deserto del Sahara.
E' ancora buio e un po' freddino quando i fuoristrada con i loro
fari illuminano la pista che da Erfoud ci porta a Merzouga, alle
porte del grande Erg. L'emozione prende il sopravvento sul sonno
rubato di primo mattino, mentre da lontano s'intravedono le dune
di sabbia. Tra le dune altissime dal colore ambrato, il silenzio
del deserto ci avvolge completamente, nonostante il vociare confuso
di frotte di escursionisti mattinieri alla ricerca di un'emozione.
Siamo circondati da dune sinuose e altissime, ondulate come onde
di un mare d'oro rosso o arancio a seconda della luce di un sole
che poco a poco comincia a fare capolino dall'orizzonte. La prima
cosa che viene in mente di fare è quella di togliersi le
scarpe e sprofondare nella sabbia sottile fino alle caviglie, poi
rotolarsi per provare una sensazione solo immaginata sui prati erbosi
di quando si era bambini. E la fatica di salire su una duna altissima
è compensata dallo spettacolo sbalorditivo che si presenta
dalla cima, da dove lo sguardo è finalmente libero di spaziare
verso l'infinito delle dune del deserto. Non resta che guardare
incantato e sognare, mentre un leggero soffio di vento ci accarezza
il viso
.
. E' questo il Sahara, è questa la
sua magia!
Torniamo in pullman per puntare verso Rissani, villaggio
berbero culla della dinastia regnante degli Alaouiti, famoso anche
per un importante fiera dei datteri. E mentre osserviamo
gruppi di uomini avvolti nei loro jallaba accalcarsi al souk,
le donne si nascondono dietro ai loro abiti neri attraverso i quali
s'intravede un solo un occhio scrutarci da lontano, timorose che
l nostri obiettivi possano rubar loro l'anima. Una visita a una
piccola fabbrica di lavorazione del marmo con i suoi fossili marini
ci ricorda come migliaia di anni da anche qui, pare incredibile,
ci fosse il mare.
Il nastro d'asfalto sempre più dritto taglia un piatto terreno
sassoso delimitato da rocce rosse sulle quali il vento ha depositato
la sabbia del Sahara. Ecco una serie di splendidi villaggi fortificati
(ksar), un insieme di case costruite con un impasto di argilla
e paglia che, però, si sgretolano durante gli acquazzoni
che trasformano gli oued da asciutte pietraie in fiumi impetuosi.
E la mancanza di manutenzione assieme al richiamo delle città
e all'emigrazione verso l'Occidente ha portato inevitabilmente all'abbandono
della maggior parte di questi villaggi, nei quali, comunque, la
presenza sui tetti di paglia di antenne paraboliche stride con la
semplicità del paesaggio, ma ci ricorda come la globalizzazione
è arrivata anche qui.
Piena atmosfera berbera a Zagora, il cui lussureggiante
palmeto si estende a perdita d'occhio costeggiando le sponde
del Draa, il "Nilo del Marocco", fiume vitale per tutta
la serie di villaggi che si distendono lungo il suo corso, formando
quasi un'oasi interrotta fino a Ouarzazate, dove una diga racchiude
le sue preziose acque. Lasciamo gradatamente il fascino dei paesaggi
del Sud e del deserto per risalire la valle del Draa, prima di tornare
sull'Atlante e ridiscendere verso Marrakesh .
A Marrakesh , la "perla del sud" per via del colore
delle sue case, l'atmosfera è quella delle grandi città:
un viavai caotico di persone al quale, sinceramente, dopo una settimana
al sud, non eravamo più abituati. Grandi vie, alberghi e
palazzi che architettonicamente in sintonia con le tendenze occidentali,
ma che poco hanno a che vedere con la tradizione, costellano la
parte più nuova della città, quella fuori dalle vecchie
mura, che racchiudono appunto la parte più antica, la vera
anima popolare e caratteristica di Marrakesh. E' la Medina,
un continuo intricarsi di persone, viuzzee, moscheee e piazzette.
Ma ciò che impressiona è la quantità di gente
che giornalmente affolla il cuore della Medina e il simbolo della
stessa città, piazza Djemma-el-Fna o "piazza degli
impiccati", a ricordo delle esecuzioni capitali di epoca
imperiale. Una vera corte dei miracoli, un teatro a cielo aperto,
ritrovo di incantatori di serpenti, cantastorie, venditori di arance,
bancarelle di kebab, cavadenti e altro ancora, che si alternano
ad ogni ora del giorno. E qualche passo più in là,
da una stretta via laterale, si entra nel souk, il misterioso, colorato
e incredibile mercato degli artigiani e dei commercianti, un dedalo
di spazi aperti e chiusi nei quali si alternano gli odori ora pungenti
ora delicati delle innumerevoli spezie.
E poi il minareto della Koutubia, gioiello architettonico
che ha la sua copia a Siviglia, uno sguardo al palazzo Bahia
e agli splendidi giardini acquatici della Manara. Tutt'attorno
sui tetti della Medina campeggiano le antenne satellitari, nuovi
fiori tecnologici che contendono lo spazio vitale ai nidi delle
cicogne, e che rappresentano, forse, il vero pericolo per un'identità
che, prima o poi, sotto i colpi della civiltà del consumismo,
rischia di annacquarsi e perdere le proprie caratteristiche peculiari.
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