Provate ad immaginare un tempo molto lontano, che gli storici chiamano Medioevo… è un tempo molto lungo, ed è verso il 1300 che comincia il nostro racconto…

Folti boschi di grandi querce, castagni, ontani, olmi, loppi, cornioli, peri e meli selvatici, ricoprono grandi zone del terreno intorno ad un piccolo borgo, altre aree sono coperte da prati e terre di pascolo, il resto sono campi coltivati a segale, miglio e frumento grazie al lavoro instancabile dei contadini con i loro semplici strumenti, tra i quali la roncola, per rubare al bosco qualche lembo di terra in più. Vivono in case semplici, all’interno del borgo, che conserva ancora un’antica fortificazione, spesso hanno un orto dove coltivano verdure, tra le quali la verza, saporita e succosa. Riescono anche a coltivare la vite, con la cui uva producono il vino, tanto apprezzato dai loro Signori ai quali pagano affitti e gabelle.

Saranno stati sorpresi e meravigliati, quando al centro del loro borgo si cominciò a costruire qualcosa di molto grande…

Il borgo si chiama Binasco, e questa è la storia del suo Castello…

Binasco “terra di mezzo”, definito così fin da tempi molto antichi per la sua posizione a metà della “Strada Maestra” che collegava le città di Milano e Pavia e che, nel periodo medievale, attraversava il borgo.

Oggi la strada maestra è la via commerciale con i negozi e i portici ottocenteschi, le cui colonne di pietra arrivano dall’importante convento di Santa Maria in Campo, soppresso e poi demolito a seguito delle disposizioni napoleoniche.

Una bella passeggiata in campagna conduce ad un’edicola dedicata alla Madonna che i binaschini chiamano affettuosamente “la Madonnina” e che sorge proprio dove un tempo si accedeva alla piazza di fronte alla Chiesa del convento, meta di fedeli e pellegrini grati per i miracoli operati dalla Madonna.

Un corso d’acqua chiamato Ticinello attraversa tranquillo il paese; un tempo era un fiume impetuoso che segnava il confine tra le terre di Milano e di Pavia, dava origine a corsi d’acqua secondari che favorivano l’agricoltura, muovevano i mulini, ed alimentava il fossato intorno al castello. Spesso era causa di piene e straripamenti disastrosi, fino ai recenti anni ’50, il paese era spesso inondato dalla piena del Ticinello.

Il Ponte sul Ticinello, allora chiamato Ponte di Binasco, sussiste ancora oggi, ed era uno dei due punti di accesso al borgo fortificato; vi si trovava una guardiola con gli armigeri che si occupavano di controllare gli accessi e le uscite ed un esattore per i relativi dazi da pagare.

Passando sul ponte si vede l’antico Falcone: era un piccolo porto fluviale nel quale attraccavano le imbarcazioni ducali e quelle per il trasporto delle merci. Dal Falcone si origina il Navigliaccio, voluto da Galeazzo II Visconti e completato da suo figlio Gian Galeazzo per irrigare l’enorme parco del castello di Pavia e per la navigazione.

Al centro del borgo, troneggia il Castello, costruito tra il 1280 e il 1310 per volere della famiglia dei Visconti, Signori della città di Milano. Era un avamposto militare in un punto strategico; per presidiare il confine tra le due città nei periodi storici in cui erano contrapposte e come prima linea difensiva per l’accesso alla vicina Milano.

Oltre alla funzione militare, il Castello era progettato per essere usato come dimora dai suoi nobili proprietari nel corso degli spostamenti nei loro territori e per le battute di caccia nei boschi intorno al borgo.

Gli antichi soffitti a volta della Biblioteca dedicata al poeta Binaschino Peppino Scapucci, una volta erano le terribili prigioni del Castello: celle umide e buie dove venivano rinchiusi delinquenti comuni e briganti, ma anche prigionieri politici ai quali dovevano essere estorte importanti informazioni utilizzando la tortura. Vi fu imprigionata anche la duchessa Beatrice di Tenda.

Andata in sposa al Duca Filippo Maria Visconti di vent’anni più giovane di lei, per volere testamentario del condottiero Facino Cane suo primo marito, gli portò in dote una vera fortuna: 400 mila ducati, vastissimi territori tra i quali le città di Alessandria, Novara, Tortona, Vercelli, ed un fedele e potente esercito.

Dopo soli sei anni dalle nozze, venne accusata di adulterio, imprigionata e sottoposta a processo. Testimoni dell’accusa, due sue cameriere che raccontarono di aver visto il servitore Michele Orombello suonare il liuto seduto sul letto della Duchessa. Sembra che abbia avuto un ruolo nella vicenda anche la dama di corte Agnese del Maino, amante del Duca, che gli diede poi due figlie. Trattandosi di una situazione delicata, Beatrice venne portata a Binasco dove a seguito di terribili torture, confessò il tradimento. La sentenza venne presto eseguita e la Duchessa ed il suo amante furono giustiziati nella notte tra il 13 ed il 14 settembre del 1418. La Duchessa restò per l’opinione pubblica la vittima innocente dell’avidità del Duca. E così verrà immortalata nell’opera a Lei dedicata da Vincenzo Bellini nel melodramma del 1833 che porta il suo nome “Beatrice di Tenda”.

La sua figura è cara agli abitanti di Binasco che ogni anno in occasione della giornata storica che si svolge a fine maggio, ricordano la sua triste vicenda.

Il Castello, non fu protagonista solo di eventi infausti: il 21 gennaio del 1491, dopo le sontuose nozze avvenute a Pavia quattro giorni prima, Ludovico il Moro e sua moglie Beatrice d’Este si fermarono sulla via per Milano, nel loro castello di Binasco, accompagnati dalla corte e dal fedele e autorevole medico ed astrologo Ambrogio Varese da Rosate, alle cui predizioni il Duca era attentissimo. La sosta era stata suggerita per propiziare la nascita di eredi maschi, evento che ai tempi era ambitissimo, soprattutto in seno alle nobili famiglie che dovevano assicurarsi un asse ereditario.

Nell’immaginare il borgo medievale, dobbiamo ricordare il territorio ricco di boschi in cui si trovava, nei quali prosperavano maiali selvatici, lepri, fagiani, pernici, quaglie e persino cervi e caprioli; la caccia era largamente praticata e severamente regolamentata in modo da favorire il duca e la sua corte nelle loro battute durante le quali soggiornavano nel castello di Binasco. Ludovico il Moro, nelle lettere scritte nei giorni della sua prigionia in Francia, ricordava con nostalgia le battute di caccia a Binasco.

Pur essendo una costruzione solida, il Castello di Binasco aveva molte parti in legno, a cominciare dai ponti levatoi, dalle travature del tetto e delle solette, tutte parti che risentivano fortemente dell’usura. Il Castellano era incaricato della manutenzione ordinaria mentre per quella straordinaria doveva rivolgersi ad Duca.

A seguito della fine della signoria milanese, il castello cadde in stato di abbandono e forte deterioramento fino al 1588 quando l’ambasciatore spagnolo Don Pedro Consalvo Mendoza, acquista il feudo di Binasco ed il suo castello con l’intenzione di farne la dimora per la sua famiglia. Infatti tra il 1590 ed il 1610 si procede con i lavori di ristrutturazione che ne modificarono la struttura, portando gli originari tre piani agli attuali due piani dai soffitti più alti.

Purtroppo, un altro evento drammatico per il nostro borgo ed il suo Castello giunge nel 1796 in occasione della prima “Campagna d’Italia” ad opera dei Francesi guidati dal Generale Napoleone Bonaparte, che, dopo esseri liberato delle forze sabaude e austriache, giunse nella nostra regione preceduto da un proclama che lo acclamava come il liberatore dalla tirannide.

La reazione all’arrivo dei francesi non fu univoca, se in città fu generalmente ben accolto, nelle campagne la situazione era diversa. Qui vi si erano rifugiati esponenti del clero e della nobiltà fortemente ostili per la paura di perdere i propri privilegi. Ed anche i contadini, dopo un primo momento di favore, divennero sempre più inquieti e diffidenti, soprattutto per l’aggravarsi del disagio sociale.

Un manipolo di rivoltosi giunse dai paesi vicini, guidato da don Paolo Bianchi, parroco di Trivolzio, con il progetto di un’operazione di resistenza all’avanzata dell’esercito francese da mettere in atto proprio a Binasco, scelto, ancora una volta, per la sue caratteristiche: il borgo era ancora un importante caposaldo strategico, conservava ancora in parte le mura, il terrapieno ed il refosso medievali su 3 lati del suo perimetro e l’unica via di collegamento tra Milano e Pavia, la strada Mastra, attraversava il cuore del centro abitato. Il Ticinello, infine, delimitava la parte meridionale del borgo.

Il 24 maggio un’avanguardia giunge a Binasco e viene accolta dai rivoltosi che seppur male armati, erano dotati di qualche fucile e feriscono a morte un dragone francese. All’arrivo del grosso delle truppe, la repressione è durissima: il paese viene messo a ferro e fuoco, saccheggiato ed infine dato alle fiamme. L’incendio dura tre giorni e si racconta che le fiamme furono visibili dalla città di Pavia.

I danni saranno gravissimi, il Castello sarà irrimediabilmente danneggiato e nella distruzione della casa parrocchiale andranno persi i registri parrocchiali, preziosa fonte storica.

Napoleone utilizzò la repressione attuata a Binasco come esempio e minaccia per dissuadere da ulteriori rivolte.

Non si può non ricordare il periodo della Seconda Guerra Mondiale, in cui il Castello fu la sede del fascio e successivamente all’Armistizio dell’8 settembre del 1943, vi si insediarono le spietate brigate repubblichine Muti e Resega.

A Binasco era medico condotto il medico di origini sarde Andrea Loriga. Profondamente religioso ed antifascista, era membro del CNL locale, salvò la vita a famiglie ebree e a prigionieri di guerra aiutandoli a fuggire in Svizzera.

Perseguitato, sottoposto a continue purghe con l’olio di ricino, torturato, sospeso senza stipendio, morì di sfinimento per le percosse e le flagellazioni a poco più di quarant’anni, lasciando la moglie e due figlioletti. A lui martire antifascista e Giusto tra i Giusti è stata recentemente dedicata una giovane quercia nel giardino del Castello.

Un altro triste episodio, successe nel dicembre del 1944 quando a seguito di una delazione, furono arrestati nella frazione di Merlate e sommariamente processati in Castello, 5 giovani originari di Pescarenico (Lecco) che nella confusione sociale seguita all’Armistizio, si erano dati alla macchia. Erano venuti per comprare del riso e nonostante i tentativi di salvarli da parte del Dott. Loriga e del curato don Domenico, furono condannati alla fucilazione, immediatamente eseguita.

Un monumento posto all’angolo del Castello ricorda le vittime delle due Guerre Mondiali.

Attualmente il Castello di Binasco ospita gli Uffici Comunali, il Centro Civico e la Biblioteca Comunale da poco intitolata al poeta binaschino Luigi Scapucci.

Di fronte alla biblioteca, si trova il Giardino dei Giusti con alberi intitolati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Felicia Impastato e Gino Bartali.

Due grandi magnolie offrono tutte le primavere lo spettacolo della fioritura.

Fonti:

“Binasco un Borgo un Castello e la sua Fabbrica” di A.M. Cuomo e G. Lima – Amministrazione Comunale di Binasco, 1987

“La Storia di Binasco Raccontata ai Ragazzi” di A.M. Cuomo – Amministrazione Comunale di Binasco, 2007