Dongione ARTE è un festival di teatro, cinema e arti visive che si terrà nell’affascinante cornice del Dongione di Carbonara Scriva (Al) dal 22 giugno al 7 luglio 2013.
Il festival si compone di diversi appuntamenti teatrali, proiezioni di cortometraggi indipendenti, presentazioni di libri di autori emergenti e di una mostra di arte contemporanea.
L’intento è quello di dare spazio alle realtà artistiche, locali e non, mettendo in relazione tra loro diversi linguaggi artistici e di far vivere gli spazi della suggestiva struttura del Dongione coinvolgendo il territorio in un evento unico nel suo genere.

1° edizione f r a m m e n t i

Il tema della prima edizione di DONGIONE ARTE sarà “frammenti”.
Il frammento è un piccolo pezzo di qualcosa che si è staccatto da un oggetto intero, la radice latina fragmentum indica la natura fragile e delicata di una parte singola, che ha perduto il “suo” tutto. Interessante accostare questo termine all’arte e vedere come può essere declinato. Il frammento diventa simbolo di una visione del mondo piccola, leggera, privata addirittura. Ogni autore è parte di un tutto che è l’arte che ha scelto, ogni opera è uno sguardo – frammento – del e sul mondo. Frammenti sono le parti che compongono un’opera incompiuta, lasciata a metà o in fase di elaborazione. Il termine frammento assume in questa ottica un significato potente di apertura-verso-ciò-che-non-è-compiuto.
Si è scelto questo tema perché è forte il desiderio di dare spazio a visioni del mondo diverse, autori in formazione, storie che si stanno ancora compiendo e linguaggi nuovi in via di assestamento, tutti frammenti di lavori artistici e umani delicati e frangibili.

PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA

f r a m m e n t i

“Guarda” è imperativo che invita a condividere un dettaglio, a spostare l’attenzione su di un particolare spesso in transito. I diciannove artisti che si incontrano nelle sale dell’antico Dongione di Carbonara Scrivia propongono all’osservatore assaggi di spazio e di tempo tradotti in bocconi di forma e materia, di colore e luce. Ciascuno racconta una porzione minima dell’ordine visibile, o invisibile, un contatto o soltanto una suggestione, ora aderendo alla mimesi del reale, ora scardinando i canoni della figurazione per ricomporli in simboli e astrazioni, con presagi fatti di linee e tonalità. Il sipario del quotidiano, dunque, si solleva e i riflettori si accendono rivelando un atomo della cosmologia di ogni autore.
La fotografia è un processo interpretativo, non documenta ma cambia il dato colto dallo scatto, sia nelle opere di Renato Luparia (Infinito, Solo) che in quelle di Francesco Romoli e Alessandra Tescione. Le sagome d’albero poste in rilievo da Luparia, nel silenzio e nella solitudine campestri di nebbia e neve sulla pianura, infatti, tracciano nel bianco gli ideogrammi di un discorso esistenziale. Esploratore dei sentieri semantici che collegano le immagini, Romoli (Forever Young), dal canto suo, si orienta con l’elaborazione digitale della foto nel labirinto di segni che si dirama tra i dettagli catturati dalla camera e proponendo significati velati. Tescione, infine, ritorna all’uso della pellicola e mette al centro della sua riflessione poetica proprio il processo creativo. La pellicola viene perciò identificata con il soggetto impresso e diviene corpo, materia su cui intervenire. Fotografica si può invece definire la pittura di Enrico Cattaneo, che incide su cartone immagini che sembrano antiche foto in seppia, in cui i volti dei bambini ci sembrano sorridere da un passato remoto, anticipare un futuro anteriore; allo stesso modo, fotografico, è il primissimo piano in bianco e nero di Veronica Francione. Punto focale del dipinto gli occhi della ragazza, dai quali parte il piano obliquo dello sguardo. Tra lei e l’osservatore sgocciolature sanguigne, pioggia trasversale di rosso, lasciano sul grigio una scia tragica. L’iperrealismo magistrale di Gianluigi Alberio nella raffigurazione degli animali, del lupo che sbadiglia, invoglia al contatto con l’immagine e traduce l’amore per la natura dell’autore, mentre quello di Francesco Botter trasporta sul piano dello spazio mentale, in una dimensione ideale, di linee rigide e prospettive geometriche, nell’atmosfera rarefatta e algida del pensiero. Nettamente simbolico anche il linguaggio espressivo di Gaspare Sicula e Antonio Caramia, interpreti di “isole”. Per entrambi l’isola è un territorio tra il vissuto e il sognato, utopia di un ambiente e di una società per il primo, luogo di quiete e rinascita per il secondo. L’azzurro sfumato che domina l’inquadratura nei dipinti di Antonietta Meneghini è il sentiero cromatico di una fiaba, negli occhi del ragazzo, nel profilo palpitante, sulla spalla della ragazza, di una farfalla. Ancora figura, ritratto per Tiziana Rufo, volto con cui fare amicizia. Una bambina accovacciata ai piedi di una scala. Colore nei vestiti, chiarore grigio attorno, dalla scala che sale alle sue spalle, sul primo gradino della quale siede a guardare. I ritratti di Franco Fasano, raccolti in un “polittico”, raccontano i simboli di un’America immaginata, con Marilyn e Martin Luther King, Bukowski e Clint Eastwood. Sono gli Stati Uniti di Hollywood e delle libertà, del West e degli eccessi. L’immagine del corpo umano è cifra stilistica per Alessandra Guenna, che propone la sua minimalista, morbida silhouette di linee tonde e volumi plastici. Unico e grande, l’occhio dal volto travalica i confini del quadro in cerca di un dialogo con l’osservatore. Si libra o precipita, vola, metà di colore, metà disegno nel bianco, la ragazza del dipinto di Francesco Pellerano, immagine di totale liberazione da vincoli, fascio dinamico di segni rapidi, di una texture cromatica incalzante. La donna di Alberto Magri, corpo nudo flesso all’indietro, ponte fra esterno e interno, osservato dall’alto, conduce invece in uno spazio chiuso. Tra due bicchieri e una bottiglia, il corpo attraversato da netti contrasti tonali, lei appare sola. Francesco Ferrulli (Scacco alla regina) interpreta con uno stile pop, che ricorda il fumetto e la pittura naif, un’allegoria sociale, animando un paesaggio connotato da riferimenti alla “sua” Puglia. Anche Lorenzo Villa e Elisa Muliere mescolano nella loro pittura, oltre alla personalizzazione della tecnica, dato realistico e simbolico. Uso di plexiglass e sovrapposizione di piani per il primo, che vuole marcare l’isolamento e la gestualità della figura (Jump, Floating), totale sfumato per la seconda, a cui interessa lo spunto e la vaghezza più che la definizione (L’oiseau d’Ikuko). Davide Minetti, infine, propone una composizione informale, sonora nell’incrocio di linee, nel bilanciamento della parte cromatica, su cui dominano i toni arrossati da impressioni sanguigne, mentre al centro il timbro più chiaro si espande in una conflagrazione che attrae la luce.

ELENA CARREA

22 Giugno 2013