Partiamo per un viaggio nella cultura del Giappone attraverso i ‘monogatari’, le storie, il cui primo capitolo vuole essere un assaggio dell’inestimabile e vastissimo patrimonio di fiabe e leggende popolari, che il Sol Levante nei secoli ha tramandato. Fiabe e leggende si intrecciano, personaggi esistiti, eventi storici e favole si fondono generando storie ricche di allegorie e metafore, che hanno incantato e istruito intere generazioni, con personaggi ancora oggi vivi nella fiction cinematografica e televisiva.

Che stai dicendo? Non sai chi sono io? Sono Momotarō e sto andando
a sconfiggere gli orchi nella loro isola fortezza nel nordest del Giappone.
Se cerchi di fermarmi, ti taglierò in due dalla testa alla coda!»

Da ‘Momotarō’ alla ‘Leggenda dell’Hagoromo’, tante sono le storie che da epoche lontane affascinano bambini e adulti del popolo giapponese e non solo: i racconti popolari giapponesi sono una componente fondamentale del folclore nipponico. Si tratta, per lo più, della trasmissione orale di narrazioni popolari, che trovano origini dalle Indie, dalla Cina, fino al Tibet, Birmania e Corea. A poco a poco, esse sono state adattate alla sensibilità giapponese fino alla nascita di racconti puramente nipponici. Le leggende di origine autenticamente giapponese sono di due tipi: quelle che risalgono agli albori della religione Scintoista – dodici secoli prima dell’introduzione del Buddhismo – e quelle, più recenti, datate al Medioevo Giapponese. Queste ultime sono ispirate ai poemi epici ed alle opere di armi famosi, così come alle avventure di monaci buddhisti o di persone che occupano un rango importante nella corte imperiale.

Origini decisamente più antiche ha la ‘Leggenda dell’Hagoromo’, che trova radici nell’VIII secolo ed è oggi più conosciuta nella sua versione del teatro nōh. La trama racconta di un pescatore che, una notte, ritrova appeso ad un ramo il magico mantello di piume di una tennin (ninfa celeste), uno spirito danzante. La tennin lo vede e rivuole il suo mantello, senza il quale non può risalire in cielo. Il pescatore, dopo una discussione, accetta di restituirglielo, a patto che lei danzi per lui. Lei accetta, mentre il coro spiega che la danza simboleggia il quotidiano mutare della luna. Alla fine della sua danza, la tennin scompare, come una montagna lentamente nascosta dalla nebbia.Tra queste, il racconto di Urashima Tarō, associato alla prefettura di Kanagawa e apparso per la prima volta nell’XI secolo. Un giorno un giovane pescatore di nome Urashima Tarō nota un gruppo di bambini che torturano una piccola tartaruga, che Tarō salva, consentendole di tornare al mare. Il giorno successivo, un’enorme tartaruga lo avvicina e gli consegna un messaggio: la piccola tartaruga che aveva salvato è la figlia dell’Imperatore del Mare, il quale vuole vederlo per ringraziarlo. La tartaruga accompagna Tarō in fondo al mare, al Palazzo del Dio Drago, dove incontra l’imperatore e un’affascinante principessa, che comprende essere la piccola tartaruga che aveva salvato. Tarō resta ospite della principessa, Otohime, per tre anni, ma presto vuole tornare nel suo villaggio e vedere sua madre anziana, quindi chiede il permesso di andarsene. Come ricordo, la principessa gli dona un prezioso scrigno che egli però non dovrà aprire mai. Al ritorno, Tarō scopre che tutto è cambiato. La sua casa non c’è più, sua madre è sparita così come tutte le persone che conosceva. Scopre che sono trascorsi 300 anni dal giorno in cui è partito per il fondo del mare. Triste e desolato si ricorda dello scrigno e lo apre. Una nuvola di fumo bianco lo avvolge e Tarō invecchia improvvisamente, la barba lunga e bianca e la schiena ricurva. Dal mare arriva la voce triste e dolce della principessa: “Ti avevo detto di non aprire quella scatola: essa conteneva la tua vecchiaia…”.
Si pensa che uno dei luoghi che ha dato i natali alla leggenda sia il santuario di Ryugu, nella prefettura di Kagoshima (info: www.japan.travel/en/ph/spot-activity/ryugu-shrine/).
A Urashima Tarō è intitolato anche un santuario a Ine, nella Prefettura di Kyoto (info: www.urashimajinja.org/english/, www.amanohashidate.jp/lang/en/spots/urashima-shrine/).

Come per molte storie popolari giapponesi, ci sono diversi luoghi in Giappone che rivendicano il loro scenario come ambientazione per la ‘Leggenda di Hagoromo’. Probabilmente il più famoso di questi luoghi è il sito Patrimonio UNESCO della pineta di Miho nella prefettura di Shizuoka, dove un tratto di pini neri crea un netto contrasto con il mare, incorniciando una vista meravigliosamente pittoresca sul Monte Fuji. Non è difficile immaginare una fanciulla celeste che sale verso il cielo in un tale scenario, ispirazione di poeti e artisti per secoli e secoli. Il sito include un vecchio pino che si dice sia lo stesso su cui la fanciulla ha appeso la sua veste e un santuario che conserverebbe un residuo della veste. Ogni ottobre, uno spettacolo nōh ispirato dalla leggenda, viene eseguito qui di notte alla luce del fuoco. (Info: https://www.japan.travel/it/spot/1303/).

‘Momotarō’, detto anche Taro della Pesca, è uno dei racconti popolari più amati del Giappone. Secondo la versione attuale del racconto (risalente al periodo Edo), Momotarō venne sulla Terra all’interno di una pesca gigante, trovata a galleggiare lungo un fiume da una donna anziana e senza figli che vi lavava i panni. La donna e suo marito scoprirono il bambino nell’aprire la pesca per mangiarla. Subito il bambino spiegò loro che era stato mandato dal cielo per essere loro figlio. La coppia lo chiamò Momotarō, da momo (pesca) e tarō (figlio maggiore). Anni dopo, Momotarō lasciò i suoi genitori per combattere una banda di predoni (demoni o orchi) su un’isola lontana. Lungo il percorso, Momotarō incontrò e fece amicizia con un cane rosso parlante (Akainu), una scimmia gialla (Kizaru) e un fagiano blu (Aokiji), che accettarono di aiutarlo nella sua ricerca. Sull’isola, Momotarō e i suoi amici animali riuscirono a penetrare il forte sconfiggendo la banda di demoni. Momotarō e i suoi nuovi amici tornarono a casa con il tesoro saccheggiato e il capo dei demoni come prigioniero. Da quel momento il protagonista e la sua famiglia vissero nell’agio e nella gloria.

Si dice che le origini del racconto di Momotarō siano da cercarsi nell’attuale Prefettura di Okayama. L’isola degli orchi viene spesso associata all’isola di Megi-jima, un’isoletta nel mare vicino Takamatsu (nella prefettura di Kagawa). Oggi è possibile trovare infatti proprio ad Okayama una statua che ritrae Momotarō insieme alla scimmia, al cane e al fagiano! (Info: www.japan.travel/it/spot/834/).

Proprio nella prefettura di Okayama si trova anche il Kibitsu-jinja (www.okayama-japan.jp/en/spot/782), un santuario fortemente legato alle vicende di Momotarō, impreziosito da un’architettura unica e da un suggestivo corridoio lungo oltre trecento metri.

Altrettanto amata dai bambini è la storia del ‘Tagliatore di bambù’ racconto considerato un esempio di proto-fantascienza e collegato al Monte Fuji. Un giorno, mentre lavora nella foresta, un anziano tagliatore di bambù apre un gambo della pianta e ci trova una bambina dentro. Non avendo figli suoi, l’anziano la porta con sé per allevarla con sua moglie. La chiamano Kaguya-hime. Kaguya sembra possedere poteri magici e porta fortuna e ricchezza alla famiglia. Ben presto diventa una bellissima donna, ambita come sposa da principi e persino dall’imperatore giapponese. Kaguya però, li respinge. Passa il suo tempo a guardare la luna e la famiglia capisce che Kaguya un giorno tornerà da dove è venuta. Così, dopo aver scritto una lettera di addio ai suoi amici e famigliari se ne va con l’entourage celeste venuto a prenderla. L’imperatore, sconvolto, si precipita sulla montagna per bruciare una lettera al suo amore perduto. Il fumo della sua lettera spiega il fumo che si alzava dal Monte Fuji, attivo all’epoca della stesura del racconto.

Approfondimenti

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Nove storie di fantasmi nelle quali Ueda Akinari (1734-1809) riprende spunti cinesi e motivi del folclore, del romanzo e del teatro giapponesi, rielaborandoli in situazioni originali. Ma questi elementi sono solo parte dell’intuizione poetica e della capacità dell’autore di trasformare le sue sue storie in racconti dove il ricorso al soprannaturale è soprattutto in funzione estetica, la paura è mitigata dalla poesia, e quando “cantano i fagiani e combattono i draghi” il brivido dell’orrore si accompagna all’emozione della bellezza.

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«Il gatto dai tre colori», ad esempio, è una leggenda che narra la storia di una coppia di anziani e del loro gatto, che quando viene lasciato solo si trasforma. «Il cappello di paglia» è la storia di un uomo che si è ubriacato bevendo troppo sakè. Le conseguenze di questa sbornia saranno incredibili e il suo destino finirà nelle mani di un uomo misterioso. «Momotaro», infine, è un racconto tradizionale giapponese di un uomo inviato dagli dei a sconfiggere gli orchi di Onigashima. Il riferimento imprescindibile, per colori, atmosfere, suggestioni è la grafica d’arte dell’800 (Hokusai, Hiroshige), rivisitata con un segno sintetico, contemporaneo, che guarda al mondo dei manga.

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Nobili principi che si innamorano di fanciulle non nobili; monaci e monache che possiedono ben poco oltre al proprio saio e alla propria ciotola; furbi campagnoli in grado di conquistare dame di rango elevato e altri meno acuti che scambiano uno specchio per un demone; demoni che amano il vino e la compagnia delle belle ragazze e guerrieri pronti a rischiare la vita per sconfiggerli. Questi racconti offrono uno spaccato di gesta eroiche, ideali romantici e sogni di arricchimento a testimonianza del grande dinamismo culturale e sociale di un paese in trasformazione, dove l’ordine che per secoli ha stabilito l’identità del dominante e del dominato viene finalmente messo in discussione.